Bangui e i russi, opportunismi e paradossi di un’alleanza

di Celine Camoin
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Da circa tre anni sono i nuovi padroni dell’antica tenuta di Berengo, vecchia residenza del presidente-imperatore Jean-Bedel Bokassa, convertita in centro di formazione militare. Gli alleati russi del presidente Faustin Archange Touadera non sono venuti meno al patto di protezione che li lega all’attuale uomo forte di Bangui, minacciato in questi giorni da una coalizione ribelle formata ad hoc per creare scompiglio alla vigilia delle elezioni generali del 27 dicembre scorso.

Avvolto nel riserbo ufficiale, il recente arrivo di rinforzi russi – si parla di centinaia di istruttori militari con relativo equipaggiamento, senza che sia ben chiaro se si tratta di contractors, di militari regolari, o di un mix di entrambi – è stato comunicato il 21 dicembre dal portavoce di governo Ange Maxime Kazagui. Le fonti del Cremlino, però, non hanno confermato, preferendo non commentare la notizia e limitarsi a esprimere preoccupazione per gli sviluppi. Quel che è certo, è che le giornate pre e post-elettorali hanno visto intervenire in prima linea in vari punti del territorio mercenari russi, che nella capitale hanno rafforzato al massimo i dispositivi di sicurezza.

La “gaffe” di Bangui ha messo in luce la paradossalità dello scenario centrafricano. Il Paese è ufficialmente sotto embargo sulle armi imposto a dicembre 2013 in piena crisi politico-militare successiva al golpe armato guidato dall’alleanza Seleka contro l’ex presidente François Bozizé. Nonostante varie iniziative di pace, un periodo di transizione e le elezioni nel 2016, le sanzioni sono tuttora in vigore ma alla quindicina di milizie non governative (oltre ai banditi comuni) che controllano i tre quarti del territorio, le armi non sono mai mancate. Contrariamente all’esercito regolare, fino a poco tempo fa quasi inesistente e privo di risorse. Difficile, in questa situazione, mostrare i muscoli davanti a un’orda di gruppi ribelli non disposti a cedere terreno.

È proprio in questo contesto che i russi hanno fatto il loro ingresso nello scenario centrafricano. Nel febbraio 2016, Touadera fu eletto e la Francia decise di ritirare la missione militare Sangaris, mandata in extremis a dicembre 2013 allorché dilagavano le violenze. Presa da nuove crisi, in particolare nel Sahel, Parigi si disimpegnò lasciando una porta aperta. Propose al Consiglio di sicurezza dell’Onu di mandare al neo esercito di Bangui armi recuperate dalla pirateria in Somalia. Al Consiglio, Mosca sollevò un’obiezione giuridica, che venne accolta. La Francia chiese allora a Touadera di mediare, pensando di ottenere un ammorbidimento della posizione russa. Il presidente fu così convincente che ottenne molto di più: il coinvolgimento diretto di Mosca a fianco delle forze armate, con formatori, mezzi (armi e blindati di seconda mano), consiglieri e guardia presidenziale.

«La Russia è entrata per opportunismo, senza una reale strategia se non quella di consolidare la propria presenza in Africa, dove ha solidi legami in aree ben più strategiche come in Algeria, in Egitto, in Angola, in Zimbabwe, in Sudafrica, in Namibia… Il peso del Centrafrica è in realtà irrisorio. Tuttavia, poteva servire a ricostruire una rete africana, già esistente prima degli anni ‘90, ma che per vari motivi era stata messa da parte, ed essere una porta verso altri scenari», spiegava qualche tempo fa a Radio France Internationale (Rfi)  Arnaud Dubien, ricercatore e membro dell’Osservatorio franco-russo. Nella stessa trasmissione, lo specialista di questioni sub-sahariane Roland Marchal (Centro studi e ricerche internazionali, Ceri) aggiungeva che Mosca aveva «colto l’opportunità di una cooperazione a basso costo. Allo stesso tempo, aveva ottenuto un ‘bel modo’ di umiliare i francesi», protagonisti di vari bracci di ferro con i Russi sulla scena geopolitica internazionale, come ad esempio in Siria e in Libia.

Il ruolo della Russia in Centrafrica dà luogo a dibattiti e speculazioni, alimentate dalla difficoltà a reperire informazioni, soprattutto quelle verificate. Nel quartier generale di Berengo, dove si trovano contractors della società Wagner, secondo Dubien l’accesso è proibito persino agli esperti delle Nazioni Unite e ai caschi blu della Minusca.

I mercenari della Wagner, che viene spesso collegata al controverso uomo d’affari Yevgeny Prigozhin, non sarebbero gli unici a operare in Centrafrica. Un documento della Swedish Research Defenze Agency (Foi) menziona altri due nomi, la Sewa Security Services e la Patriot, senza però che l’esistenza reale di questi due soggetti sia provata. Un’ipotesi è che non siano altro che ramificazioni della Wagner, o, altra ipotesi, truppe appartenenti alle forze speciali Gru. Valery Zakharov, nominato consigliere del presidente Touadera, è il volto ufficiale della collaborazione con la Russia, ma – secondo Dubien – è più noto per le sue connessioni con la Wagner che per la sua precedente conoscenza dell’Africa.

Gli interessi dell’ospite russo, come d’altronde di tutte le grandi potenze quando intervengono direttamente in scenari di crisi fuori dai propri confini, vanno sicuramente al di là dello spirito di fratellanza e della diplomazia. In rete, molteplici letture attribuiscono alla società di sicurezza interessi nello sfruttamento delle ricchezze del sottosuolo centrafricano, che sarebbe in qualche modo la moneta con la quale ripagare l’appoggio. Ma anche su questo punto, ci troviamo di fronte a notizie poco chiare, che lasciano intravvedere il doppiogiochismo dei vari protagonisti della crisi centrafricana.

Per primo, lo stesso presidente Touadera, che solo un paio di settimane fa, in una lunga intervista pre-elettorale al canale Equinoxe Tv, negava l’esistenza di autorizzazioni su siti minerari a partner russi. «Citatemi solo un esempio…Cosa farebbero i russi? Esistono purtroppo molte voci e dicerie che si fanno circolare per tirare giù un Paese, e davvero non ne abbiamo bisogno», rispondeva al cronista che lo interpellava direttamente sulle voci secondo le quali ai russi sono concessi permessi su oro e diamanti senza l’avallo del Parlamento.

Nel luglio del 2018, il sito DabangaSudan, riferendo testimonianze dal Sud Darfur, riportava la presenza di 500 russi in divisa, con veicoli ed equipaggiamento, impegnati tra l’altro nella costruzione di una pista d’atterraggio, a pochi chilometri dal confine con la Repubblica Centrafricana. Un articolo pubblicato sul sito della Jamestown Foundation (“The mercenaries behind russian operations in Africa”, novembre 2019) riferisce che in quella base militare, i russi (il testo cita la Wagner) hanno formato 600 ribelli della Seleka (a fianco di soldati sudanesi) ottenendo forse «in cambio un accesso ai siti minerari sotto il controllo della ribellione».

Quanto al reale peso economico delle ricchezze del sottosuolo sudafricano, se è vero che è dotato di riserve di oro e di diamanti di una grande purezza, si tratta di una ‘ricchezza’ ancora solo potenziale, non sfruttata a livello industriale, limitata alla sfera artigianale e che non ha visto finora il coinvolgimento di grande aziende russe del settore.

Si attendono per oggi, lunedì 4 gennaio, i primi risultati parziali ufficiali delle elezioni presidenziali e parlamentari, di cui la coalizione dell’opposizione COD 2020 ha chiesto l’annullamento, considerate le intromissioni della coalizione ribelle, opportunisticamente appoggiata dall’ex presidente François Bozizé, uno dei leader dell’opposizione. Per i partner russi, la cooperazione che si pensava facile e a basso costo rischia di trasformarsi in un nuovo pantano. Che potrebbe essere proprio quello che serve per evitare complicazioni e giustificazioni. 

(Céline Camoin)

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