Costa d’Avorio, il virus della povertà

di claudia
Tempo di lettura stimato: 4 minuti

La Costa d’Avorio va al voto per rinnovare l’Assemblea Nazionale e la sfida politica coinvolge Bedié, Gbagbo e Ouattara. Non si attendono però grandi cambiamenti. Nel Paese gli effetti economici della pandemia hanno colpito il tessuto sociale che è fatto di microimprese. Le élite non hanno avuto grandi contraccolpi, mentre i poveri lo sono diventati ancora di più. Per loro la “malattia” non è il virus, ma la povertà.

di Angelo Ravasi

Non si può dire che la Costa d’Avorio non sia dinamica. Ma questo vuol dire, anche, che la povera gente rimane tale. Anzi, le condizioni di vita peggiorano. Un paradosso? Un ossimoro? Forse. Le azzuffate e le abbuffate politiche degli ultimi mesi non hanno cambiato nulla per la stragrande maggioranza della popolazione. E il resto lo ha fatto la pandemia da coronavirus. Non tanto dal punto di vista sanitario – i numeri non sono elevati: 33.976 casi e 196 decessi, anche se la seconda ondata è arrivata anche qui – sicuramente da quello economico e sociale, e non ha inciso sulla politica. Oggi il Paese va nuovamente al voto per rinnovare l’Assemblea nazionale. Di certo saranno elezioni più combattute, sul piano del voto, di quelle presidenziali che hanno visto il presidente Alasanne Ouattara confermato al potere per un terzo mandato, ma che ha visto il boicottaggio delle opposizioni e scontri, morti e feriti, che hanno aperto un’ulteriore ferita in un Paese già lacerato. Oggi, in Costa d’Avorio, regna la calma. E il voto, con molta probabilità cambierà poco sul piano economico e sociale.

Chi combatte tutti i giorni con la povertà non avrà molto da sperare. Il 2020 per la Costa d’Avorio non è stato felice, ma non certo catastrofico. Il Pil ha subito una contrazione, ma non ha davanti il segno meno. Le attese pre-pandemia dicevano di una crescita del 7 per cento, invece il Pil si è fermato all’1,8. Non molto, anche se in linea con la crescita della popolazione che è stata di poco superiore al 2 per cento.  Ma non si può dire che la Costa d’Avorio sia in recessione – come molta parte del continente africano – anche perché le previsioni per il 2021 dicono di una crescita che potrà oscillare tra il 5,5 e il 6 per cento. Non male. Ma perché non è andata così male? Gli economisti cercano di dare spiegazioni al fenomeno che guardano anche fuori dal paese, ma il dato vero è inquietante. Chi ha subito di più gli effetti della pandemia sono state le microimprese, molto meno le piccole e le medie, quelle grandi hanno galleggiato senza gravi conseguenze.

Gli effetti economici del Covid

Il tessuto sociale della Costa d’Avorio, infatti, è fatto di microimprese. Quelle che rappresentano la sussistenza per la stragrande maggioranza della popolazione, la più povera. Microimprese che si vedono ad ogni angolo di strada, fatte da singole persone. Se poi a ciò si aggiungono le cosiddette “imprese informali”, che per molti sono l’unica speranza di sopravvivenza, il disastro è fatto. L’incidenza sul Pil di queste realtà è bassa o nulla. I poveri, manco a dirlo, sono diventati ancora più poveri. Per loro la “malattia” non è il virus, ma la povertà. Le élite non hanno avuto grandi contraccolpi, hanno galleggiato, non hanno perso molto, se non poco e già vedono un orizzonte di ripresa forte. La povera gente, invece, naviga a vista e con molte più incognite di quelle che ci si poteva aspettare nella fase di pre-pandemia. Molto poco, da parte dello Stato, è stato fatto per riequilibrare le sorti.

La pandemia, per la Costa d’Avorio, non è stata l’occasione per mettere mano al sistema sanitario fragile, tutto è rimasto come era. I poveri, che rappresentano una percentuale elevatissima della popolazione – più o meno il 30-35 per cento – l’epidemia non l’ha nemmeno vista. Non sanno cosa sia. Una mia amica – più che altro una figlioccia – Mariam è riuscita, negli anni scorsi, ad avviare un’attività di cucito. È riuscita a creare un piccolo atelier, il suo sogno. Insomma, una microimpresa a bordo strada, che dà anche lavoro ad altre ragazze. La pandemia non l’ha aiutata, si è dovuta ingegnare anche in altre attività di commercio informale che aveva abbondonato. Eppure, mi ha raccontato, non poteva fare altrimenti. Nel 2020 il lavoro non è andato poi così bene. Nel corso di un’ultima telefonata, Mariam si lamentava e mi ha chiesto come mai non andassi in Costa d’Avorio, come ho fatto negli ultimi anni più volte all’anno. Io le ho spiegato che qui in Occidente c’è la “malattia”. E alla mia domanda: e da voi? Lei ha risposto candidamente: “Qui la malattia non c’è, c’è la povertà”. Certo è un episodio, ma significativo di un fatto: chi è riuscito a mettere in piedi un’attività anche piccola, trovando un riscatto, la pandemia lo ha azzoppato.

La sfida politica

E la politica che cosa fa? Studia strategie, alleanze che consentano all’opposizione di avere più peso nell’Assemblea nazionale.  La sfida si gioca tra i candidati del Rassemblement des houphouëtistes pour la démocratie et la paix (Rhdp), la coalizione del presidente Alassane Dramane Ouattara, e quelli dell’alleanza tra il Partito democratico di Costa d’Avorio (Pdci) di Henri Konan Bedié, fuoriuscito dall’Rhdp, e la nuova piattaforma Eds (Insieme per la democrazia e lo sviluppo) filo Laurent Gbagbo. Sebbene Gbagbo non sia potuto rientrare in patria, gli osservatori lo dicono onnipresente in questa campagna elettorale, in cui si dibatte anche molto sul suo eventuale ritorno in tempi rapidi. Altra alleanza in gara, quella che fa capo a Pascal Affi N’Guessan, leader dell’ala del Fronte Patriottico ivoriano (Fpi) dissidente dal resto del partito fondato da Gbagbo.

La posta in gioco in queste elezioni parlamentari è importante, anche se la disaffezione verso la politica è alta, le scorse elezioni hanno registrato una partecipazione del 34 per cento degli aventi diritto. L’obiettivo, dunque, è di sposare l’equilibrio dell’Assemblea nazionale più verso i partiti che hanno boicottato le elezioni presidenziali. Almeno, questo è l’intento delle opposizioni. Di sicuro, dopo le elezioni, il presidente metterà mano al governo, riducendo i ministri e facendo un rimpasto significativo e, chissà, se nel nuovo governo, non più elettorale, entreranno personaggi vicini alle opposizioni, dando così un segnale concreto che Ouattara ha intrapreso la strada della riconciliazione nazionale.

Di sicuro, ed è un dato sconfortante, gli attori del gioco politico sono sempre gli stessi: Bedié, Gbagbo e Ouattara. Tutti ultrasettantenni, dinosauri inamovibili.

(Angelo Ravasi)

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