Etiopia, una strage nella città storica di Axum

di Enrico Casale
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Un massacro di 750 persone sarebbe stato compiuto ad Axum nel complesso della cattedrale che ospiterebbe l’Arca dell’Alleanza durante il conflitto tra le forze armate federali etiopi e i miliziani del Tplf (Tigray People’s Liberation Front) nella regione del Tigray in Etiopia.

A sostenerlo è l’Ong belga European External Program with Africa (Eepa) che afferma di aver raccolto le testimonianze di numerose persone fuggite dalla storica città nel Nord dell’Etiopia. A confermarlo anche alcune fonti di Africa Rivista.

Secondo Martin Plaut, ex redattore della Bbc World Service Africa e Senior Research Fellow presso l’Institute of Commonwealth Studies, coloro che sono sfuggiti al massacro di Axum hanno riferito che l’attacco sarebbe iniziato quando le truppe federali etiopi e milizia composte da nomadi di origine eritrea si sono avvicinate al complesso della Chiesa di Santa Maria di Sion del quale fa parte anche la Cappella della Tavola, nella quale i cristiani ortodossi etiopi custodirebbero l‘Arca dell’Alleanza. In questa area, abbastanza vasta, avevano trovato rifugio un migliaio di persone.

“La gente era preoccupata per la sicurezza dell’Arca e, quando hanno sentito che le truppe si stavano avvicinando, temevano che fossero venute a rubarla – sostiene Plaut -. Tutti quelli che si trovavano all’interno della cattedrale sono stati costretti a uscire nella piazza antistante”. Qui, secondo l’Eepa 750 persone sarebbero state uccise dai militari etiopi e dai loro alleati.

Si ritiene che la chiesa non sia stata danneggiata e Plaut ha affermato che probabilmente l’Arca è stata nascosta prima dell’arrivo delle truppe. I cristiani ortodossi etiopi credono che l’Arca sia stata portata ad Axum da Menelik I, figlio del re Salomone d’Israele. Il regno di Axum era una delle quattro grandi potenze del mondo antico e la città di Axum (nella quale sono custoditi anche alcuni preziosi obelischi) è un patrimonio mondiale dell’Unesco.

Nel Tigray, i combattimenti sono scoppiati all’inizio di novembre, dopo che il primo ministro etiope, Abiy Ahmed, ha inviato truppe federali, per combattere il Tplf, accusate di tenere elezioni illegittime. Il complesso religioso di Axum non è l’unico a essere stato colpito. Il governo etiope ha ammesso di aver bombardato un’antica moschea nel Tigray e ha promesso che presto sarà restaurata. La moschea al-Nejashi nel Tigray settentrionale è stata colpita da granate, e la sua cupola, il minareto e le antiche tombe, presumibilmente di 15 discepoli del profeta Muhammad, sono stati danneggiati. Anche una chiesa vicina è stata danneggiata nell’attacco e il governo si è impegnato a ripararla. L’Eepa ha riferito che, dopo il bombardamento, la moschea era stata saccheggiata da truppe etiopi e che alcuni civili erano morti nel tentativo di proteggerla.

Quella di Axum, se confermata, non sarebbe l’unica strage compiuta durante il conflitto in Tigray. Tra il 9 e il 10 novembre Mai Kadra, cittadina presso il confine sudanese, è stata teatro di un massacro costato la vita ad almeno seicento persone. Fisseha Tekle, corrispondente di Amnesty International, ha indagato sull’eccidio, visionando i video girati coi cellulari dai superstiti e ascoltando i loro racconti. Le violenze sarebbero state innescate da gruppi armati di giovani tigrini fedeli al Tplf, avventatisi con furia assassina su contadini di etnia amhara e welkait, in un’operazione di pulizia etnica condotta con fucili, machete, asce, bastoni. Tuttavia alcuni organi di stampa occidentali hanno raccolto tra i rifugiati in Sudan – per il 70% donne, bambini e vecchi – racconti che attribuiscono la responsabilità della strage a milizie amhara.

Un altro massacro su cui non c’è chiarezza è quello di inizio novembre nella cittadina di Humera, sulla frontiera con l’Eritrea, dove avrebbero perso la vita un gran numero di tigrini e rifugiati eritrei. Sopravvissuti hanno riferito di violenze inaudite perpetrate su civili inermi dall’esercito nazionale e dalla milizia Fano (amhara). Un abitante di Humera, Gush Tela, 54 anni, ha raccontato al Guardian di essere stato picchiato selvaggiamente dalle forze di sicurezza federali «finché non sono stato coperto di sangue e non potevo più camminare» e di aver «visto i miliziani Fano decapitare un uomo a colpi di machete». Un altro residente di Humera, Meles, intervistato dal New York Times in un campo profughi sudanese, ha confermato di avere visto le milizie amhara ingaggiate da Addis Abeba tagliare la testa a persone. Il governo etiopico ha respinto le accuse con decisione, ma si è finora rifiutato di consentire a ispettori stranieri indipendenti di condurre indagini.

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