«Le locuste minacciano l’Africa occidentale»

di Enrico Casale
locusta
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Dopo l’Africa orientale, gli sciami di locuste potrebbero attaccare l’Africa occidentale. A lanciare l’allarme è la Fao. In un rapporto pubblicato in settimana, l’organizzazione per l’alimentazione e l’agricoltura delle Nazioni Unite sostiene che le locuste del deserto continueranno a riprodursi in Etiopia, Kenya, Somalia, Sudan, ma a giugno «si formeranno nuovi sciami che migreranno nel Sudan attraverso il Sud Sudan» e rappresenteranno «un grave rischio per il Sahel». Contrastare questa minaccia non sarà né facile né immediato. Secondo Qu Dongyu, direttore generale della Fao, controllare la riproduzione e gli spostamenti delle locuste del deserto richiederà tempo e molti fondi.

Gli sciami si sono sviluppati grazie alle favorevoli condizioni meteo create dalle forti piogge e dai cicloni che si sono succeduti negli ultimi due anni. Questo clima ha dato vita a un ambiente ideale per la crescita rapida di questi insetti. Le locuste del deserto sono pericolose perché, tra le specie di questa famiglia di insetti, sono quelle che crescono più velocemente e quelle che hanno la maggiore capacità di distruggere vaste aree. In Kenya è stato avvistato uno sciame che si stima abbia circa 200 miliardi di insetti. Se si calcola che ogni insetto può mangiare cibo in quantità equivalente al proprio peso, un tale numero di insetti può divorare ogni giorno gli alimenti necessari a 84 milioni di persone.

Gli insetti hanno già distrutto centinaia e migliaia di ettari di colture in Africa orientale. Nel rapporto, la Fao teme che il numero di locuste possa crescere di 500 volte entro giugno e raggiungere 30 Paesi diversi.

Secondo il rapporto, per contrastare il fenomeno servirebbero almeno 320 milioni di dollari. «Abbiamo già raccolto molti fondi, ma la battaglia è lunga e gli sciami si stanno diffondendo in nuove aree – ha detto Dongyu -. È chiaro che non possiamo ancora dichiarare la vittoria. Minacce di questa portata raramente vengono neutralizzate in pochi mesi».

(Enrico Casale)

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