1960, l’anno dell’Africa

di Marco Trovato
Tempo di lettura stimato: 4 minuti

Prosegue il nostro viaggio storico nella stagione d’oro delle indipendenze africane. Sessant’anni fa veniva ammainato un gran numero di bandiere delle “madripatrie” europee. E tutta l’Africa cantava: Indépendance Cha Cha. Che anno, magico, il 1960, per gli africani! Che sogno! Ci si arrivò quasi correndo, senza pensarci, senza prudenze, senza rimpianti né retropensieri, quasi col fiatone. Tutto sarebbe andato bene, pensava il continente

di Mario Giro

In quell’anno il cielo era limpido: l’Africa prendeva in mano sé stessa. L’aveva dichiarato Sékou Touré accanto a De Gaulle –prendendolo alla sprovvista – a Conakry nel 1958: la Guinea «preferisce la povertà nella libertà all’opulenza nella schiavitù!». E il Paese divenne subito indipendente votando “no” al famoso referendum sulla comunità franco-africana. Parigi gliela giurò.

In quel momento tutti avevano creduto che era giusto così. D’altra parte il ghanese Nkrumah non aveva forse dichiarato già nel 1956: «Africa must unite»? Ci saremmo aiutati a vicenda, pensavano gli africani. Il sogno panafricano era molto forte e sembrava l’unica via percorribile.

La musica dell’indipendenza

A nessuno, ma proprio a nessuno sarebbe venuto in mente, in quel momento, di pensare che quel libero sindacalista, che era stato sindaco di Conakry, l’organizzatore del primo sciopero di Guinea, che aveva avuto il coraggio di sfidare addirittura Le Général, mito di ogni africano, qualche anno dopo sarebbe divenuto un dittatore feticista spaventato, circondato da negromanti, che avrebbe mandato a morte i suoi ex compagni di lotta facendoli crepare di fame nel camp Boiro.

Miss Independence sfila per le strade di Lagos, Nigeria

Ma in quel 1960 era tutta una festa. La comune colonna sonora era Indépendance Cha Cha del Grand Kallé (così si faceva chiamare il padre della musica congolese, Joseph Kabasele Tshamala): il cha cha dell’indipendenza che si danzava in tutte le balere africane ma veniva dal Congo. Sempre il Congo la mecca della musica africana …!

Il congolese Patrice Lumumba pareva una dei migliori rappresentanti della lotta per l’indipendenza: era un radicale ma aveva optato per la via del dialogo. Sembrava il mix perfetto a tutti, dopo aver tanto discusso di “violenza sì o no?” nelle conferenze panafricane di quegli anni. Lo disse anche lui: «Nella lotta che portiamo avanti pacificamente oggi per la conquista della nostra indipendenza, noi non intendiamo cacciare gli europei da questo continente né accaparrarci dei loro beni… La nostra sola determinazione è estirpare il colonialismo e l’imperialismo dall’Africa».

Benevola indifferenza

Lumumba è cofondatore del Movimento nazionale congolese, partito interetnico. Il 30 giugno è il primo premier congolese, presente alla proclamazione dell’indipendenza a fianco del giovane Baldovino. Ha partecipato a Bruxelles alla tavola rotonda che stabiliva le regole della fine della colonia belga. Ma la guerra fredda incombeva e nella comunità occidentale nessuno credeva alla “terza via” di Lumumba. Per questo i belgi – con l’aiuto della Cia – faranno di tutto, in pochi mesi, per cacciarlo e ucciderlo.

In quello stesso 1960 l’effervescenza africana nell’accogliere l’indipendenza era sostanzialmente ignorata dai “bianchi”. Per loro gli africani erano i soliti bonaccioni, fannulloni, lenti, addormentati e… simpatici. Non c’era nell’opinione pubblica un sentimento di attesa né di opposizione, ma quasi di benevola indifferenza.

La grande rivista americana National Geographic così scrive nel suo editoriale del numero speciale dedicato all’anno dell’Africa: «Tanto tempo fa, quando l’Europa avanzava, Madre Africa si stese per dormire sotto un incomparabile sole splendente. Nel suo sonno sospirò e il vento del suo respiro seppellì sotto la sabbia le opere dei faraoni. Si stiracchiò e il terremoto che ne seguì fece cadere i templi romani di Tunisia. […] Madre Africa si svegliò. Molte cose erano cambiate durante il suo sonno […] “Libertà”, sospirò Madre Africa, sollevandosi in piedi. I figli d’Africa presero la parola e ne fecero una litania. Indépendance! […] La nuova Africa ha ottenuto la libertà nelle sue mani desiderose e ora il mondo le chiede: che cosa se ne farà?».

Ostaggio della Guerra fredda

Il paternalismo era la cifra con cui l’opinione pubblica bianca guardava al continente nero. Solo gli esperti di politica estera e intelligence avevano una preoccupazione, di tutt’altro tipo: come si sarebbero schierati la trentina di nuovi Paesi indipendenti nel contesto bipolare? Per questo gli Usa affidarono alle ex metropoli – Londra e Parigi – il controllo sulle loro zone di influenza. Nel contempo Mosca e Pechino non avevano disdegnato di utilizzare i partiti comunisti d’Occidente per formare una parte della nuova leadership africana, cercando di farla pendere dalla sua parte.

Ognuno stava fondando le proprie “fedeltà”: già prima del 1960 era iniziata tale guerra delle influenze, che si scaricò subito sul continente.

didascalia foto di apertura: Il leader congolese Patrice Lumumba, rilasciato dalla prigione dalle autorità coloniali, viene festeggiato all’aeroporto di Bruxelles, il 27 gennaio 1960, dove partecipa alla conferenza che fisserà la data per l’indipendenza del Congo dal Belgio al 30 giugno dello stesso anno

L’anno dell’Africa

Nel 1960, 17 colonie africane divengono indipendenti: è l’anno che sancisce l’emancipazione politica del continente. A sessant’anni di distanza, a partire da questa settimana e nei prossimi weekend, una memoria sintetica di quegli eventi. Ne è autore Mario Giro, collaboratore della nostra rivista, docente di geopolitica, ex ministro degli esteri, membro della Comunità di Sant’Egidio, per la quale si occupa di Africa e di mediazione dei conflitti.

Questo articolo è stato pubblicato sul numero 5/2020 della rivista Africa, disponibile nell’eshop. Per abbonarsi alla rivista, approfittando delle promozioni in corso, clicca qui

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