“Italiani” a Dakar

di claudia

Il Senegal sta attraversando una delicata crisi politica e sociale, con tensioni che nelle scorse settimane hanno dato luogo a proteste e scontri di piazza. In questo Paese vivono stabilmente 2.600 italiani e numerosi ex emigrati che dopo anni trascorsi nel Belpaese hanno deciso di ritornare a casa. Per avviare un’impresa o ritrovare l’amore.  Una mostra fotografica ha immortalato le loro storie, che vi sveliamo in questo articolo.

testo di Stefania Ragusa – foto di Marco Gualazzini

Può succedere, in giro per Dakar, di vedere qualcuno sfrecciare in sella a un vecchio scooter delle Poste Italiane. Può capitare anche di imbattersi in ragazzini con la maglia del Milan o della Juve. Al di là di questo, è improbabile trovare segnali marcatamente “fisici” di una presenza attuale o trascorsa del nostro Paese. Ecco perché, iniziando a lavorare alla mostra Questa è la mia terra – Fi moy sama suuf – C’est ma terre, commissionatagli dall’Istituto italiano di cultura che di recente ha riaperto i battenti nella capitale senegalese, Marco Gualazzini ha avuto un attimo di spaesamento. La “consegna” era mostrare il legame tra Italia e Senegal in loco, attraverso una narrazione visuale degli ambienti e delle relazioni.

Comunità sommersa

«In Eritrea, in Etiopia o in Somalia sarebbe stato semplice», osserva il fotografo, che è un abituale collaboratore di Africa e che nel 2019 si è aggiudicato il World Press Photo. «Tracce italiane sono presenti ovunque: dall’architettura alla toponomastica. Qui sono tangibili, eventualmente, i lasciti francesi. La relazione con l’Italia è forte ma recente, e non ha segnato il paesaggio». Tutto è cominciato, infatti, con le migrazioni di fine anni Ottanta. In Italia sembravano esserci delle opportunità, le maglie per l’ingresso non erano strette e la lingua, facile perché simile al francese, aveva il pregio di non essere quella dei colonizzatori. Il legame è diventato via via più saldo e, soprattutto, bidirezionale. Ci sono oltre centomila senegalesi residenti oggi nella penisola, ma risultano anche 2600 italiani iscritti all’Aire e stabilmente residenti nel Paese africano.

«Sono imprenditori, operai, insegnanti, professionisti, artisti, impiegati. Diversi hanno un compagno o una compagna senegalese e hanno scelto di vivere qui per ragioni famigliari», spiega la direttrice dell’Istituto italiano di cultura, Cristina Di Giorgio. «L’elemento comune, se vogliamo trovarne uno, è che si tratta di una comunità che in larga parte parla wolof e ha voluto e saputo entrare in una relazione autentica con le persone e il territorio».

Anime meticce

La mostra, che è stata inaugurata a febbraio nella sede dell’Istituto e che auspicabilmente sarà portata anche altrove, intendeva sottolineare proprio questo aspetto, oltre a documentare l’esistenza nel Paese di una vivace classe media. «Nelle narrazioni sull’Africa questo segmento sociale non trova infatti facilmente spazio – prosegue Di Giorgio –. Il fotografo è stato veramente bravo: è andato al cuore delle storie cogliendole nella loro irripetibile dimensione spaziale e temporale. L’assenza di elementi esterni riferiti all’italianità è diventata quindi irrilevante». Ogni scatto, in questo racconto contemporaneo e italo-senegalese, è come un capitolo, una sintesi compiuta che dà conto dei soggetti fotografati, della loro realtà e delle scelte di vita. La doppia appartenenza non rimanda alla sofferenza di anime divise in due, ma piuttosto alle potenzialità delle menti meticce, biculturali. Le storie selezionate, complessivamente quattrodici. Meriterebbero un reportage.

«La prima persona che ho incontrato, e che mi ha dato anche molti suggerimenti utili, è stata Chiara Barison», racconta Gualazzini. Chiara è una sociologa, che una decina di anni fa è andata in Senegal per un progetto di ricerca e ha scelto di fermarsi. Si è “fatta” senegalese senza smettere di essere italiana e, soprattutto, senza cadere mai nelle trappole dell’afro-entusiasmo, quella visione idealizzata e semplicistica dell’Africa che è spesso l’anticamera di cocenti delusioni e, ahimè, di paradossali svolte razziste. Ha gestito un negozio al mercato di Sandaga, il più grande della capitale. Poi ha insegnato all’università e oggi lavora come giornalista e conduttrice per la tivù di Youssou N’Dour. Ha fatto quello che potremmo definire un percorso di migrazione al contrario, guadagnandosi sul campo il rispetto delle persone. Oggi è un volto televisivo noto e Gualazzini l’ha fotografata in studio.

Africa, Senegal, Dakar. Chiara Barison, decide di trasferirsi definitivamente in Senegal nel 2010, dopo avere fatto la pendolare per anni. Conduce una rubrica sua, che tratta prevalente il discorso della integrazione, nella tv TFM di Youssou N’Dour

Osare il ritorno

L’immagine scelta per pubblicizzare la mostra ritrae invece una famiglia in cammino: sono Moussa Badji, sua moglie Cinzia Galliani, sposata nel 2011, e la figlia Zeina, che nello scatto ha appena 7 mesi. Hanno aperto un B&B a Toubab Dialaw, una delle mete più gettonate nei fine settimana dai dakarois, e Moussa, che ha un passato da portiere di football, ha dato vita a una accademia per calciatori.

Karounga Camara è stato fotografato durante un intervento in una sala conferenze a Diamniadio, la città modernissima e avveniristica costruita per attenuare la congestione di Dakar. Prima di emigrare in Italia, insegnava matematica. Dopo sette anni a Milano stava pensando di farsi raggiungere dalla moglie e dai figli. Due cose gli hanno fatto cambiare idea: la morte della madre, che lo ha sorpreso lontano da casa e impossibilitato a partire per darle l’ultimo saluto, e una conversazione in metrò. Un signore con cui si era messo a parlare gli disse: «Voi siete qui e intanto l’Africa si trasforma. Quando tornerete rischierete di scoprirvi migranti nel vostro stesso Paese. Pensateci». Karounga ci ha pensato e ha deciso di tornare, programmando con cura e metodo il rientro. Su questo ha scritto un libro, Osare il ritorno (Celid), un manuale pratico che si rivolge ai suoi connazionali. Adesso vive a Thiès, la sua città d’origine, fa l’imprenditore e fornisce consulenze ai senegalesi che scelgono di rientrare.

Destini incrociati

Federico Ababacar Putelli è un sassofonista di origine veneta che si è convertito all’islam ed è entrato nella confraternita murid. Vive a Dakar da cinque anni. Gualazzini lo ha fotografato durante la preghiera del venerdì nella moschea nota come Massalikul Jinaan, che vuol dire “I sentieri del Paradiso”. Corinna Francesca Flora è nata in Egitto ma è di famiglia sarda, ha studiato antropologia alla Soas di Londra e risiede a Dakar dal 2015. È arrivata in modo un po’ casuale, su suggerimento di un amico. Ha fatto uno stage presso un’associazione locale e, alla fine, è rimasta qui. Conduce una sorta di doppia vita: copywriter di giorno, per guadagnarsi da vivere; cantante di sera, per passione e per divertimento. E oggi è conosciuta e riconosciuta soprattutto in questa veste.

Riccardo Cappelletti insegna Sociologia dei diritti umani all’Università Cheikh Anta Diop di Dakar. Dalla sua cattedra gode di un osservatorio privilegiato: il mondo accademico e la meglio gioventù, non solo senegalese. Ci sono studenti che vengono anche da altri Paesi africani. Cambérène Fallou Diouf risiede in Italia da quindici anni. Fa l’addetto alla sicurezza, come molti altri suoi concittadini. È un ex lottatore. La lotta in Senegal è lo sport più popolare e amato. È normale incontrare al tramonto gruppi di atleti che si allenano sulle spiagge che lambiscono Dakar. Quando torna a casa in vacanza (succede almeno una volta l’anno), è normale incontrare lì anche Cambérène, che coltiva la sua antica passione.

Maria Laura Mastrogiacomo è conosciuta da tutti come Lala. È in Senegal dal 1979, ossia da ben prima che iniziasse il flusso migratorio verso l‘Italia. Ha viaggiato e lavorato anche in altri Paesi africani, in Rwanda e Mozambico. Pediatra e sociologa, è sposata con Abdoulaye Mbow, dal quale ha avuto 5 figli e 10 nipoti.

Africa, Senegal, Dakar. Federico Putelli, musicista, Murid, vive in Senegal da 5 anni. Federico durante la preghiera del venerdì nella moschea «Massalikul Jinaan» («I sentieri del paradiso») di Dakar, la più grande moschea d’africa.

Storie migranti

Vieux Ahmed Preira, ha lavorato in Italia dal 1998 al 2008. Nel 2003 ha sposato una ragazza italiana, Francesca Piatta, insieme hanno vissuto in Marocco e poi si sono stabiliti in Senegal. Hanno due figlie, di 12 e 4 anni. Ahmed è un cuoco professionista e a Dakar ha avviato un laboratorio di pasta fresca e primi pronti, consegnati attraverso una piattaforma di e-commerce. Il piatto forte sono le lasagne. Da qui il nome, Mr. Lasagna.

Saliou Mbacke in una vita precedente aveva un nome italiano, ma, dopo la conversione all’islam e la scelta di vivere a Touba, città santa del muridismo, lo ha dimenticato. Nella vita precedente faceva il camionista. In quella attuale è un talibé, un discepolo del Grand Marabout, e vive nel più grande rispetto della sua scelta religiosa. Ha una moglie senegalese che, all’occorrenza, però è pronta a preparagli un piatto di spaghetti.

Padre Emanuele Zanaboni, dell’ordine Fatebenefratelli, è originario di Codogno e da 38 anni risiede a Saint-Louis, l’antica capitale dell’Africa coloniale francese. Vi ha avviato una scuola professionale, aperta a cristiani e musulmani, in cui viene trasmessa anche l’arte del presepe. Karou Diaw ha vissuto vent’anni a Bergamo, dove nel 2001 ha spostato Ginevra Oliverio. Hanno 6 figli: Malick, Marianna, Demba, Yuri, Cassandra, Kumba. Nel 2015 è tornato in Senegal con tutta la famiglia. A Thiès ha creato un’azienda, la Dms, che si occupa del riciclo dei rifiuti di plastica (vera piaga anche per questo territorio) e dello sviluppo di materiali sintetici sostenibili.

Anche Yassine Kane vive a Thiès. Nel suo caso il legame con l’Italia è rappresentato dal marito, Mbaye, emigrato dal 2006. Gualazzini l’ha ritratta in un momento di vita quotidiana, a casa, con la nipotina di 3 anni, Hadi. Adama Kan ha vissuto in Italia dal 2006 al 2016. Ora a Dakar insieme al fratello ha avviato un’attività di noleggio di automobili. Quando gli si chiede che lavoro facesse prima di rientrare, risponde con una certa soddisfazione: «Il vu’ cumprà».

(Stefania Ragusa – foto di Marco Gualazzini)

Questo articolo è uscito sul numero 4/2020 della rivista. Per acquistarlo clicca qui o visita l’e-shop

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