L’India ha un parlamentare africano

di Enrico Casale
Shantaram Siddi
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L’India, la più grande democrazia del mondo, avrà il suo primo parlamentare di origine africana. Si chiama Shantaram Siddi e appartiene alla comunità Siddhi cioè i discendenti degli africani che sono arrivati in India come mercanti o schiavi a partire dal XVII secolo. È una piccola comunità che conta non più di 50.000 membri ed è molto povera.

Siddi, un attivista per i diritti civili, è il primo laureato della suo gruppo etnico. Siederà nell’assemblea nello Stato del Karnataka, Stato a Sud-Ovest del subcontinente indiano. «Come parlamentare – ha detto appena ha saputo della sua elezione – continuerò a lavorare per i diritti delle minoranze dell’India».

Se la storia dell’Africa è arrivata ai vertici politici dell’India, quella indiana è da secoli che si intreccia con quella del continente africano. La comunità indiana è fortissima soprattutto nella regione sud-orientale dell’Africa. A favorire l’emigrazione degli indiani furono i colonizzatori britannici. Gran parte della diaspora arrivò infatti nel XIX secolo. I colonizzatori li usavano come come braccianti e, soprattutto, come operai. Esiste però una piccola minoranza di indiani che è l’erede dei commercianti che nei secoli è arrivata dal subcontinente indiano per acquistare e vendere merci e materie prime.

Attualmente in Africa ci sono circa tre milioni di indiani. La comunità più grande e ben radicata vive in Sudafrica (1.300.000 persone). Qui visse e lavorò per anni come avvocato anche il Mahatma Gandhi. La maggioranza vive dentro e intorno a Durban, che è la più grande città «indiana» fuori dai confini dell’India. Molti di loro hanno svolto un ruolo importante nella lotta anti-apartheid e hanno rivestito posizioni di potere nel post-apartheid.

Altra comunità molto forte è quella che vive in Kenya (110.000 persone). Una significativa migrazione indiana nel Kenya iniziò dopo la creazione del Protettorato britannico dell’Africa orientale nel 1895, che aveva forti collegamenti infrastrutturali con Bombay nell’India governata dai britannici. Molti indiani lavorarono (e moltissimi morirono) nella costruzione della ferrovia Mombasa-Nairobi. Attualmente, la maggior parte di essi si trova nelle principali aree urbane di Nairobi e Mombasa, una piccola minoranza vive nelle aree rurali.

Tribolata, invece, la storia degli indiani in Uganda (50.000 persone). Anch’essi furono portati dai colonizzatori britannici Nel 1972, l’allora presidente-dittatore Idi Amin, diede ai quasi 75.000 ugandesi di discendenza asiatica 90 giorni per fare le valige e lasciare il Paese. Questi indiani, che costituivano il 2% della popolazione, dovettero lasciare tutto e lasciare le loro proprietà agli ugandesi. Molti si trasferirono in Gran Bretagna, altri in Canada e negli Stati Uniti. Oggi, tuttavia, molti sono tornati. Nel 1992, sotto la pressione dei Paesi donatori e dei governi occidentali, il presidente ugandese Yoweri Museveni ha promosso una legge che consentiva agli asiatici di riacquistare le proprietà perdute.

Altre comunità vivono alle Mauritius (882.000 persone), a Reunion (220.000), in Mozambico (70.000), Tanzania (60.000) e Madagascar (25.000). Tra India e Africa ci sono ancora forti legami.

(Enrico Casale)

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