Il primo film girato nell’Africa subsahariana da un regista africano

di claudia

di Annamaria Gallone

Oggi vi parliamo del cortometraggio “Borom Sarret” (1963) del celebre regista senegalese Sembène Ousmane, che il 1 gennaio avrebbe compiuto cento anni. La sua opera prima è di importanza storica perché si tratta del primo film girato nell’Africa subsahariana da un regista africano, che ha voluto denunciare, in questo racconto per immagini, la ghettizzazione delle metropoli africane. Un vero messaggio del regista alla sua gente.

Mantengo la mia promessa e vi parlo oggi di un’opera di Sembène Ousmane di grandissima importanza perché è il primo film girato nell’Africa sub sahariana da un regista africano. Qualche mese fa è stato programmato su RAI 3.

Si tratta di BOROM SARRET, un cortometraggio del 1963, opera prima dello scrittore che passa dietro la camera per parlare alla sua gente. Vincitore del Premio Opera Prima al Festival di Tours, il film narra, in un luminoso bianco e nero, la giornata di lavoro di un povero carrettiere di Dakar, che trasporta a richiesta merci e persone. I clienti sono molti, ma la maggior parte di loro non ha i mezzi per pagarlo. Per il pranzo il poveraccio si accontenta di una noce di cola, sperando che gli dia un po’ di energia per il suo lavoro faticoso e dona tutto ciò che ha ricavato durante la mattina ad un griot perché gli canti le storie dei suoi antenati. Inaspettatamente nel pomeriggio gli si presenta un ricco cliente che gli chiede di portarlo nei quartier alti, dove vive la borghesia.

Il carrettiere rifiuta, perché sa che non ne ha diritto, ma l’uomo insiste, promettendogli molti soldi e alla fine il poveraccio cede alla lusinga di un vero guadagno. Sembène ci mostra il cambiamento d’ambiente con gli edifici della zona residenziale, ma all’improvviso compare la temuta polizia che senza pietà gli sequestra il suo unico mezza di lavoro, il carretto. Il disgraziato si allontana con il suo ronzino, senza nemmeno essere pagato, pensando come farà a sfamare la sua famiglia.

Il regista inserisce, in una struttura lineare che utilizza i codici del realismo, immagini e personaggi simbolici, innalzando a metafora il racconto della quotidianità e riuscendo ad esprimere con grande potenza espressiva la condizione di sfaldamento e ricerca dell’uomo africano post indipendenza. Durante il suo lavoro il protagonista incontra personaggi che simboleggiano due sistemi di valore opposti. I poveri della Medina sono solidali ed empatici con lui, mentre i residenti del Plateau e della società senegalese “occidentalizzata” non hanno per lui nessuna comprensione, solo un sentimento di spregio. Sembène sottolinea la diversità dei due mondi anche con i movimenti della macchina da presa che si muove orizzontale sulle povere abitazioni della Medina e verticale sui grattacieli del Plateau. Il suo scopo è quello di denunciare, con un linguaggio di poesia, la ghettizzazione delle metropoli africane.

In questo cortometraggio risalta in modo icastico tutto il messaggio delle sue opere letterarie e dei suoi film: la condanna della colonizzazione che ha privato l’Africa non solo dei suoi beni, ma anche della sua dignità.

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