Marocco, primo rapporto sul 24 giugno a Melilla

di claudia

Gli scontri senza precedenti del 24 giugno scorso al valico di Melilla “mettono in discussione il partenariato marocchino-europeo e fanno emergere la necessità di un suo rilancio, sotto la forma di un partenariato reale ed egualitario, in particolare in termini di responsabilità e gestione congiunta dell’afflusso dei migranti”. Lo ha affermato il Consiglio nazionale per i diritti umani (Cndh) del Marocco, redendo noto il suo rapporto e le sue conclusioni preliminari relativi agli eventi accaduti venerdì 24 giugno presso la recinzione di Melilla, al confine tra il Marocco, vicino Nador, e l’enclave spagnola.

Il Cndh ha raccomandato alle autorità marocchine di “avviare nuove consultazioni con l’Unione Europea, per istituire un partenariato reale e condiviso, in termini di responsabilità e di gestione comuni, secondo basi che consentano una piena attuazione delle disposizioni del Global Compact per una migrazione sicura, ordinata e regolare”.

Il Cndh ha invitato l’Unione Africana (Ua) a “proporre misure concrete per un coinvolgimento serio dei governi nella gestione della migrazione e delle sue cause profonde, in modo da garantire la sicurezza e la dignità dei cittadini dell’Africa”. Gli scontri senza precedenti “devono attivare la visione sistemica che tenga conto dello sviluppo locale, della piaga delle guerre e dei conflitti, del cambiamento climatico e della cooperazione tra i diversi Paesi interessati, perché abbiamo bisogno della migrazione per ritrovare la sua essenza, cioè un principio di libera circolazione delle persone e un progetto di vita nelle sue dimensioni sociale, culturale, economica e politica”, ha dichiarato la presidente del Cndh, Amina Bouayach.

Membro della missione conoscitiva e presidente della Commissione regionale di Souss-Massa, Mohamed Charef ha dichiarato alla testata Yabiladi che “dall’attuazione della politica di esternalizzazione dei confini europei, il Marocco, come molti altri Paesi africani, e la Turchia nell’Europa centrale, hanno cercato di resistere a questo approccio. “Oggi vediamo che i veri confini geografici dell’Ue non sono dove pensiamo che siano, sono sempre più distanti, quando osserviamo il trattamento della migrazione dai Paesi del sud, in particolare dal Niger”, ha aggiunto. Per il ricercatore e specialista in migrazioni, “questa esternalizzazione è stata accompagnata da quella che è stata definita, fin dagli anni ’80, una ‘chiusura delle frontiere’ e lo abbiamo visto con il rafforzamento della recinzione di Melilla negli anni, con un sistema di sicurezza rafforzato e sempre più costoso, soprattutto in termini di vite umane, perché non impedisce il tentativo di traversata”.

Il membro della missione conoscitiva ricorda che “ci sono ancora discussioni tra Marocco e partner europei per la governance delle questioni migratorie, ma questa dinamica non è più sempre evidente, non solo per il Marocco ma per tutti i Paesi terzi che si trovano nella stessa situazione, che richiede quindi di esplorare altre vie di cooperazione, ovvero fornire soluzioni direttamente nelle zone di conflitto”. In questo senso, Mohamed Charef ricorda che “l’Europa si è mobilitata per l’Ucraina ma non lo ha fatto allo stesso modo per Siria, Eritrea, Sudan ed Etiopia, durante i conflitti armati che hanno creato spostamenti di popolazione”.

In merito agli elementi fattuali e quantificati degli eventi del 24 giugno, la missione conoscitiva ha indicato nel suo rapporto di aver raccolto le testimonianze di alcuni dei migranti feriti ricoverati in ospedale a Nador. Secondo loro, “il gran numero di persone, la loro volontà di oltrepassare la recinzione con qualsiasi mezzo e nel contempo e il mantenimento della chiusura del varco a livello dei cancelli hanno causato la caduta di molti migranti, che (.. .) sono caduti o sono stati calpestati”.

La missione ha raccolto anche testimonianze, in particolare di organizzazioni non governative, che segnalano l’ipotesi di violenze dietro la recinzione e la riluttanza delle autorità spagnole a prestare assistenza e soccorso. Riguardo ad alcuni dei migranti feriti, il Cndh ha indicato di non essere in grado di determinare l’origine delle ferite, “tra l’ipotesi di caduta dalla recinzione, il sovraffollamento e la possibilità di un ricorso sproporzionato alla forza”.

Tuttavia, le morti registrate “sono state causate da asfissia meccanica per soffocamento causato dallo spintonamento e dall’agglutinazione del gran numero di vittime in uno spazio ermeticamente chiuso, e con movimento di folla in preda al panico”.  Dalle interviste alle autorità, alle Ong e ai migranti feriti in ospedale, risulta che “tutti all’unanimità hanno sostenuto che non c’era ricorso ai proiettili” da parte marocchina. “La polizia ha usato manganelli e gas lacrimogeni”, mentre “l’autopsia resta l’unico modo per verificare con precisione le cause della morte in ogni caso”, secondo l’istituto. In questo senso, “nessuna delle persone morte durante il tentativo di oltrepassare la recinzione è stata sepolta”, contrariamente a a voci circolate in precedenza. Inoltre, “la missione conoscitiva ha verificato il numero dei corpi durante la sua visita all’obitorio” e il CRDH “controlla le procedure di autopsia e analisi del Dna”. Rimane il bilancio di 23 morti, 77 feriti tra i migranti e 140 tra le forze di polizia marocchine. 

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