Gli Usa puntano sugli imprenditori neri per investire in Africa

di claudia

di Mario Giro

Il piano della Casa Bianca è di portare la diaspora africana residente negli States a diventare protagonista dello sviluppo del proprio continente di origine, evitando così le critiche di paternalismo e le relazioni spesso ambigue che si instaurano tra Paese “donatore” e Paese “in via di sviluppo”

Il McKinsey Institute nel suo rapporto sulla black economy pronostica un vero potenziale economico per la comunità di origine africana negli Stati Uniti, il cui potere d’acquisto potrebbe raggiungere i 1.700 miliardi di dollari entro il 2030. Il tema è che, malgrado la crescente influenza delle diaspore africane negli Usa, solo una piccola parte di tale enorme ammontare finisce in investimenti nel continente africano. Per questo è nata negli Usa una coalizione di imprenditori neri per cercare di invertire la rotta. L’idea è di organizzare una serie di eventi del black business e della diaspora in America per dare impulso a programmi economici nel continente.

Il progetto è sostenuto dall’amministrazione Biden, che ha anche chiesto a investitori privati di partecipare al lancio dell’iniziativa. All’inizio ci si concentrerà sull’Africa australe, che ha il vantaggio di essere, oltre che anglofona, anche la più sviluppata in termini di business privato e di garanzie giuridiche a protezione delle operazioni economico-commerciali. Il modello è il public-private partnership: per contrastare gli investimenti cinesi (ma anche di altri Paesi come la Turchia o l’India) in Africa, gli Usa si basano sul coinvolgimento del settore privato. È l’indirizzo della nuova forma di cooperazione americana e per ciò stesso è essenziale coinvolgere la collettività di origine africana, reindirizzandone le risorse verso il continente di origine. In effetti investire in Africa è sempre abbastanza difficile: molti progetti economici sono di mercato ma non possiedono le qualità giuridiche necessarie per essere finanziati o cofinanziati dal circuito bancario globale. Spesso la scorciatoia è fare accordi economici governo-governo, escludendo la comunità imprenditoriale e le banche locali. Così si riesce forse ad essere più veloci ma si offre il fianco a innumerevoli passaggi burocratici, aumentando i rischi di corruzione. Spesso, i progetti che rimangono solo nell’ambito pubblico finiscono per generare debiti.

Il modello americano è invece basato sul privato, con la speranza che rappresenti un volano moltiplicatore delle opportunità ma soprattutto della magnitudine dei programmi. Per un sistema di successo occorrono però dei veri esperti del e sul terreno: è lo stesso quesito posto davanti alle iniziative europee, al Piano Mattei, per esempio. Se si lasciano da parte gli accordi multilaterali (in genere operati dalle grandi banche come la Banca mondiale, la Banca africana di sviluppo, o dalle grandi agenzie delle Nazioni Unite), restano i doni bilaterali o gli accordi di public-private partnership. Basarsi su strumenti finanziari come prestiti a tassi molto bassi (soft loans, che in Italia chiamiamo credito di aiuto), o di equity, necessita una conoscenza capillare del sistema economico di un dato Paese africano. In Italia, ad esempio, sono in pochi a conoscere il sistema bancario africano o le imprese africane: è ciò che serve per indicare con chi e dove investire con profitto. In altre parole, una cooperazione di tipo nuovo necessita di competenze nuove, dettagliate, estese e sistematiche.

Mentre nel sistema tradizionale del dono (grant) le cose possono essere cambiate in corso d’opera, quello del privato è un terreno su cui non ci sono margini di errore. Per tali ragioni l’amministrazione Usa chiede alla propria diaspora di origine africana – che ha molti legami con la terra di origine – di impegnarsi in prima persona. Si tratta di una forma di delega che si spera porti frutto. Lavorare con la diaspora può essere di reciproco interesse per il settore privato africano, dando impulso alle imprese di proprietà di neri in entrambi i continenti. Uno degli obiettivi africani è allargare la base industriale africana, perché divenga possibile trasformare le proprie materie prime in loco. L’Africa è uno dei continenti in più rapida crescita in termini assoluti, dove si sta formando il più grande mercato di consumo del futuro. Con oltre 4 miliardi di africani, a fine secolo il continente sarà il più popoloso. Per contrastare i concorrenti, gli Stati Uniti puntano su tale enorme mercato di domani.

Questo articolo è uscito sull‘ultimo numero della rivista Africa. Per acquistare una copia, clicca qui, o abbonati alla rivista approfittando delle promozioni in corso.

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