Lockdown alla congolese

di Marco Trovato
Tempo di lettura stimato: 3 minuti

Nella Repubblica Democratica del Congo (RDC), i casi di contagio e i decessi dovuti al Coronavirus sono pochi. Le attività economiche, sociali e commerciali proseguono nella normalità. Il presidente ha imposto un timido coprifuoco. Ma è stato ferreo nel chiudere le scuole. Da settimane milioni di studenti – impossibilitati a seguire le lezioni da casa – sono rimasti senza possibilità di istruirsi. La gran parte finisce così a lavorare in campi o fabbriche artigianali. I giovani sono le principali vittime della pandemia

di Guglielmo Rapino

Anche la Repubblica Democratica del Congo (RDC), coi suoi più 84 milioni di abitanti, è alle prese con la pandemia. Secondo i dati ufficiali diramanti dal Ministero della Salute, i casi di Covid registrati nel Paese dall’inizio del 2020 sono equivalenti a poco più del numero degli abitanti di Recanati (21.301) e i decessi accertati 640, ovvero una manciata in più del numero di morti da Coronavirus registrati in Italia tra novembre e dicembre 2020 ogni giorno. Il sistema di monitoraggio e contrasto alla diffusione del Coronavirus nel Paese è ben gestito da una task force internazionale capitanata da Unicef e l’OMS. I laboratori pubblici sono aperti per i test nelle principali città ed eseguono quotidianamente tamponi molecolari Per meno di 30 dollari con risultati in 24 ore. Gli standard internazionali garantiscono capillarità e affidabilità.

Allora perché il numero di casi rappresenta meno dello 0,025% della popolazione totale (quando in Italia siamo ben oltre il 4%, un dato 160 volte superiore)? I motivi al momento sono ignoti e la comunità scientifica avanza solo delle ipotesi: giovane età media della popolazione, alte temperature stabili tutto l’anno, possibile resistenza biologica innata.

Non sono chiare le ragioni, i dati sicuramente sì. In un Paese dove si registrano questi numeri e in cui gli spostamenti interni sono resi difficoltosi dal disastroso stato delle strade, sembrerebbe impossibile anche solo pensare che il governo possa disporre delle misure di contenimento in stile europeo.

Invece ecco la sorpresa: il 18 dicembre 2020, poco prima delle vacanze natalizie, il presidente Félix Tshisekedi “al fine di contenere la seconda ondata di coronavirus” ha decretato un coprifuoco generale in tutto il Paese dalle ore 21 fino alle 5 del mattino, nonché la chiusura sine die di scuole e delle attività culturali (gallerie, musei, ecc).

Mercati sovraffollati, uffici brulicanti di persone, bar, chiese, ristoranti; tutto ha potuto continuare la propria vita frenetica e straripante. Da allora, a distanza di più di un mese, niente è cambiato. Tutto funziona normalmente. Tranne le scuole e le attività culturali.

Va ricordato che nella RDC, il 70% della popolazione vive senz’acqua corrente ed elettricità. Impensabile che gli studenti possano disporre di computer e connessioni internet per la distanza su larga scala. Le disposizioni governative hanno provocato il collasso inevitabile delle già fragili strutture formative del paese, nonché una crescita verticale dei livelli di insicurezza nelle principali metropoli. Milioni di bambini e bambine nelle aree rurali sono stati richiamati dai genitori al lavoro nei campi, nelle fabbriche artigianali di mattoni e nelle miniere comunitarie di oro.

Allo stesso tempo il coprifuoco serale ha lasciato spazio libero alle forze militari, da tempo accusate di corruzione e pratiche istituzionalizzate di violenza. In particolare nella seconda città del paese, Lubumbashi, il numero di casi di abusi perpetrati dalle forze dell’ordine è aumentato vertiginosamente, facendo registrare svariati episodi di violenze anche domiciliari (cercare l’hashtag #Lubumbashi su Twitter per credere).

Sembra di assistere al tentativo maldestro di soddisfare l’esigenza di omogeneità globale facendo un copia-incolla inutile di quanto si sta svolgendo in Europa o negli Stati Uniti, dove la minaccia è terribilmente reale. O, a voler essere obiettivi, siamo di fronte all’ennesima strategia subdola finalizzata a reprimere gli unici strumenti sociali e formativi disponibili ai più giovani per creare una coscienza collettiva realmente capace di insidiare il potere. Forse si tratta di un mix di entrambe le cose.

(Guglielmo Rapino)

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