Kenya: erbe officinali da Nakuru al mondo

di Matteo Merletto
Kenya: erbe officinali da Nakuru al mondo
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«Sono partito con l’intenzione di creare valore e di mettermi alla prova avviando un’impresa. La scelta delle erbe aromatiche è avvenuta in modo naturale, considerando tutti i fattori in gioco», racconta Lorenzo Contò, 27 anni, co-fondatore di L&D International Farms, azienda agricola a Nakuru. Laureato in Storia a Ca’ Foscari, dopo un’esperienza come stagista in Camerun decide di aprire una società con l’amico Diego Bellettieri con una mentalità da investitori. All’inizio del percorso nessuno dei due ha infatti particolari competenze agronomiche. «Non avendo una mentalità da “startuppari” né inclinazioni per i servizi o attitudine da “impresa sociale” abbiamo pensato di partire dalla terra, che può richiedere meno capitali rispetto alla trasformazione o all’immobiliare».

In tre anni i due soci hanno accumulato «diverse esperienze, spesso negative ma sempre molto utili, che ci hanno portati a consolidare una squadra di una trentina di dipendenti capaci e una forte rete per il supporto agronomico». Estesa su 4 ettari, ma con la possibilità di arrivare a 12, l’impresa esporta ogni mese 4 tonnellate tra menta, origano, timo, erba cipollina, salvia, coriandolo, prezzemolo e tarassaco.

In questa nicchia di mercato, infatti, il Kenya ha un vantaggio competitivo su altri produttori globali grazie al suo clima (non esiste alcuna stagionalità) e su altri Paesi africani per le sue infrastrutture (catena del freddo e frequenza dei voli cargo).

La cosa più bella del vivere a Nakuru è «trovarsi nel luogo in cui abbiamo potuto avviare la nostra impresa. La visione dell’Africa come terra di opportunità è naif, ma c’è un fondo di verità: sarebbe stato impossibile fare la stessa cosa in Europa». L’aspetto più faticoso è «la mancanza di controparti locali in grado di stimolarmi intellettualmente. Questo Paese ha purtroppo perso tantissimo della sua cultura originaria e gli enormi vuoti sono riempiti dell’eco di un capitalismo occidentalizzante che ha svuotato di ogni autenticità la sua popolazione, limitandone le capacità di rielaborare la propria identità. Questo fa sprofondare la società in una superficialità esistenziale tutta postmoderna».

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(Martino Ghielmi – vadoinafrica.com)

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