Di Marco Simoncelli (Addis Abeba)
Il premier Abiy Ahmed si avvia verso una nuova vittoria elettorale in un contesto segnato da conflitti armati, tensioni regionali e crescenti preoccupazioni per la libertà di stampa. Il voto del 1° giugno appare largamente scontato, ma le fragilità dell’Etiopia restano profonde.
A pochi giorni dalle elezioni generali del 1° giugno, l’Etiopia vive una campagna elettorale quasi invisibile. Nelle strade di Addis Abeba, così come in molte altre città del Paese, i manifesti sono pochi se non inesistenti, mentre comizi e mobilitazioni pubbliche sono rimasti rari fino alla chiusura ufficiale della campagna, avvenuta questa settimana. Una situazione insolita per una consultazione che coinvolgerà oltre 50 milioni di elettori e che rinnoverà il parlamento federale da cui viene espresso il primo ministro. Ma l’assenza di una vera campagna riflette una convinzione diffusa: il risultato appare largamente scontato e il Prosperity Party (PP) del premier Abiy Ahmed è destinato a ottenere una nuova ampia maggioranza.
Gli elettori saranno chiamati a scegliere i 547 membri della House of People’s Representatives, la camera bassa del parlamento federale. Secondo la National Election Board of Ethiopia (NEBE), oltre 50,5 milioni di cittadini si sono registrati per partecipare al voto, il più grande esercizio elettorale della storia del Paese. Per organizzare le elezioni sono stati mobilitati 10 miliardi di birr, pari a circa 54 milioni di euro, e oltre 49.000 seggi elettorali distribuiti in questo vasto Paese di 1,1 milioni di chilometri quadrati. Ogni Stato regionale dispone di un numero di deputati proporzionale alla popolazione: l’Oromia, la regione più popolosa con circa 40 milioni di abitanti, elegge 179 parlamentari, mentre l’Amhara ne esprime 137.
Secondo l’Africa Center for Strategic Studies, il governo federale dispone inoltre di circa 500.000 soldati e 30.000 poliziotti per garantire la sicurezza del processo elettorale. Eppure il voto si svolgerà in un contesto estremamente fragile.
Tigray e Amhara, questioni aperte
Per la seconda volta consecutiva non si voterà infatti nelle 38 circoscrizioni del Tigray. A oltre tre anni dalla firma degli accordi di Pretoria che hanno formalmente concluso la guerra tra il governo federale e il Tigray People’s Liberation Front (TPLF), le tensioni restano elevate. La piena applicazione degli accordi procede lentamente, mentre persistono profonde divisioni interne alla leadership tigrina e crescenti attriti tra Mekelle e Addis Abeba. Circa 800.000 sfollati interni non hanno ancora potuto fare ritorno alle proprie case, soprattutto nelle aree occidentali del Tigray, ancora sotto il controllo di forze amhara e milizie alleate. Diversi osservatori temono che il fragile equilibrio raggiunto dopo la guerra possa deteriorarsi nuovamente nei prossimi mesi.
Anche la situazione in Amhara rappresenta una delle principali incognite. Nella seconda regione più popolosa del Paese è ormai in corso un conflitto aperto tra le forze federali e le milizie nazionaliste Fano, che dal 2023 hanno preso le armi contro il governo. Secondo l’ong ACLED, oltre 1.600 attacchi sono stati registrati nell’ultimo anno, causando più di 4.800 morti, in un clima di violenza che ha provocato sfollamenti massicci e aggravato la crisi di un sistema sanitario già fortemente sotto pressione. Diverse circoscrizioni non voteranno e gli stessi Fano hanno minacciato di colpire il processo elettorale e coloro che vi prenderanno parte.
Problemi di sicurezza persistono anche in vaste aree dell’Oromia, la regione più popolosa dell’Etiopia. Qui continua a operare l’Oromo Liberation Army (OLA), gruppo armato nato da una frattura interna al movimento nazionalista oromo e che accusa il governo federale di aver tradito le aspettative di autonomia e rappresentanza politica emerse con la salita al potere di Abiy Ahmed nel 2018.
«Non sono condizioni perfette, ma è importante che il Paese mantenga una regolarità elettorale», sostiene Joseph Siegle, direttore della ricerca dell’Africa Center for Strategic Studies. Secondo l’analista, rinviare il voto rischierebbe di creare un precedente che consentirebbe al governo di estendere indefinitamente il proprio mandato. In un Paese come l’Etiopia, aggiunge, «una certa dose di instabilità sarà probabilmente sempre presente e non può diventare una giustificazione permanente per sospendere il processo democratico».
Pluralismo limitato e opposizioni in difficoltà
Se il contesto di sicurezza è problematico, quello politico appare altrettanto sbilanciato. Sono 23 i partiti registrati per partecipare alle elezioni e una riforma approvata nel 2025 ha abbassato dal 15 al 10% la soglia minima per accedere alla rappresentanza parlamentare, nel tentativo di favorire una maggiore pluralità politica. Tuttavia numerosi partiti di opposizione denunciano una competizione ineguale, caratterizzata da risorse limitate, difficoltà organizzative e uno spazio politico sempre più ristretto. Molti leader politici vivono in esilio o operano in condizioni difficili, mentre diversi osservatori definiscono queste elezioni tra le meno competitive dalla fine del regime del Derg.
Nell’attuale parlamento il Prosperity Party (PP) controlla 485 dei 502 seggi assegnati nelle elezioni del 2021, una maggioranza schiacciante che rende altamente improbabile qualsiasi alternanza politica. Siegle riconosce che il PP beneficia di risorse, notorietà e strutture organizzative nettamente superiori rispetto ai suoi avversari, ma osserva anche che «la democrazia resta relativamente giovane» in Etiopia e che molti partiti stanno ancora costruendo leadership, organizzazione e consenso sul territorio. A suo giudizio, parte dello squilibrio attuale riflette anche la fragilità del sistema multipartitico etiope.
Le preoccupazioni sulla libertà di stampa
Anche la libertà di stampa continua a suscitare forti preoccupazioni. Negli ultimi anni giornalisti e media indipendenti hanno denunciato arresti, intimidazioni e crescenti pressioni da parte delle autorità. Tra i casi più emblematici vi è quello di Addis Standard, una delle principali testate indipendenti del Paese, che ha subito sospensioni amministrative, perquisizioni e procedimenti giudiziari. Negli ultimi mesi uno dei suoi editor Million Beyene è stato inoltre rapito per diversi giorni da uomini armati, in un episodio che ha alimentato ulteriori timori per la sicurezza dei giornalisti.
Secondo Reporters Sans Frontières, l’Etiopia occupa oggi il 148° posto su 180 Paesi nell’indice mondiale della libertà di stampa. In una nota pubblicata a pochi giorni dal voto, Amnesty International ha inoltre denunciato nuove restrizioni imposte ai media e agli osservatori. «Il giuramento richiesto dalla commissione elettorale è chiaramente uno strumento per controllare ciò che viene discusso pubblicamente sulle elezioni e conferisce alle autorità il potere di censurare informazioni scomode o decidere cosa sia vero o falso», ha dichiarato Tigere Chagutah, direttore regionale di Amnesty International per l’Africa orientale e australe.
La scommessa economica
Sul piano economico, Abiy Ahmed arriva al voto rivendicando una profonda trasformazione del Paese. Nonostante il PIL continui a registrare tassi di crescita tra i più elevati dell’Africa, gli effetti della guerra nel Tigray, delle tensioni interne e degli squilibri macroeconomici hanno portato l’Etiopia al default sul debito estero nel 2023. Il governo ha quindi avviato un vasto programma di riforme sostenuto da un accordo con il Fondo Monetario Internazionale da circa 3,4 miliardi di dollari. La svalutazione del birr, la riduzione dei sussidi e l’apertura di alcuni settori dell’economia hanno contribuito a ristabilire alcuni equilibri, ma con effetti immediati sul costo della vita. L’inflazione resta attorno al 10%, mentre secondo la Banca Mondiale il tasso di povertà potrebbe raggiungere il 43% nel 2025.
Parallelamente, il governo ha investito massicciamente in grandi opere urbane e infrastrutturali. Attraverso il Corridor Development Project, Addis Abeba e numerose altre città stanno vivendo una rapida trasformazione fatta di nuove strade, piazze, piste ciclabili e spazi pubblici. È proprio su questa idea di modernizzazione e sviluppo che Abiy Ahmed continua a costruire gran parte della propria narrativa politica.
Le tensioni regionali
Il voto arriva infine in una fase particolarmente delicata sul piano regionale. Restano elevate le tensioni con l’Eritrea, alimentate dalle dichiarazioni del governo etiope sulla necessità di ottenere un accesso diretto al mare e dai timori legati al porto di Assab. Sullo sfondo si inseriscono anche le rivalità con l’Egitto attorno alla Grande diga del Rinascimento e la guerra in Sudan, dove Addis Abeba viene osservata con crescente attenzione per i suoi rapporti con gli Emirati Arabi Uniti e per le accuse di vicinanza alle Rapid Support Forces (RSF).
Più che una competizione aperta, le elezioni del 1° giugno sembrano dunque configurarsi come una incoronazione politica per Abiy Ahmed e il suo Prosperity Party. Negli ultimi anni il primo ministro ha progressivamente concentrato il potere attorno alla propria figura e numerosi osservatori e analisti descrivono ormai il sistema politico etiope come sempre più vicino a forme di autocrazia. Al tempo stesso, il governo continua a presentarsi come il motore della trasformazione del Paese.
Nel bene e nel male, pochi contestano che Abiy abbia profondamente cambiato il volto dell’Etiopia. Dalle riforme economiche ai grandi progetti infrastrutturali, passando per la ridefinizione degli equilibri politici interni e regionali, il suo progetto resta legato all’idea di “prosperità”, il principio politico che ha accompagnato la nascita del Prosperity Party e gran parte della sua azione di governo. Il voto del 1° giugno appare quindi meno come una sfida elettorale e più come una richiesta di conferma per proseguire questa ambiziosa trasformazione del Paese.



