I motociclisti-indipendentisti di Maputo

di Marco Trovato
Tempo di lettura stimato: 5 minuti

Easy Rider dal Biafra a Maputo. Nella capitale mozambicana c’è un singolare club di centauri che inneggia alla secessione del Sud-est nigeriano. Rombi di motori e rivendicazioni politiche. È il curioso connubio che cementa i Madodas Riders, seguaci di un motoclub unico nel suo genere, composto da biker per lo più di origine nigeriana. Un piccolo, interessante caso di integrazione interafricana

testo e foto di Marco Simoncelli

«Quando passi la vita in sella a una moto capisci il significato e il valore della parola “libertà”». Samuel Ogbeide sta pulendo le cromature della sua enorme moto parcheggiata in un cortile del vecchio quartiere di Mafalala, nella capitale del Mozambico, a poca distanza dall’enorme rudere della vecchia arena per la corrida costruita dai portoghesi. «Ovunque ti trovi nel mondo, se incontri un altro biker, diventa subito tuo fratello. E qui al bar abbiamo creato una grande famiglia», dice indicando con lo sguardo un gruppo di persone intente a chiacchierare di fronte al suo locale, abbigliate con pantaloni e guanti in pelle, bandane, stivali e gilet pieni di toppe e borchie.

Samuel, nigeriano di 41 anni, è uno dei membri più anziani e influenti del gruppo di biker mozambicano Madodas Riders, ma è prima di tutto il proprietario del “Biafra Bar”, il principale punto di ritrovo dei motociclisti-indipendentisti di Maputo.

Un club speciale

Il gruppo di centauri sfreccia, facendo rombare i motori, fra le strade sterrate dei quartieri periferici di Maputo con occhiali da sole, catene al collo e caschi variopinti. La gente e soprattutto i giovani al bordo delle strade osservano stupefatti quei bolidi modificati con pezzi di ricambio di ogni genere. Non si tratta certo delle Harley-Davidson che si vedono correre sulla Route 66 degli Stati Uniti, ma di moto di seconda o terza mano elaborate a opera d’arte. Sui loro avambracci, poi, non ci sono veri tatuaggi, bensì maniche di tessuto sintetico colorate. L’illusione è comunque perfetta e i loro modi di fare non li smentiscono.

Hanno sempre in mano una bottiglia di birra, non stanno mai a più di dieci metri di distanza dalle loro moto, hanno un loro codice d’onore e sono piuttosto irascibili. Al di là della singolarità di vedere i Madodas Riders nei sobborghi più poveri di una città dell’Africa subsahariana, questi centauri rappresentano qualcosa di ancor più curioso: alcuni di loro indossano maglie con la bandiera della Repubblica del Biafra, lo Stato secessionista che si dichiarò indipendente dalla Nigeria tra il 1967 e il 1970, facendo scoppiare un conflitto che causò milioni di vittime. Gran parte dei componenti del gruppo sono infatti nigeriani di etnia igbo, esiliatisi a causa della repressione nigeriana ed emigrati in Mozambico, dove fanno parte di una comunità di circa 3000 persone che vive a Maputo.

Bar Biafra

«Quando sono arrivato qui dopo aver passato un periodo in Italia, a Torino, ho deciso di aprire questo posto, non solo per vendere le mie bevande artigianali ma anche con l’intento di farlo diventare un punto di ritrovo per la nostra comunità», conclude Samuel, mentre serve da dietro il bancone del suo locale tappezzato di bandiere rosse, nere e verdi con il sole nascente e di scritte “Biafra libero” o “Lunga vita al Biafra”.

Il Bar Biafra è al centro di un piccolo quartiere di attività e negozi gestiti quasi esclusivamente da Igbo. Sono per lo più meccanici, venditori di pezzi di ricambio per auto, attrezzi o elettronica di seconda mano, e poi piccole locande tappezzate di bandiere biafrane dove tutti parlano igbo, non il ronga o il portoghese. «Nel nostro gruppo non ci sono problemi di razza, cultura o religione. Siamo tutti accomunati dall’amore per la moto e ci riuniamo qui almeno una volta ogni due settimane», dice, seduto sulla sua moto fuori dal locale, Kota Sebas, mozambicano, leader dei Madodas Riders. «Siamo nati ufficialmente circa cinque anni fa per condividere la nostra passione e fare anche opere benefiche per la comunità di cui anche i biafrani fanno parte. Noi appoggiamo la loro causa per un’Africa in pace».

Rombi di secessione

Il Bar Biafra non è solo il covo dei centauri di Maputo, è anche il principale centro di riunione della cellula mozambicana dell’Indigenous People of Biafra (Ipob), l’organizzazione secessionista del Biafra sparsa per tutto il mondo e dichiarata terrorista da Abuja nel 2017. Il movimento è presente in Nigeria e all’estero fra i membri della diaspora che fanno manifestazioni e propaganda attraverso l’emittente web Radio Biafra, basata nel Regno Unito, e raccolgono fondi per la loro causa: l’indipendenza della Repubblica del Biafra da conseguire tramite referendum.

Il leader dell’Ipob, Nnamdi Kanu, è stato arrestato più volte dal governo nigeriano, poi è scomparso e si è rifatto vivo lo scorso ottobre in Israele e ora si troverebbe a Londra, da dove mantiene viva la lotta. «In tutto il mondo, se incontri un nigeriano, due su tre è un biafrano. Siamo tutti costretti a scappare dalla nostra terra perché il governo ci perseguita, ci reprime e ci emargina da sempre sottraendoci le nostre ricchezze», spiega Innocent Mmeka, coordinatore nazionale dell’Ipob in Mozambico, riferendosi al petrolio del Delta del Niger.

Anche Amnesty International negli ultimi anni ha denunciato esecuzioni, torture e trattamenti degradanti ai danni dei biafrani. Edwin Chibuzo Ogu, coordinatore dell’Ipob per Maputo, seduto al bar ci tiene a sottolineare: «La nostra cellula è molto attiva in questa regione anche perché ci siamo integrati molto bene con i nostri fratelli mozambicani, che ci permettono di manifestare pacificamente durante le nostre commemorazioni».

Lo testimonia ciò che avviene ogni anno il 30 maggio a Maputo. In occasione dell’anniversario della dichiarazione d’indipendenza del Biafra, il movimento organizza una serie di eventi nei sobborghi della città, e di fronte al Biafra Bar si riuniscono anche i Madodas Riders con indosso i colori del Biafra, mozambicani compresi, che poi si esibiscono in una parata cittadina a suon di clacson, sgasate e sgommate.

Origini oscure

Vien da chiedersi come mai una così numerosa comunità di nigeriani, in larga parte igbo, si sia insediata proprio in Mozambico, Paese lusofono situato all’altra capo del continente. I membri più anziani della comunità sostengono che i primi biafrani giunsero a Maputo dopo la capitolazione della Repubblica del Biafra, 1970, perché qui avevano legami e amicizie.

In effetti, durante il conflitto il Portogallo di António Salazar era stato fra i più importanti alleati del Biafra, fornendo ai secessionisti supporto economico e militare. C’è dunque un collegamento tra l’arrivo di Igbo in Mozambico, allora colonia portoghese, e il supporto di Lisbona al Biafra durante il conflitto? Yussuf Adam, professore di Storia contemporanea all’Università Eduardo Mondlane di Maputo, non si sente di escludere a priori questa ricostruzione: «È una storia plausibile, ma non ci sono prove». Il suo collega Luis Sarmento sostiene invece che la diaspora biafrana «arrivò più tardi, dopo essersi dapprima stabilita nel vicino Sudafrica».

Anche se non fosse andata così, l’ipotesi resta affascinante, come lo è vedere Samuel e i suoi centauri sfrecciare con le loro moto fra le baracche dei quartieri.

(questo articolo è stato pubblicato sul numero 4/2019 della Rivista Africa, disponibile in formato pdf e in vendita nell’eshop. Per abbonarsi alla rivista, clicca qui)

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