L’arte (e la fatica) di diventare uomini

di Diego Fiore
Samburu
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I giovani pastori samburu del Kenya devono affrontare un difficile percorso iniziatico che dura quattordici anni. Solo al termine di questo periodo, scandito da prove di coraggio e di vita selvaggia, verranno considerati veri guerrieri

Tra le orride sassaie che circondano il Lago Turkana, in Kenya, il vulcano Kulal si eleva fino ai 2380 metri di quota. È una barriera di pioggia: verso il lago rimane arido, mentre a est la foresta ricopre i suoi versanti umidi. In cima ci sono orchidee e nettarine (una sorta di colibrì – non le pesche) e orchidee, con il deserto tutt’attorno. Questo è il regno-isola dei Samburu del nord, pastori di vacche: più in basso non ci sarebbero né acqua né erba. Rappresenta anche l’unico mosaico di selva dove i giovani samburu possano diventare uomini secondo le regole.

Come farfalle

La foresta rappresenta lo stato liminale, sospeso, della vita dei guerrieri samburu, i moran (singolare morani). Essi devono vivere ferinamente, proteggendo e rubando bestiame. I guerrieri possono avere mille ragazze, ma nessuna deve rimanere incinta. I guerrieri devono però stare lontani dalle donne sposate. È loro impossibile farsi vedere mangiare carne o latte da una qualsiasi donna. Questo serve a tenerli lontani anche dalla madre, ributtandoli, belli e gagliardi, verso la “naturalità” preculturale della savana e della foresta. Si tratta di un percorso durissimo, che dura quattordici anni: l’intervallo tra due generazioni. Nel primo mese di preparazione, gli iniziandi si vestono di una lunga pelle nera e vanno a sopravvivere nella foresta, che fornirà loro il cibo. Hanno archi con frecce spuntate, con cui abbattono uccelli multicolori senza danneggiarne il piumaggio. Non li mangiano, infatti, ma li appendono ai capelli, sulla nuca. Un Samburu non rinuncerà mai all’eleganza, tanto che il nome con cui sono conosciuti pare derivi da “farfalla” (sampurumpuri), sia per il modo di muovere le mani di un morani, sia per la borsetta decorata di perline che esibisce con civetteria. Non fatevi ingannare, però: con la sua mazza, il rungu, è in grado di spaccarvi il cranio, se gli date fastidio.

Bellezza e poesia

Una mattina, sul Kulal, incontrai due iniziandi. La temperatura era inferiore ai 10 °C, l’umidità al 90% e il vento a quaranta nodi. I futuri moran se ne stavano accucciati e tremavano di freddo. Non li guardai neppure, stile samburu. Uno mi chiamò per nome. Sorpreso, guardai sotto la sua pelata artificiale e tra le carcasse d’uccellino. Era Kipsoi, uno studente di liceo di Loiyangalani, giù al lago. «Non ridere – disse – ma dammi qualcosa da mangiare». «Ah, no – risposi piccato –, il mangiare ve lo dovete procurare con arco e frecce, vero? E noi bianchi, me l’hai detto tu, da queste parti non dureremmo una notte. Le piume ti donano. Ciao».

Ogni maschio samburu diviene un guerriero, senza possibilità di esenzione: la circoncisione è il rito di passaggio che ne fa un pre-uomo, mentre il cosiddetto “moranato” è il periodo di servizio alla comunità che lo trasforma in uomo completo, in grado di sposarsi. Durante quel periodo il morani non è propriamente un “uomo”, ma un incontrollabile ammasso di nervi, adrenalina, muscoli, ferocia, ossessione per il rispetto, ambizione per l’impresa, coraggio, danza della trance, bellezza e poesia. Il tutto si ottiene, tuttora, come nella nostra adolescenza di un tempo: tramite bravate e prove al limite.

Taglio col passato

La circoncisione collettiva che chiuderà l’apprendistato è un’operazione da macellaio, eseguita con un coltello poco affilato: dura anche quattro minuti per candidato. È imperativo che l’iniziato non muova un solo muscolo per tutto il tempo, assistito da uno zio. Il terrore, caratteristico di ogni iniziazione, qui non è dato dal mistero o dal dolore, ma dalla potenziale vergogna. Ho sentito anziani commentare amaramente come due iniziandi cantassero la loro canzone in modo fiacco. «Sembrano aver paura di tremare», dicevano scuotendo la testa. Una cosa del genere avrebbe portato disonore a tutta la famiglia (struttura verticale di parentela per i Samburu) e alla classe di età di tutti i moran circoncisi assieme (struttura orizzontale di reciprocità).

I guerrieri, con l’iniziazione, entrano nell’universo dell’antropopoiesi, la “fabbrica” culturale dell’essere umano. Il moranato dura anni, ma ogni ragazzo sogna di poter cominciare da subito, al punto che Lemiso, un mio amico sedicenne in attesa della circoncisione, si travestiva con la stoffa rossa (shuka) e la corta daga al fianco, per darsi arie da guerriero e conquistare le ragazze. Naturalmente minacciai di sputtanarlo presso le fanciulle sedotte e i guerrieri autorizzati. Divenne grigio per il terrore e si offrì di servirmi in ogni modo, purché stessi zitto: «I moran mi farebbero letteralmente a pezzi».

Ansia da prestazione

Il punto è qui: tutti i maschi devono conformarsi agli ideali di forza e bellezza della cultura samburu. Gli standard di riferimento sono elevatissimi: ogni classe di età elegge un suo rappresentante, simbolo di tutto ciò che i ragazzi dovrebbero e vorrebbero essere. Costui è il più bello, il più coraggioso, il più amabile, il più poetico. È ammirato da tutti, in molti gli donano buoi di particolare bellezza, per rispetto; ogni componente della classe va da lui per avere un consiglio.

In una steppa dalle parti di Maralal, il centro principale della Samburu County, in una capanna ovoidale di sterco e fango, ho incontrato uno di questi superuomini. Si chiamava Kipayan e tutti volevano che diventasse un oloiboni, un veggente e leader spirituale. Bello, era bello, coraggioso chissà. Aveva occhi bianchi e spalancati. Mi disse con voce di falsetto che non sapeva se sarebbe stato all’altezza delle aspettative della sua classe d’età. Mi parve disperato per l’ipotesi di un fallimento. Difatti, la classe d’età, l’essere circoncisi tutti assieme in una cerimonia dai toni forti e indimenticabili, crea tra i moran un tale vincolo che, per esempio, nel caso di sterilità di un membro ormai sposato, un altro elemento della classe, eletto per i suoi meriti, sarà autorizzato a metterne incinta la moglie, senza che nessuno venga a sapere della di lui vergogna davanti a Dio e agli uomini (tale è considerata la sterilità, da gente che adora la vita affrontando la morte). Kipayan, pochi giorni dopo, fuggì dalla manyatta, il raggruppamento di capanne in cui vivono i guerrieri. Mi dicono che oggi si aggiri impazzito per la savana. O forse è in città, a sognare visioni di colla sniffata.

(testo di Alberto Salza – foto di Frederic Courbet / Panos / Luz)

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