Mali | Le cause delle manifestazioni contro Keita

di Luciana De Michele
Mali manifestazione
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Da inizio giugno una nuova serie di manifestazioni contro il presidente della Repubblica Ibrahima Boubacar Keita scuotono Bamako e fanno tremare il governo, mentre l’imam Dicko acquista sempre più autorevolezza tra le proteste. Ma come si è arrivati a questa situazione e chi sono i protagonisti?

«Ecco a voi le conseguenze della disobbedienza civile» commenta ironica la conduttrice del tg della Tv di stato maliana, l’Ortm, prima di mostrare le immagini della capitale, Bamako, «irriconoscibile» all’indomani della terza manifestazione del Movimento 5 giugno di venerdì 10 luglio: strade piene di spazzatura e di oggetti divelti, beni pubblici vandalizzati, auto e pneumatici bruciati, edifici saccheggiati e, soprattutto, l’Assemblea Nazionale in parte distrutta insieme alla stessa Ortm, occupata dei manifestanti. Il bilancio: undici morti, più di un centinaio di feriti e una ventina di arresti. Domenica 12, il presidente Ibrahima Boubacar Keita (noto come Ibk) scioglie la Corte Costituzionale, mentre l’imam Mahmoud Dicko, che sempre più sta assumendo il ruolo di leader della protesta, fa appello alla calma. Quella stessa notte, anche le istituzioni africane e internazionali (Unione Africana, Ecowas-Cedeao, Onu, Ue) avevano espresso «preoccupazione» e reclamavano il rilascio dei leader dell’M5 arrestati, avvenuto poi il 13 luglio. La sera, il figlio del Presidente, Karim Keita, si dimette dalla presidenza della Commissione parlamentare della Difesa.

L’escalation

La recente nuova ondata di tensione in Mali inizia la prima settimana di maggio, quando piccoli gruppi di manifestanti hanno sfidato il coprifuoco imposto dal governo come misura di contenimento del Coronavirus, per contestare l’esito delle elezioni legislative tenutasi a marzo-aprile (in pieno periodo di pandemia), pubblicati il 30 aprile dalla Corte Costituzionale. Tali risultati affidavano infatti un maggior numero di deputati e Comuni nel distretto di Bamako al partito al potere (Rassemblement pour le Mali) rispetto a quanto era stato proclamato dai quelli provvisori. Sull’onda del sospetto di frodi, partiti, sindacati e esponenti della società civile si riuniscono a formare il Movimento 5 giugno, capeggiato dai leader dell’opposizione come Soumaila Cissé, ma di cui ben presto l’Imam Mahmoud Dicko diventa l’autorità morale. La coalizione si ritrova in piazza per la prima volta venerdì 5 giugno (data da cui prende il nome) per reclamare le dimissioni di Ibk che, di tutta risposta, fa appello al dialogo. L’opposizione rifiuta e organizza una nuova manifestazione per il 19 giugno, durante il quale la folla non marcia verso il palazzo presidenziale solo grazie all’appello alla calma dell’imam Dicko, che ha un’influenza sempre crescente sui manifestanti e su parte della popolazione. A fine giugno, il tono di addolcisce, l’M5 non domanda più le dimissioni di Ibk, ma chiede la dissoluzione dell’Assemblea Nazionale e la sostituzione del Primo Ministro. A inizio luglio, Ibk è preoccupato, e inizia delle consultazioni con i membri dell’opposizione e con l’imam. Il presidente della Repubblica si dichiara pronto a riesaminare i risultati delle elezioni legislative, per poi dichiarare in un discorso televisivo l’8 luglio di non aver alcuna intenzione di sciogliere il Parlamento. La reazione dell’M5 non si fa attendere, fa appello alla disobbedienza civile per la prima volta in tutto il Paese e invoca una nuova mobilitazione: quella di venerdì 10 luglio. Oggi, la piazza e l’opposizione sono tornati a chiedere le dimissioni di Keita.

«Ho deciso di abrogare il decreto di nomina dei membri restanti della Corte Costituzionale (4 dei 9 membri si erano già dimessi a giugno, ndr) e di andare incontro alle raccomandazioni espresse dalla Cedeao dopo la sua missione», afferma  Keita nel suo quarto discorso pubblico in un mese. Di fatto, quella che non è altro che la dissoluzione e poi ricostituzione della Corte, porterà secondo Ibk a «trovare le soluzioni ai contenziosi delle elezioni legislative». Il presidente assicura inoltre che privilegerà «il dialogo con tutte le forze vive della nazione per la creazione di una squadra di governo basata sul consenso, composta da patrioti e non da nemici del paese», ribadendo così la volontà di formare un governo di unione nazionale.

Una situazione esplosiva

Il sospetto di corruzione e frode dei risultati elettorali sono stati soltanto la miccia che ha innescato il fuoco di una situazione già critica e complessa. Dalla guerra scoppiata in Mali nel 2012, nata dall’insurrezione indipendentista del Movimento di liberazione nazionale dell’Azawad (che riunisce popolazioni del territorio del nord del paese, in particolare tuareg tamashek) a cui si è aggiunta poi l’invasione e gli attacchi di diverse formazioni terroristiche jihadiste, il Mali vive in una situazione di instabilità non ancora risolta, ma anzi acuita dall’aggravarsi dei conflitti di matrice “etnica” tra Peul e Dogon (strumentalizzati dai jihadisti). Al presidente Keita, 75 anni, eletto per la prima volta nel 2013 e rieletto nel 2018, la popolazione non ha perdonato di non essere riuscito a porre fine a tale insicurezza.

A completare il tragico puzzle, oltre alla crisi securitaria e socio-politica già delineate, si aggiunge quella economica, esacerbata dalle ulteriori difficoltà portate dal Covid-19 e da uno sciopero degli insegnanti che stanno boicottando la ripresa delle lezioni scolastiche rivendicando a Ibk degli aumenti salariali promessi secondo loro dal 2016. «In un contesto del genere, è la coagulazione di tutti queste tendenze che ha portato alla nascita di questo movimento, sopportato dall’imam Dicko», commenta Louis Maglore Keumayou, presidente del Club dell’informazione africana, intervistato da France 24. Secondo l’analista, la piazza sta sorpassando i leader stessi dell’M5 perché esausta e priva del riferimento di un’alternativa politica forte: i leader dell’opposizione sono appannati da alcuni leader religiosi che in quanto tali non possono riversare Keita, ma che ne rappresentano la vera opposizione. Tra questi, spicca l’imam Dicko.

L’Imam che fa tremare il governo

Dal profilo e dall’atteggiamento controverso, è proprio questo leader religioso carismatico che sta catalizzando gli umori della piazza, che almeno per ora pare poter controllare e influenzare. Originario di Timbuctù, Dicko è invocato come patriota e unico uomo forte del Paese da alcuni, mentre è temuto invece da chi vede in lui il portatore di un Islam wahabita, più dogmatico e radicale rispetto a quello sincretico professato dalla popolazione (90% di musulmani), appreso negli anni di formazione in Arabia Saudita: lo stesso stampo religioso che è alla base delle degenerazioni jihadiste. Al 2009 risale il suo primo ingresso in politica per lottare contro la riforma di un codice familiare che avrebbe accordato più diritti alle donne, mentre nel 2013 lo ritroviamo a sostenere la campagna elettorale di IBK e da allora raccomandare il dialogo e le negoziazioni con i gruppi armati, compresi i jihadisti. Nel 2018 Dicko si oppone alla rielezione di Keita, mentre l’anno dopo, dopo aver lasciato il posto della presidenza dell’Alto Consiglio Islamico del Mali, lancia il suo movimento personale (Cmas: Coordinamento dei movimenti, delle associazioni e dei simpatizzanti dell’imam Mahmoud Dicko), che oggi fa parte dell’M5. Nel 2015, dopo l’attentato jihadista all’Hotel Radisson Blu di Bamako che aveva causato almeno 20 morti, la stampa internazionale lo accusa di aver assimilato la strage a «una punizione divina per aver promosso l’omosessualità, importata dall’Occidente». «Le mie parole sono state decontestualizzate», si difende l’anno dopo ai microfono di Tv5monde, «io condanno la violenza».

In effetti, questo è quello che ha dimostrato domenica 12 luglio facendo appello «al popolo maliano, ma soprattutto ai giovani: si può essere forti senza la violenza. Non accettate di cadere nella trappola della violenza. Penso che il movimento che abbiamo creato sia l’inizio di una speranza che deve continuare nella dignità, nella tranquillità e nel rispetto degli altri».

Intanto, il governo vacilla: le prossime settimane saranno cruciali nel rivelare le reali intenzioni dell’imam e della piazza.

(Luciana De Michele)

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