La fotografia geometrica di Koto Bolofo

di Diego Fiore
Koto Bolofo
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Chi volge la propria attenzione all’arte e agli artisti africani ha spesso un’aspettativa non esplicitata che rivela però un forte pregiudizio: senza chiedere tamburi e leoni, ci si aspetta che l’artista si occupi comunque di cose africane. Ecco allora il disappunto quando ci si imbatte nelle opere concettuali di un Meschac Gaba o di un Maurice Pefura (che in realtà toccano vissuti personali dotati anche di forti legami storici e geografici, ma non lo dichiarano platealmente). Un discorso analogo può essere fatto per il fotografo Koto Bolofo. Sudafricano, nato in Lesotho e cresciuto in Inghilterra, dove i suoi si erano rifugiati per motivi politici, è un professionista affermato nel campo della moda ed è stato tra i primi a essere preso in considerazione quando il fashion system internazionale ha deciso di guardare allo stile africano.

Bolofo, classe 1959, ha saputo distinguersi però anche per il suo impegno. Come regista ha realizzato, per esempio, diversi documentari di denuncia dell’apartheid, contribuendo alla definizione di un’altra immagine dell’Africa. Ma senza accettare di farsi confinare sullo “scaffale” etnico o antirazzista. Il suo ultimo volume fotografico, One Love. One Book, è, non a caso, un omaggio alla casa editrice tedesca Steidl (con cui pubblica spesso) e all’editoria come pratica artigianale e ricerca di qualità. Attraverso una serie di scatti, puliti e quasi geometrici, a colori e in bianco e nero, racconta il modo di lavorare e di fare cultura di Steidl. È fotografia africana questa? Per noi è la conferma che gli africani fanno fotografia a livelli altissimi, spaziando tra i settori, e che distinguere tra arte africana e arte tout court è insensato e antistorico.

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