Il teak, l’oro verde che alimenta la guerra civile del Sud Sudan

di claudia
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Il teak è un legno raro e pregiato, un patrimonio di cui il Sud Sudan è quotidianamente spogliato a beneficio di pochissimi sud sudanesi che lo investono molto spesso in armi. Costituisce una delle maggiori fonti di finanziamento dei gruppi armati che si sono combattuti durante la guerra civile, e che ancora oggi si combattono. Il giro d’affari complessivo è enorme. Questo “oro verde” arriva sui grandi mercati del mondo grazie a spregiudicate triangolazioni mercantili. E nemmeno l’Europa è immune da colpe

di Nicola Graziani (AGI)

La guerra civile ha un motore green e si alimenta di uno dei legni più pregiati al mondo, il teak. Il legno pregiato delle piantagioni e delle foreste del Sud Sudan, dove opera Christian Carlassare, il vescovo italiano ferito da un gruppo di guerriglieri dinka, è razziato illegalmente in grandi quantità e costituisce una delle maggiori fonti di finanziamento dei gruppi armati che si sono combattuti durante la guerra civile – terminata ufficialmente con un accordo firmato nell’agosto del 2018 – e che ancora oggi si combattono in diverse zone del paese.

Ai saccheggi, scrive il sito Nigrizia, ha partecipato e partecipa anche l’esercito nazionale. Particolarmente instabile e insicura è la regione dell’Equatoria, proprio quella dove si trovano le vastissime aree forestali e le imponenti piantagioni di teak, essenza di origine asiatica – introdotta nel paese dagli inglesi in epoca coloniale – che in Sud Sudan ha prosperato. Ѐ un patrimonio di cui il Paese è quotidianamente spogliato a beneficio di pochissimi sud sudanesi che lo investono molto spesso in armi. Ricavano comunque dal traffico ben poco rispetto all’enorme giro d’affari complessivo di cui si avvantaggiano soprattutto commercianti internazionali.

“Foreste per ladri”

La raccolta illegale del legname è talmente diffusa in Sud Sudan che The Elephant – una piattaforma digitale africana che pubblica approfondite analisi su questioni che riguardano il continente – titola un articolo sull’argomento: Foreste per ladri. Secondo le autrici dell’inchiesta, Romy van der Burgh e Linda van der Pol, il legname pregiato sud sudanese, e in particolare il teak, è una facile preda perché il paese, indipendente dal luglio del 2011 e precipitato in una disastrosa guerra civile nel dicembre del 2013, non si è ancora dotato di una legislazione atta a gestirne e difenderne la coltivazione e il commercio.

Negli ultimi anni i trafficanti di legname hanno rivolto un’attenzione particolare al Sud Sudan perché vi si trovano le piantagioni più vecchie, produttive ed estese dell’Africa. Riserve ingentissime a cui, in linea di principio, non sarebbe proibito attingere. Ѐ invece sottoposto a restrizioni il teak proveniente dalle foreste dell’Asia meridionale, di cui l’albero è originario. Per l’importazione nei paesi europei, ad esempio, si deve dimostrare unicamente che il legname proviene da una filiera legale. Ma il 90% del teak sud sudanese è raccolto e commerciato illegalmente. E dunque, scrive Nigrizia, bisogna mascherarne l’origine, obiettivo facilmente raggiungibile dato lo scarso controllo del territorio da parte dei governi della regione e la diffusa corruzione dei loro funzionari.

Il teak, uno dei legni più pregiati al mondo (fonte: Nigrizia)

Le due autrici dell’inchiesta si sono finte interessate ad acquistare e importare in Europa una partita di teak e hanno contattato una delle numerose pagine Facebook delle ditte che lo commercializzano. Per aggirare le restrizioni poste dalla legislazione europea, la soluzione proposta da una compagnia è stata la seguente: «… facciamo rifornimento in Sudan (Sud Sudan, ndr). Ma possiamo fare un certificato di origine dall’Uganda, dal Congo o da dove vogliamo. Diamo qualcosa ad un funzionario e possiamo avere le dichiarazioni di origine che vogliamo». La “ripulitura” definitiva del legno avviene attraverso il trasporto illegale in uno dei paesi confinanti, Uganda soprattutto, e l’esportazione in India che è anche un paese produttore e dunque può commerciarlo sul mercato internazionale senza destare sospetti.

Anche il viaggio del legno viene descritto dettagliatamente attraverso le parole del rappresentante della ditta contattata: «Prendiamo il teak dal Sudan, che ci arriva attraverso l’Uganda. A Kampala riempiamo i container che poi partono per il porto di Mombasa (in Kenya) dove lo imbarchiamo per l’India …» che ne lavora annualmente la maggior quantità al mondo e poi ne esporta i prodotti finiti.

Secondo dati delle dogane indiane, acquisiti dalle autrici dell’articolo, nel 2019 un centinaio di compagnie hanno trasportato in India teak la cui origine è quasi sicuramente sud sudanese. Sono state registrate in arrivo circa 500 navi con un carico complessivo di 20mila metri cubi di legname per un valore ufficiale stimabile in 12 milioni di euro. Le stime sono confermate da ricerche più approfondite. Secondo quelle dell’organizzazione americana C4ADS, specializzata nell’acquisizione e analisi dei dati provenienti da paesi in conflitto, ogni anno sarebbero commercializzate ben 100mila tonnellate di teak sud sudanese; il 73% arriverebbe in India.

Questioni di etichetta

Anche i paesi confinanti hanno responsabilità nel commercio illegale del teak sud sudanese. In Kenya e in Uganda si contano almeno 120 ditte che si occupano di commerciare legname, con ogni probabilità sud sudanese. Alcune vendono direttamente in Europa. Non essendoci una legislazione che regolamenta il mercato di origine, il legname riceve un’etichetta nel paese di transito.

Ѐ chiaramente il primo tentativo di mascherarne la provenienza illegale, perché né Kenya né Uganda producono teak. Spesso, inoltre, il teak sud sudanese viene mischiato con legname proveniente da paesi dove la raccolta e commercializzazione sono legali. Secondo l’Interpol, il mischiare legname di diverse provenienze è lo stratagemma più diffuso per mascherarne il traffico illegale. Secondo stime dell’Onu, il Sud Sudan potrebbe raccogliere tasse per circa 50 milioni di dollari all’anno se riuscisse a controllare il mercato del legname pregiato. Invece, ne riceve tra l’uno e i due milioni solamente.

Per questa spoliazione, neppure l’Unione europea parrebbe essere esente da responsabilità. Il regolamento per la commercializzazione del legname (European Union Timber Regulation), introdotto nel 2013, è rimasto largamente inapplicato o è stato facilmente aggirato a causa di alcune falle, della complessità delle norme e della mancanza di controlli. Sta di fatto, scrive Nigrizia, che si contano sulle dita di una mano le multe per l’importazione di legname di cui non è chiara la filiera di provenienza, mentre il mercato europeo è pieno di prodotti di legno pregiato a buon mercato, in gran parte proveniente dall’India. Anzi, dice l’articolo citato, negli ultimi anni l’importazione è di molto aumentata.

Comunque si registrano piccoli segni di un cambio di passo. Nei giorni scorsi sono stati arrestati nello stato sud sudanese dell’Equatoria orientale sei ugandesi che stavano tagliando illegalmente legname pregiato. La denuncia alle autorità competenti era arrivata da contadini che stavano lavorando i campi nelle vicinanze. Le comunità, informate da un lavoro capillare delle organizzazioni della società civile, sperimentano ormai sulla propria pelle i problemi dovuti alla deforestazione e alla razzia delle risorse naturali e cominciano a difendersi.

(Nicola Graziani – AGI)

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