Rapito dal Congo: l’avventura del fotografo Angelo Turconi

di Matteo Merletto
Angelo Turconi - ritratto di Johan Jacobs

Partì dall’Italia nel 1967 a bordo di un fuoristrada con l’idea di attraversare il continente da nord a sud. Destinazione, il Sudafrica. Ma si fermò per sempre nelle foreste congolesi.

Amava l’avventura, i viaggi esotici, gli itinerari audaci. Aveva già attraversato il Sahara libico e l’Afghanistan. Ora voleva conquistare l’Africa. Angelo Turconi, fotografo autodidatta di Inzago, a una trentina di chilometri da Milano, era giovane e spensierato quando nel 1967 partì con un amico a bordo di una Land Rover per attraversare il continente da nord a sud. L’avventura era iniziata in Marocco e poi proseguita, tra peripezie e disavventure, lungo le piste di terra rossa fino alle fitte foreste del Centrafrica. Sognava le spiagge bianche di Città del Capo popolate dai pinguini. Non ci sarebbe mai arrivato. Il destino lo portò a fermarsi in Congo. Per l’intera vita.

Missione azzardata

«Tutti ci avevano consigliato di evitare quell’enorme e insicuro territorio, simbolo di sventure, descritto da Joseph Conrad come un Cuore di tenebra», racconta oggi Turconi mentre in un bar di Milano ripercorre le tappe di quel viaggio verso l’ignoto. «Avremmo potuto aggirarlo passando per il Sudan e il Kenya, ma avevamo pochi soldi e non ci potevamo permettere tutti quei chilometri in più… Non ci restava che tentare la sorte».

Dalle foreste congolesi filtravano notizie di epurazioni, cospirazioni, esecuzioni brutali e stragi di civili. Il maresciallo Mobutu Sese Seko, salito al potere con la forza, stava facendo piazza pulita di oppositori e potenziali rivali. Nelle regioni centrali e orientali, i ribelli Simba, armati di lance e amuleti, assaltavano le truppe dell’esercito sotto gli effetti di alcol e droghe. «Decidemmo di rompere gli indugi e varcammo il confine segnato dal fiume Ubangi». I soldati alla frontiera sgranarono gli occhi quando videro comparire due bianchi a bordo di un’auto equipaggiata come una casa. «Fortunatamente per noi, l’ufficiale era analfabeta e non si accorse che i nostri passaporti erano sprovvisti dei permessi necessari». Attraversarono il fiume su ponti traballanti e giunsero finalmente a Kinshasa, la capitale.

Una lunga attesa

«Per proseguire il nostro viaggio avremmo dovuto attraversare la provincia del Kasai: una zona mineraria infestata di guerriglieri». Era necessario procurarsi le autorizzazioni al transito. «Presentammo domanda con tutti i documenti richiesti. Ma le autorità continuavano a rimandare con mille scuse la consegna dei lasciapassare. I giorni dell’attesa divennero settimane, mesi. Ne approfittammo per stringere amicizia con la gente del posto e per visitare e fotografare la regione circostante».

Un giorno, il capo dell’impresa italiana che stava costruendo la diga di Inga sul fiume Congo chiese a Turconi di scattare delle foto per documentare i lavori. «La mia fama di fotografo si sparse ben presto a Kinshasa. Un ministro di Mobutu mi commissionò un documentario sull’agricoltura. Accettai perché avevo bisogno di soldi per quel lungo soggiorno forzato. A ben guardare, non avevo alternative. Con l’appoggio del governo cominciai a girare il Congo fin negli angoli più remoti, armato solo di una cinepresa e una reflex».

Testimone eccezionale

Turconi visitò territori raramente esplorati dagli europei ed ebbe l’opportunità di documentare usi e costumi, rituali e tradizioni di centinaia di comunità di etnie diverse. Raccolse immagini e filmati di straordinario valore storico e antropologico. «Documentai l’organizzazione del Regno di Lunda, l’incoronazione del re del Katanga, la vita quotidiana dei pigmei Twa… Non smettevo di restare affascinato da quei popoli straordinari e ospitali». Le autorità apprezzarono il suo lavoro, ma, anziché lasciare libero il fotografo, lo dissuasero dal lasciare il Paese, o meglio lo convinsero a rimanere affidandogli nuovi reportage. «Mi ero innamorato del Congo. Finii impantanato per sempre in quelle foreste».

Ancora in viaggio

Nel corso di cinquant’anni, Turconi è stato testimone di eventi epocali, dal crollo della dittatura di Mobutu alle guerre fratricide per il controllo delle ricchezze congolesi, ma anche nei momenti di crisi e di tensione ha immortalato scene di dirompente vitalità. Puntando l’obiettivo verso la gente comune ha realizzato centinaia di reportage, decine di migliaia di immagini. I suoi scatti migliori sono stati esposti in mostre e gallerie, inseriti in volumi fotografici che lo hanno reso celebre in Congo, Belgio e Francia. Non in Italia. «Nessuno è profeta in patria», dice con un sorriso sincero. Ha ottant’anni, nessun rammarico e ancora tanti progetti. «A breve andrò nuovamente in foresta per fotografare un’etnia sperduta…». Il segreto di tanta energia? «Il Congo mi ha insegnato a vivere senza ansie né programmi – confessa –. Quando sono partito per l’Africa non avevo un biglietto aereo di ritorno. Ho imparato a lasciarmi guidare dagli eventi e ad accettarli adattandomi».

(Raffaele Masto)

INFINICONGO

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