Pugno duro contro i manifestanti eritrei in Israele

di claudia

Di Andrea Spinelli Barrile

Lo scorso fine settimana in Israele sono scoppiati sanguinosi scontri tra polizia ed immigrati eritrei – in gran parte richiedenti asilo fuggiti dal Paese del Corno d’Africa e oppositori del regime di Isaias Afewerki – che volevano impedire lo svolgimento di un evento dell’ambasciata di Asmara. Ora il Governo di Tel Aviv sta valutando pene severe nei confronti dei manifestanti eritrei che si sono resi protagonisti dei tumulti.

Israele sta prendendo in considerazione diverse opzioni, anche molto dure come l’immediata deportazione, per i richiedenti asilo eritrei coinvolti nei durissimi scontri di sabato a Tel Aviv. Lo riportano i media locali.

Circa 170 persone sono rimaste ferite in seguito ai violenti scontri con la polizia e tra eritrei quando i gruppi di sostenitori e oppositori del regime eritreo si sono incontrati. Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha detto che “la linea rossa” è stata superata e ha ordinato un nuovo piano per allontanare tutti i migranti africani che ha descritto come “infiltrati illegali”.

I disordini di sabato, che i media israeliani definiscono “senza precedenti”, sono scoppiati dopo che attivisti anti-regime hanno chiesto alle autorità israeliane di impedire un evento organizzato dall’ambasciata eritrea in Israele, che tuttavia si è tenuto ugualmente. Gli oppositori al regime hanno sfondato una barricata della polizia intorno alla sede dell’ambasciata, che è stata poi vandalizzata. La polizia, in tenuta antisommossa, ha sparato gas lacrimogeni, granate assordanti e proiettili veri mentre gli agenti a cavallo cercavano di respingere i manifestanti.

È stata aperta un’indagine per verificare se l’uso di armi da fuoco da parte della polizia fosse o meno conforme alla legge.

Ci sono stati poi altri drammatici scontri in strada, tra grandi folle di eritrei armati di pezzi di legno, metallo e rocce. Oltre ad attaccarsi a vicenda, hanno fracassato vetrine e automobili.

Le rivolte di sabato hanno riportato la questione controversa della presenza di migranti africani nell’agenda politica israeliana, in un momento in cui il Paese è già diviso sul controverso piano di revisione giudiziaria del governo. Netanyahu e altri membri del suo gabinetto hanno accusato la Corte Suprema di aver bloccato un precedente tentativo di cacciare i migranti da Israele: “Adesso rimane un problema serio con gli infiltrati illegali nel sud di Tel Aviv e altrove”, ha detto il primo ministro durante la riunione straordinaria del governo di domenica. “Vogliamo misure dure contro i rivoltosi, inclusa l’immediata deportazione” di coloro che hanno preso parte agli scontri e ha chiesto che i ministri gli presentino piani “per l’eliminazione di tutti gli altri infiltrati illegali”.

Il ministro della Sicurezza nazionale Itamar Ben-Gvir intende proporre un disegno di legge che annullerebbe parte della legge fondamentale di Israele relativamente alla tutela della dignità umana e della libertà, per portare avanti un piano di deportazione di massa dei migranti entrati illegalmente nel Paese. Si stima che ci siano circa 18.000 richiedenti asilo provenienti dall’Eritrea in Israele, la maggior parte dei quali sono arrivati illegalmente anni fa attraversando la penisola egiziana del Sinai. Dicono di essere fuggiti dal pericolo, dalla persecuzione e dalla coscrizione militare obbligatoria in uno dei Paesi più repressivi del mondo, l’Eritrea. Fino ad ora le autorità israeliane non hanno fatto distinzioni tra i richiedenti asilo in base alla loro affiliazione politica.

L’episodio degli scontri in Israele non è isolato. Eventi simili sono avvenuti a più riprese in altri Paesi, dalla Norvegia al Canada, fino alla Germania, dove schiere di profughi o oppositori eritrei hanno violentemente manifestato il loro dissenso contro manifestazioni culturali promosse dalle ambasciate di Asmara. Lo scorso 4 agosto, per esempio, una protesta pacifica si è trasformata in una vera e propria guerriglia nella periferia di Stoccolma, durante la prima giornata del «Festival Scandinavo della Cultura Eritrea». Una manifestazione che si tiene annualmente dal 1990. L’evento è stato spesso travolto da critiche e percepito come uno strumento di propaganda per il repressivo governo eritreo.

La diaspora eritrea nel mondo è divisa, lacerata, tra i sostenitori del regime di Isaias Afewerki e chi scappa dalla sua dittatura che nega le libertà individuali e perseguita gli oppositori. La contrapposizione tra i vecchi simpatizzanti del presidente e i giovani dissidenti crea frequenti frizioni e talvolta violenti tumulti. In molte nazioni si sono registrati scontri interni alla comunità eritrea. In Italia è viva la memoria delle polemiche che accompagnarono i funerali delle vittime della tragedia di Lampedusa del 3 ottobre 2013 – di cui tra un mese ricorrerà il decimo anniversario – quando esponenti dell’ambasciata eritrea di Roma volevano identificare morti e superstiti, suscitando vibranti proteste da parte dei tanti eritrei fuggiti dal piccolo Paese del Corno d’Africa.

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