Voci da Algeri

di Marco Simoncelli

Il venerdì di Algeri racconta strade colme di persone, un milione secondo le autorità. Gli algerini riscoprono e si riappropriano dello spazio pubblico. Le bandiere conquistano il panorama, mentre un fiume di donne, uomini, bambini e anziani scivolano lentamente verso i punti caldi delle proteste. La polizia contiene, mentre il tutto si svolge in un clima di festa. Ma l’ondata vive non solo dell’esaltazione del venerdì, ormai simbolo delle grandi manifestazioni. Si alimenta anche dell’inerzia positiva degli altri giorni. Settimana dopo settimana i gruppi più disparati di algerini hanno manifestato una causa, una ragione di dissenso, davanti alla sede delle poste, mostrando quindi una certa eterogeneità nella massa. Dagli studenti, ai ricercatori, passando per i sindacati, i giudici, gli avvocati, gli animalisti e gli artisti, l’onda continua a farsi sentire e a fornire combustibile alle vette di partecipazione. 

«Siamo stanchi, non ce la facciamo più», le parole di Samir, seduto sulle scale della Grande Poste, luogo simbolo delle manifestazioni. «Siamo qua e resteremo qua. Faremo lo sciopero della fame finché questo regime non se ne sarà andato». A poche decine di metri, in un piccolo parco antistante la sede delle Poste, un folto gruppo di persone riprende con gli smartphone quella che sembrerebbe una jam session. «Ci siamo anche noi, e volevamo testimoniarlo al mondo». Abdoul è un musicista, e insieme ad altri colleghi ha deciso di suonare per la protesta: «Vogliamo un cambiamento radicale per il nostro Paese».

 

La musica cessa, il folto gruppo di spettatori si disperde, mentre un ragazzo abbraccia un’anziana signora. «La ringraziavo per essere qua con noi», ci dice Hussain, 24 anni di Algeri. «È bello sapere di avere l’appoggio delle persone anziane. Soprattutto perché sono la nostra memoria storica. Hanno vissuto gli anni bui del terrorismo e sono qua con noi». 

Dopo sei settimane consecutive di proteste, il movimento non accenna ad appassire. La situazione economica e la conseguente richiesta di un cambiamento ai vertici del Paese sono al centro delle domande dei manifestanti. «C’è una voragine, una fossa, tra le élite ricche al potere e noi, il popolo», afferma Mohamed, tassista 50enne originario della Cabilia. «Viviamo in due realtà parallele. Ma adesso i giovani stanno cercando di far cambiare le cose, e io, anche se sono vecchio, non posso che sostenerli per questo». 

Sull’altra sponda del fiume, continuano i riposizionamenti, cominciati con il primo passo indietro di Bouteflika, degli attori politici e militari della realtà algerina. Ieri, circa 150 partecipanti alla riunione del comitato centrale del partito al potere FLN hanno affermato di «non riconoscere» l’incarico di coordinatore di Mouad Bouchareb, vicino all’establishment,  di essere sempre stati «dalla parte del movimento popolare» e di appoggiare le recenti proposte del generale Ahmed Gaed Salah, capo di stato maggiore dell’esercito popolare nazionale, riguardo alla rimozione di Bouteflika. La dichiarazione del comitato centrale ufficializza così la crisi interna al partito che ha dominato la vita pubblica algerina per molti anni.

Dal canto suo, Ahmed Gaed Salah cerca di recuperare in immagine, dopo essere stato bersaglio dei cori di protesta durante tutta le manifestazioni di venerdì. In questo senso, oltre a difendere la decisione di applicare l’articolo 102 della Costituzione, ovvero la destituzione del capo di Stato per «impedimento fisico all’esercizio della funzione», ha attaccato nella giornata di ieri alcuni partiti politici senza nominarli. «Dei malintenzionati sono indaffarati a preparare un piano che mira a colpire la credibilità dell’esercito e a manipolare le rivendicazioni legittime del popolo», ha affermato il generale ieri sera durante una riunione degli alti responsabili dell’esercito.

Testo e foto di Marco Simoncelli e Davide Lemmi (Algeri)

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