Benin, il radicato culto dei gemelli morti

di Matteo Merletto
Tempo di lettura stimato: 6 minuti

Sulle coste dell’Africa occidentale i gemelli sono venerati perché si crede che portino fortuna e protezione in famiglia. Quando muoiono, la devozione si trasferisce a statuette che vengono accudite come veri e propri bambini…

Ad Abomey, antica capitale del Dahomey (oggi Benin), l’ufficiale religione degli spiriti vodun è una cosa seria da morire. Me ne resi conto appena un gruppetto di volonterosi mi salvò dal fotografare l’altare di Fantômas. «Sei matto? È un feticcio potentissimo! Ti può uccidere», urlavano trascinandomi via. Dopo altri inquietanti incidenti, una folla inferocita spaccò la testa a chi ci aveva guidato verso la cerimonia dei revenants, i morti viventi che originano agli zombi.

Bambini abbandonati?

Decidemmo di lasciare la città e andare a sud. «Uno stop al mercatino, giusto il tempo di comperare un paio di quelle famose statuette di gemelli, e poi ce la filiamo», disse uno dei miei compagni di viaggio. Acchiappò al volo due pezzi di legno dipinto da un cialtrone con cui contrattava da giorni, li buttò sul sedile posteriore, e partimmo.

Arrivati all’oceano verso sera, ci accorgemmo che era Natale: per un guasto meccanico ci eravamo fermati in un villaggio dei Fon della costa dove era in corso una festa sincretica vodu-cristiana. Venimmo invitati a partecipare, tra grandi sorrisi e acclamazioni. Detesto le danze sfrenate e i falò, per cui mi misi a trafficare sotto l’autocarro. Vidi un sacco di piedi: tutti si affacciavano ai finestrini per vedere se recavamo doni. All’improvviso l’atmosfera mutò. I miei compagni vennero respinti con i bastoni, tra urla furibonde. Saltai in piedi e vidi una ragazza che, indicando il sedile posteriore dell’autocarro, incitava alla violenza: i gemelli di legno dipinto erano lì, abbandonati senza cura, privi di coperta e senza la brandina di bambola per accogliere il loro sonno.

Che razza di persone eravamo noi? A chi avevamo rapito quei bambini maltrattati? E se li avevamo comperati, non sapevamo forse che la schiavitù tra i Fon era finita da un pezzo? Mia moglie afferrò i gemelli, se li posò sul ventre e con ampi gesti disegnò un pancione nell’aria, fingendo di essere incinta. Tutti si bloccarono. Poi scoppiarono in grida di sollievo: i gemelli di legno servivano a propiziare il concepimento multiplo per la bianca signora. Le donne sequestrarono mia moglie e, più che altro a gesti, cominciarono a darle consigli su come partorire e allevare figli, magari gemelli. Gli uomini finirono per ammazzarci lo stesso: non a bastonate, ma con l’alcool di palma.

Fausto evento

Il culto reverenziale dei gemelli morti copre una lunga fascia costiera che va dalla Nigeria (Yoruba) al Benin (Fon) per arrivare a Togo e Ghana (Ewe). Deriva dal valore creativo e spirituale assegnato al parto multiplo, simbolo dell’ordine perfetto, che in Africa è binario. Per i Fon, i gemelli rappresentano la coppia primordiale generata da madre Nana Buluku, gli ermafroditi Mawu e Lissa. Da essi derivano i quattordici vodun principali che gestiscono il mondo dei Fon. Di conseguenza, partorire gemelli è come riprodurre l’origine del cosmo, una benedizione per il villaggio. In assenza di ecografia, è l’ostetrica tradizionale a visitare le donne fon incinte, in sostituzione dell’antica consultazione di oracoli. Nel caso si accorgesse per palpazione di un possibile parto gemellare, vincolerebbe tutta la famiglia al segreto, invitandola a prepararsi acconciamente per il fausto evento. Il mistero nasconde la paura.

Alla nascita dei gemelli, la madre fon deve restare reclusa da tre giorni a tre mesi, fino alla cerimonia dell’”uscita” cerimoniale. Mentre la madre presenta i figli alla comunità con una serie di azioni (tra cui toccare il suolo sette volte con il piede destro e sette con il sinistro, ove 7 è la somma di 3-maschio e 4-femmina), il padre porta due di tutto: due sacchi di farina, due bottiglie di olio di palma, due litri di alcool (sodabi), due zucche (in cui verranno posti i gemelli), due stuoie, due giare, quattro metri di stoffa da dividere in due. Tutti recano doni, che vengono spartiti dalla madre e dall’anziana cerimoniera, anche lei madre di gemelli. A quel punto, la madre è autorizzata ad andare dappertutto, tranne che al mercato. Anche per quello ci vorrà un rito costosissimo, con 21 polli da sacrificio, una quantità di cauri (le conchiglie che erano moneta corrente sulla costa), venti litri di alcool (più uno per la terra), cibi vari, stoffe; e la benedizione dei vodun Aizan e Dan, da comprare.

Nati nella foresta

Prima di arrivare al mercato, simbolo della comunità, i gemelli devono però passare attraverso la cerimonia del “ritorno dalla foresta”. Per i Fon, gemelli e scimmie sono collegati. Secondo Cosma Gankpa, presidente dell’Associazione dei Gemelli in Benin, un tempo i villaggi erano separati da zone di fitta boscaglia. Nel tragitto da mercato a mercato, le donne venivano rapinate da scimmie che – si scoprì tramite un oracolo – erano in realtà potenti feticci di gemelli morti. Se le donne avessero con gioia lasciato viveri nella foresta, avrebbero avuto successo al mercato. Da qui nasce il rituale per «riportare a casa» i gemelli di tre mesi di età, lasciati appositamente in una foresta «di origine» identificata oracolarmente, assieme alle solite provviste di noci di kola, bevande alcooliche, pollame, e via dicendo.

Davanti alle offerte, il cerimoniere chiama i gemelli a gran voce, per interrogarli se rechino buona fortuna o malasorte. Nel Benin meridionale e nel Togo, il nome dei gemelli contiene sempre il radicale -zin, che è il termine per i geni-scimmia; di conseguenza, il suono dell’officiante è sibilante e attraversa le foglie speciali che saranno raccolte e inserite nel muro della madre, a testimoniare l’avvenuto ritorno a casa dei gemelli. Se durante la cerimonia appaiono due scimmie, andrà tutto benissimo. D’altra parte, come afferma Dagbo Hounon, capo supremo delle culture tradizionali del Benin, «si sa dalla notte dei tempi che le scimmie vanno in giro due a due».

Destino comune

Questo ordine perfetto, dualistico, può essere infranto dalla morte. Per i Fon i gemelli non possono morire, pena la discordia famigliare: essi sono coloro che tengono unita la comunità, con l’esempio del loro strettissimo legame. Ganpa giura che, quando si ferì a un dito nel 1955, trovò la statuetta del gemello morto con un dito rotto. In realtà, nella percezione dei Fon il gemello non era morto: nel caso, si deve dire che i gemelli morti sono tornati alla foresta «a cercare cose buone», e da lì continuano a lavorare per la prosperità della famiglia. Ecco perché la cerimonia della foresta si tiene comunque, anche se uno o entrambi i gemelli sono morti prima del tempo. È in quel momento che si scolpiscono nel legno le effigie dei gemelli, che andranno a sostituire integralmente i bambini morti, che morti così non sono. I gemelli sono immortali.

Per la loro presenza tra gli umani, i gemelli rivivono in una statuetta di legno, dipinta a colori vivaci, l’hohovi. Ovunque vada, dai campi al mercato, la mamma (e talvolta il papà, se necessario) deve tenersi addosso la statuetta del bambino morto. Assai sovente si tratta di due statuette: se un gemello muore, è molto probabile che la causa travolga anche l’altro. Il parto difficile e la sepsi non distinguono tra maschio e femmina (la combinazione perfetta per i Fon, i “veri” gemelli simbolo della coppia); la malattia può essere contagiosa; più probabilmente, la madre non ha abbastanza latte per due, e lo stress alimentare è cieco.

Uno su venti

Nelle case, le statuette ricevono ogni cura: piatti pronti sul desco famigliare, seggiole di filo di ferro per riposare, vestitini puliti e stirati, lavaggi e insaponate (ma le spugne usate si gettano via assieme alle impurità), ritocchi stagionali alle pitture come si faceva da noi per il presepe. Se i genitori muoiono, toccherà a un membro del lignaggio continuare le pratiche di cura, tra cui «uno speciale piatto di fagiolini rossi conditi da molto olio di palma», come dice Youssouf Tata Cissé, etnologo. Alla bisogna, c’è un asilo d’infanzia apposito per tenere gli hohovi di genitori assenti o defunti.

La complessità dei rituali sui gemelli è connessa alla biologia delle popolazioni. L’Institut national d’études démographiques di Parigi assegna all’Africa il 41 per cento dei parti gemellari annui. Il tasso di natalità gemellare è massimo nella striscia costiera dell’Africa occidentale, dove un parto su 20 è di gemelli. A contrasto, la mortalità infantile alla nascita dei gemelli è cinque volte superiore rispetto alla norma, che in Africa oscilla tra il 20 e il 50 per mille. Questa assenza di vita in una meraviglia naturale come il parto gemellare è probabilmente alla base delle pratiche sugli hohovi, così preziosi da non poter andare perduti nella morte biologica.

Foto viventi

Tra gli Yoruba (vicini-rivali storici dei Fon) la pratica degli jbeji (statuette di gemelli assai pregiate sul mercato collezionistico, con orrore dei locali: «Come si possono vendere bambini così importanti?», dice una mamma) non è antichissima: risale alla fine dell’Ottocento. Osservando le statuette hohovi si può pensare che le pratiche dei Fon seguano temporalmente quelle degli Yoruba. Diventa pertanto ipotizzabile un recente meccanismo di valorizzazione progressiva dei gemelli a partire da una precedente condizione ambivalente, tra paura e venerazione (vedi box). Da una frequenza di parti gemellari nella norma, si passerebbe progressivamente ai valori attuali tramite quella che si definisce “selezione epigamica”, in cui entra in gioco la cultura: le donne in grado di partorire gemelli sarebbero sempre più ambite come spose, e avrebbero pertanto sempre più figli rispetto alla media. E i minuscoli kindergarten di bambola dei Fon si affolleranno di hohovi dai colori vivaci.

Alcuni Fon, al posto delle statuette, usano la fotografia per mantenere il rapporto con i gemelli defunti. Una coppia porta dal fotografo il gemello sopravvissuto, per scattare un ritratto che avrebbe dovuto rappresentare il fratello morto. Sull’altarino vengono messe due fotografie, come se l’identità fosse assoluta e trasmissibile agli oggetti fotografici, così come erano in vita. La foto è un legame attivo con il mondo dei defunti, con l’identica funzione delle statuette. L’oba (re) di Benin City già negli anni Quaranta del secolo scorso pensava che fosse più sicuro affidarsi alla posterità tramite una foto che non attraverso una statua di legno deperibile. Il mitico “sommo sacerdote della tradizione” dei Fon, Dagbo Hounon, ebbe a dire con la sua magniloquenza magica: «Le regole applicabili agli esseri umani, possono essere parimenti trasferite agli oggetti? A una tale domanda possono rispondere solo i parapsicologi».

(testo di Alberto Salza – foto di Eric Lafforgue)

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