Emergere dalla lunga notte, di Achille Mbembe

di Matteo Merletto
Emergere dalla lunga notte

L’edizione originale, in francese, è uscita nel 2010, nel 50° dell’anno-simbolo delle indipendenze africane. La circostanza si sente, ma il discorso non ne risente, anzi qua e là risuona precorritore. L’autore, con taglio filosofico, che è il suo ambito (ma una filosofia non metafisica bensì politica, con grande attenzione alla storia), torna su uno dei suoi temi forti, quello della «postcolonia». Passando in rassegna le diverse modalità con cui «il discorso africano» si è opposto al colonialismo – nazionalismo anticoloniale, socialismi africani, panafricanismo «razziale e transnazionale» o «internazionalista e di natura anti-imperialista» –, Mbembe denuncia come in realtà non si sia mai pervenuti a un vero postcolonialismo. In fondo, l’Africa rimaneva sempre prigioniera dello schema colonialista cui si opponeva – fatti salvi gli affondi profetici di opere letterarie come quelle di Ahmadou Kourouma (I soli delle indipendenze) e di Yambo Ouloguem (Dovere di violenza; peccato che l’editore non abbia localizzato in italiano le note bibliografiche). Con l’effetto, tra gli altri, della proposizione e perpetuazione di Stati indipendenti sì, ma senza libertà.

«Afropolitismo» è, per l’autore, l’altro nome di un’autentica postcolonia, nella nostra epoca che «si caratterizza per l’intensificazione delle migrazioni e l’insediamento di nuove diaspore africane nel mondo. […] L’Africa non rappresenta più un centro in sé. Oramai essa è composta da poli tra i quali vi sono costantemente transito, circolazione e apertura». Simmetricamente, vanno date «nuove risposte alla questione di sapere chi è “africano” e chi non lo è: «Un’infinità di persone hanno un qualche legame o, semplicemente, un qualcosa a che vedere con l’Africa, qualcosa che ipso facto le autorizza a voler essere riconosciute come “cittadine africane”».

Tutto il discorso di Achille Mbembe, ben più ampio di questi accenni, e svolto con linguaggio spesso suggestivo – prendendo spesso a (cattivo) esempio la Francia in quanto potenza coloniale che «ha decolonizzato ma non si è autodecolonizzata» –, guadagna in interesse anche per il capitolo autobiografico: una traiettoria che va dal Camerun, cui egli deve l’essenziale di ciò che è (ma «poi, un giorno, sono partito»), alla Francia a New York al Sudafrica, e che avvalora l’afropolitismo inscritto nella sua biografia stessa. Per qualcuno sarà una chicca scoprire che l’unica lettura di gioventù da lui citata sia Teologia della liberazione del peruviano Gustavo Gutiérrez: «Mi aiutò a ripensare il cristianesimo come memoria e linguaggio della disobbedienza […] come un racconto critico dei potentati e delle autorità, […] un sogno sovversivo e un ricordo partigiano, […] mi fece comprendere che l’al di là della morte merita di essere pensato di per sé, come condizione preliminare di qualsiasi modo di abitare il mondo storico».

Un libro denso e ricco di prospettive, scritto da uno degli intellettuali africani oggi più ascoltati e che qualcuno ha definito come la lettura più interessante sull’Africa degli ultimi dieci anni.

Meltemi, 2018, pp. 311, € 20,00

(Pier Maria Mazzola)

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