Libia, si ricomincia da Tripoli

di Enrico Casale

miliziani-libici-grandeI colloqui di pace continueranno a Tripoli. E, questa volta, alla presenza di tutte le componenti politico istituzionali. Lo hanno assicurato i leader libici dopo le due sessioni di incontri che si sono tenuti a Ginevra sotto l’egida della Nazioni Unite. Basterà la nuova tornata di colloqui a riportare la pace?
Difficile dirlo. Dopo la morte di Gheddafi nel 2011, il Paese nordafricano è caduto nel caos di una guerra civile che più che un conflitto è un tutti-contro-tutti. I due principali attori sul terreno sono il governo islamista di Tripoli e quello «laico» di Tobruk. Ma questi due esecutivi non controllano che poche porzioni del suolo nazionale. Chi comanda veramente sul terreno sono le milizie claniche che, come gli eserciti dei signori medievali, spadroneggiano sui propri «feudi» con la forza della violenza.

In questo quadro, la comunità internazionale non ha una visione chiara e univoca. Rovesciato il regime di Gheddafi, Stati Uniti, Gran Bretagna e Francia (i maggiori protagonisti dell’intervento contro il rais) non hanno saputo prendere il bandolo della matassa e favorire la riconciliazione internazionale. L’Italia, che tradizionalmente aveva un ottimo rapporto con Tripoli, è stata per qualche tempo messa in disparte, per poi essere richiamata in causa quando la situazione è progressivamente degenerata. Oggi Roma è l’unico Paese a tenere aperta una propria ambasciata in Libia. In ogni caso i Paesi occidentali viaggiano in ordine sparso sostenendo, a seconda dei propri interessi, gli attori politici locali che più fanno loro comodo.

Ad approfittare di questa situazione caotica sono i movimenti dell’estremismo islamico jihadista che in questi ultimi mesi hanno occupato ampie porzioni di territorio. Questa estate alcuni gruppi legati all’Isis hanno addirittura dichiarato la nascita di un califfato a Bengasi. Altri gruppi hanno effettuato azioni efferate in un rincorrersi in una spirale di violenza per dimostrare la propria capacità di interpretare in modo più radicale il verbo jihadista.

L’Onu è quindi diventato un attore importante per il Paese. L’inviato delle Nazioni Unite, Bernardino Leon, è riuscito a convocare una sessione di colloqui a Ginevra. Si è trattato di un primo tentativo di mettere insieme le diverse parti e farle discutere e riuscire a trovare una soluzione alla crisi. Si è parlato di federalismo come soluzione alla frammentazione. In realtà questa iniziativa, pur lodevole, non ha avuto un reale e convinto sostegno della comunità internazionale. È da questo appoggio che può emergere un piano che, partendo da una equa redistribuzione delle risorse e del potere, possa portare alla pacificazione. Se ne riparlerà a Tripoli.

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