La lezione dei San

di claudia
Tempo di lettura stimato: 7 minuti

Possiamo imparare qualcosa dai più antichi abitatori dell’Africa australe? Per migliaia di anni sono vissuti in simbiosi con la natura, imparando a conoscerla e a rispettarla. Poco o nulla è sopravvissuto della loro antica e affascinante civiltà. Il bagaglio di conoscenze dei San sarebbe in grado di fornirci preziosi insegnamenti ancor oggi

di Alberto Salza (storia) e Gianni Bauce (civiltà) – foto di Robin Utrecht / Afp

I Boscimani (propriamente, San) sono ritenuti la preistoria vivente, cacciatori-raccoglitori archeologici in un deserto a cespugli, il Kalahari, che pare la scenografia perfetta per il Primo Uomo sulla Terra. Eppure hanno un plafond culturale profondo, dal linguaggio complesso alla musica strumentale, che testimonia come abbiano vissuto la loro mutevole Storia fino a oggi, proprio come ha fatto ogni altra popolazione umana. Anzi, i Boscimani son partiti prima e meglio di molti altri.

Nomadi da spiaggia

Il loro Dna suggerisce che siano uno dei rami più antichi dell’evoluzione di Homo sapiens (200.000 anni fa). I fossili risalenti a circa 100.000 anni fa mostrano uomini moderni in un ambiente del tutto differente da quello che immaginiamo: lungo le coste tra Namibia e Sudafrica, enormi cumuli di conchiglie – resti di molluschi commestibili – parlano di una popolazione antropologicamente simile nel fisico ai Boscimani che però avrebbe ricavato dal mare il nutrimento. Erano “nomadi da spiaggia” (strandlopers). Una vita comoda, si direbbe, a confronto con la caccia e raccolta nel semideserto: rispetto all’inseguimento di un’antilope, non ci vuole molto a raccogliere un’ostrica, se non il coraggio di mangiarla la prima volta.

Gli antenati degli attuali Boscimani si presero il giusto tempo per illustrare il mondo dello spirito come percepito nelle visioni degli sciamani dopo la danza della trance, riempiendo di dipinti e incisioni le pareti dei ripari rocciosi di tutta l’Africa australe, dalle zone a clima mediterraneo del sud fino alle desolazioni del Namib (particolarmente ricchi i siti di Twyfelfontein e del Brandberg). Un ciottolo spezzato (art mobilier), proveniente dalla grotta Apollo 11 nel sud della Namibia, reca l’immagine di uno sciamano in trasformazione, mezzo uomo e mezzo felino, risalente a oltre 28.000 anni fa. È così che comincia la storia dell’Umanità moderna: con la registrazione su roccia.

Boscimani della Namibia in posa per un servizio fotografico. L’antropologo Alberto Salza ha raccontato la sua prolungata permanenza presso un gruppo di cacciatori-raccoglitori nel deserto del Kalahari in un articolo pubblicato su Africa 4/2016, “La mia vita tra i Boscimani”

Fossili viventi?

Questo mondo dello spirito venne frantumato dall’arrivo, da sud, dei coloni olandesi (boer significa “contadino”) e dei pastori bantu (nguni) da nord-est; agricoltori e allevatori: i distruttori del rapporto con l’ambiente. I Boscimani entrarono così nella Storia moderna giusto per essere sfrattati dalle spiagge e dai territori di caccia, e poi venire in gran parte sterminati come bestie.

A seguito dei boeri, tra il 1904 e il 1907 le truppe tedesche di occupazione della Namibia liquidarono il 75% dei Boscimani, in una prova generale della soluzione finale, campi di concentramento e marce della morte inclusi. Dopo la Prima guerra mondiale e l’arrivo dei britannici non andò meglio: l’ultimo permesso di caccia al Boscimane (sic) venne rilasciato in Sudafrica dal governo di Sua Maestà nel 1936. Le popolazioni che abitano oggi il Kalahari e la Namibia sono gruppi residuali del massacro. Negli anni a seguire, la Storia prese i boscimani a ceffoni: esproprio di territori per farne parchi naturali o riserve di caccia (la pratica va avanti ancora oggi, ma i Boscimani hanno avuto qualche vittoria legale tra il 2002 e il 2006); obblighi all’inserimento agricolo e alla sedentarizzazione; e marginalizzazione socio-etnica. Alla fine degli anni Sessanta, però, sui Boscimani calò l’antropologia: non ammazzò nessuno, ma segnò la fine della loro Storia. Centinaia di studiosi li portarono alla ribalta del mondo come “fossili viventi”: un potentissimo stereotipo antistorico.

Prigionieri della Storia

Ovviamente, perizoma, perline di uovo di struzzo e frecce avvelenate in mezzo alla boscaglia sono un modello visivo troppo ghiotto e praticamente impossibile da scacciare dalla fantasia di antropologi e turisti (numerosi dopo gli anni Ottanta). La Storia dei Boscimani, già modestamente abbigliati di stracci e surplus variopinti, da allora ha subito un intreccio inestricabile di preistoria e modernità.

Il rimbalzo tra Preistoria e Storia divenne evidente nella guerra di confine per l’indipendenza della Namibia (1966-1990). Il Sudafrica organizzò un battaglione di Boscimani con compiti di ricognizione e inseguimento dei “ribelli” che cercavano rifugio in Angola: si trattava di cacciatori-raccoglitori in divisa (alcuni divennero paracadutisti). «Hanno appreso alla svelta la guerra moderna – scrisse di loro il comandante C.J. Saunders –. La loro transizione dall’Età della Pietra alla modernità è una storia che non sarà dimenticata. Salutati come i “Gurkha d’Africa”, si son dimostrati secondi a nessuno».

Anche nel consumo di alcool. Il guaio, per loro, fu che i combattenti per la libertà della Namibia non gradirono essere inseguiti come antilopi e, al momento dell’indipendenza, ci si aspettava che non sarebbero stati teneri con i Boscimani militarizzati. Il Sudafrica tentò la via del “recupero etnico” insediandoli in siti preistorici. Il problema era che i Boscimani non sapevano più cacciare. Allora vennero chiamati gli antropologi a insegnare le antiche tecniche, in un circolo perverso. Da lì, diretto e mortale come una freccia avvelenata, arrivò il turismo. Travel News Namibia afferma oggi: «Nei nostri musei all’aperto, i visitatori possono apprendere il modo di vita originale delle popolazioni indigene, e parteciparvi: sono veri e propri “musei viventi”, il cui scopo è generare reddito per le comunità coinvolte e mantenere vive le culture in via di estinzione, tramite esibizioni di danze, strumenti musicali e costumi».

Già, dentro riserve e parchi naturali dove la caccia e la raccolta sono proibite, dove l’erba ha un verde innaturale, gli archi sono di legno fresco, i perizomi in pelle irritano lo scroto e le capanne sono improbabili. I fantasmi che vi appaiono sono certamente boscimani ma, altrettanto certamente, fasulli. In posa per il fotografo e per la Storia.

Un gruppo di Boscimani (bushmen, uomini della boscaglia), al confine tra Namibia e Botswana. L’antica società di cacciatori-raccoglitori dell’Africa australe fu sconvolta dall’invasione delle popolazioni bantu e dal successivo sbarco dei colonizzatori europei

Civiltà da riscoprire

I San erano un gruppo etnico nomade, organizzato in clan poco numerosi che si spostavano seguendo la disponibilità delle risorse ambientali. Vivevano di caccia e raccolta, la prima praticata dagli uomini con arco e frecce, la seconda appannaggio quasi esclusivo delle donne. Fino all’epoca recente, erano rimasti totalmente estranei al concetto di proprietà privata e ciò li rendeva una popolazione estremamente pacifica.

Come già accennato, gli antichi abitanti dell’Africa ci hanno lasciato in eredità una moltitudine di pitture rupestri. Sul granito levigato dall’erosione, centinaia di figure animali si mescolano a figure umane di cacciatori, raccoglitori e medium, raccontando l’antica storia di queste boscaglie e dei loro abitanti, che per un miracolo ha attraversato le epoche ed è giunta fino a noi. Ciò che colpisce maggiormente è lo straordinario realismo delle figure animali, rese con pochi e semplici tratti che tuttavia rendono inequivocabile la natura delle specie. Un particolare che rivela l’intima conoscenza degli animali da parte dei San e dei loro antenati. La fauna è stata infatti per millenni il loro principale alimento e contemporaneamente una fonte di pericolo, a causa dei numerosi predatori con cui competevano e condividevano l’habitat.

Rispetto della natura

Le figure umane seguono uno stile completamente diverso, tracciate con ingenua semplicità, quasi i San fossero più concentrati sul mondo che li circondava che su sé stessi. In effetti, l’utilizzo delle risorse si fondava per loro sul concetto che abuso significa esaurimento. e l’esaurimento delle risorse porta alla carestia, quindi alla morte. Così, la parsimonia regolava la vita quotidiana dei San: i cacciatori sceglievano accuratamente le loro prede anche in base alla dimensione, in modo da evitare l’abbattimento di un animale troppo grosso per essere consumato dal clan.

Le stesse danze e i canti di ringraziamento all’animale abbattuto, che aveva di fatto sacrificato la propria vita per alimentare quella del clan, ci raccontano un profondo rispetto per le risorse. Anche la spiritualità del mondo san s’intreccia indissolubilmente con le creature che circondano l’uomo: i medium, ad esempio, vengono spesso rappresentati con teste di animali e corpi umani, e alcuni animali impersonano il collegamento tra il mondo dei vivi e quello dei morti.

La mantide religiosa è per i San la rappresentazione terrena del Dio Creatore, incarnato non in un gigantesco elefante o in un potente leone bensì in un insetto. Quale messaggio può essere più esplicito di questa ardita iconografia?

Le tradizionali capanne dei San, oggigiorno sempre più rare. Tipici della lingua dei Boscimani sono i click, suoni schioccati con la lingua che caratterizzano gli idiomi dei primi abitatori dell’Africa meridionale

Modello sostenibile

Il concetto di utilizzo sostenibile delle risorse apparteneva ai Boscimani già da ben prima che il termine “sostenibilità” venisse rispolverato (badate bene, non “inventato”) dall’uomo moderno, per tentare di rimediare all’addomesticamento dell’ambiente e delle sue risorse operato attraverso l’agricoltura e l’allevamento.

Ai Boscimani appartiene l’abilità proverbiale della lettura delle tracce durante l’inseguimento di un animale, un’arte in cui l’impronta è solo il titolo in grassetto di un capitolo complesso scritto sul terreno da migliaia di dettagli che l’uomo moderno, ormai analfabeta, non è più in grado di scorgere. Ad essi appartiene l’abilità di utilizzare oggetti totalmente riciclabili, come il guscio dell’uovo di struzzo che, se opportunamente svuotato del suo contenuto (che viene consumato) attraverso un foro sulla sommità, può essere utilizzato come contenitore per l’acqua, la quale può in tal modo essere trasportata per lunghe distanze. La brace dallo sterco seccato di un bufalo può essere portata, avvolta in lembi di corteccia, per giorni, assicurando il fuoco ogni notte. Ai Boscimani appartengono i segreti medicinali delle erbe e delle piante che popolano le savane, e le punte delle loro frecce venivano avvelenate per renderle più efficienti, attraverso il lattice di alcune specie di euforbia.

Una cultura non scritta, fatta di riconoscimento, conoscenza e rispetto, che il declino e la progressiva scomparsa di questo popolo spazzerà drammaticamente via insieme a tutti i suoi segreti e alle sue preziose conoscenze. Così ci toccherà inevitabilmente, un giorno, riscoprirle con fatica, come abbiamo dovuto fare con il concetto di sostenibilità.

(Alberto Salza (storia) e Gianni Bauce (civiltà) – foto di Robin Utrecht / Afp)

Questo articolo è uscito sul numero 5/2020. Per acquistare una copia della rivista, clicca qui, o visita l‘e-shop.

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