Padre Kizito | Daniel «finalmente lavora». E tutti gli altri?

di Pier Maria Mazzola
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Non vorremmo più vedere bambini macilenti mendicare per le strade di Nairobi. Il rischio è che se ci siamo presi cura di cento, fra poche settimane, quando la tensione per il timore del covid-19 si allenterà, scopriremo che nelle stesse “basi” ne sono arrivati altri duecento. In questi tempi in cui la povertà cresce, i bambini filtrano dalle periferie povere verso il centro città, impossibile fermarli. Già ci sono i primi segnali. L’altro ieri la polizia di Kasarani ci ha chiamati per andare a prendere in consegna tre ragazzi quindicenni, nuovi alla vita di strada. Sono arrivati a Kerarapon impauriti e tremanti, con ancora addosso i vestiti con cui erano scappati di casa 15 giorni fa. Perché? In casa non c’è da mangiare. Tutti di famiglie molto modeste, però fino a marzo frequentavano regolarmente la scuola. Poi le conseguenze economiche delle misure di contenimento del covid-19 hanno fatto perdere lavoro ai genitori e senza alcuna forma di sicurezza sociale è stata una discesa precipitosa verso la povertà e la fame.

In Kenya ci sono 46.639 persone di strada, secondo il primo censimento delle famiglie di strada, presentato alla stampa lo scorso mercoledì, che però fa una fotografia che risale a quasi due anni fa. La presenza più alta è a Nairobi, con 15.337, seguita da Mombasa con 7.529 e Kisumu con 2.746. Oltre il 75%, sia per i maschi che per le femmine, hanno frequentato alcune classi del ciclo primario, e il 14% ha frequentato il ciclo secondario. I push factors (cioè le motivazioni che le ha spinte in strada) sono stati, in ordine, la mancanza di cibo in casa, la non accessibilità ai servizi sociali, l’ostilità generale della società verso i poveri. I pull factors (le attrazioni) sono tutti parte del sogno di trovare una vita migliore in città. Sono cifre attendibili, come non ce ne sono mai state, ma da leggersi tendo presente che sono solo il numero delle persone che non hanno assolutamente più una casa di riferimento. A Nairobi i bambini che vivono in strada durante il giorno e rientrano a casa la sera, quindi “borderline”, sempre a rischio di finire in strada permanentemente, sono molti ma molti di più.

In questi giorni, con il coprifuoco allentato (dalla scorsa domenica è dalle 21 alle 4) abbiamo più possibilità di muoverci e abbiamo incominciato a rintracciare le famiglie dei bambini che ci sono stati affidati. Prima quelli che provengono dai quartieri della città, poi quando si riapriranno i confini potremo andare a visitare le famiglie dei bambini provenienti da più lontano. I nostri operatori hanno le storie più diverse quando tornano da queste visite, il cui risultato è sempre imprevedibile. Dalla vicina di casa che quando vede un bambino si mette a gridare «ma è tornato dai morti» e corre a chiamare la mamma che impazzisce di gioia riabbracciando il figlio che credeva ormai perso per sempre, al papà che non lascia entrare il figlio nella baracca spiegando a Besh che «è la quarta o quinta volta che ce lo riportano dopo che è scappato di casa portandosi via i soldi che la mamma si guadagna ogni giorno al mercato. Non lo voglio più vedere. Tenetevelo».

Cominciamo a conoscere meglio anche i ragazzi più grandi che sono con noi ormai da due mesi. Dalle statistiche emergono volti di persone, ciascuna con i suoi problemi, i suoi sogni, la sua voglia di ripartire. Fra di loro un gruppetto che già aveva nozioni di saldatura (nelle foto, Joshua e Daniel) e si è impegnato a riparare i letti a castello e le sedie in ferro delle nostre diverse case e scuole. Una decina di letti e quasi cento sedie sono state già rimesse a nuovo. «Finalmente lavoro, il sogno della mia vita», dice Daniel a tutti, mostrando orgogliosamente la fila di sedie ancora fresche di vernice.

Lo speciale Tg1 che vi avevo segnalato è andato in onda la sera di domenica 7 giugno. Chi volesse lo può vedere a questo link. Il reportage dal Kenya parte da 49′ 50″ e si vedono i nostri ragazzi a partire da 53′ 05”.

Renato Kizito SesanaPadre Renato Kizito Sesana è un missionario che vive tra Nairobi (Kenya) e Lusaka (Zambia), città dove ha avviato case di accoglienza per bambini e bambine di strada (si chiamano Kivuli, Tone la Maji, Mthunzi…) e molte altre iniziative principalmente rivolte ai giovani, rendendoli protagonisti (come la comunità Koinonia). È cofondatore della onlus Amani, che dall’Italia sostiene la sua opera. Da giornalista, ha sempre avuto una viva attenzione alla comunicazione, dapprima come direttore di Nigrizia, quindi fondando a Nairobi la rivista New People e rendendosi presente sui mezzi di comunicazione keniani e internazionali.

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