Algeria | Stato-mafia a processo, solo fumo negli occhi?

di Celine Camoin
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«I procedimenti giudiziari in corso qui ad Algeri fanno pensare al maxiprocesso alla mafia dell’Italia dell’86. Solo che nel nostro caso, la mafia, era lo Stato». Il paragone del nostro collega Hassen Houicha, giornalista di Echorouk, fa capire l’importanza dei fascicoli in mano alla magistratura algerina. Un’intera élite che, gravitando attorno al presidente Abdelaziz Bouteflika e ai generali, si è arricchita personalmente per lunghi anni, a discapito della nazione.

Piegato dalla pressione dello Hirak, il “Movimento” popolare e pacifico di protesta, oltre che dalla malattia, Bouteflika rassegna le dimissioni il 2 aprile 2019, dopo 20 anni alla presidenza della repubblica. Sembra che stia soffiando il vento del cambiamento. Scattano subito le prime inchieste, e solo un mese più tardi, viene arrestato Said Bouteflika, fratello e consigliere speciale di Abdelaziz. Said è condannato in primo grado e in appello a quindici anni di detenzione per “complotto” con l’intenzione di “attentare all’autorità dello Stato e delle Forze armate”. Il tribunale militare di Blida, incaricato del caso, processa insieme a lui l’ex capo del dipartimento dell’intelligence e della sicurezza, il potente Mohamed Mediene, detto “Toufik”, l’ex coordinatore dei servizi di sicurezza Athmane Tartag, detto “Bashir”, e Louisa Hanoune, segretaria generale del partito dei lavoratori.

Segue un’ondata di processi eccellenti: gli ex capi di governo Ahmed Ouyahia e Abdelmalek Sellal, l’uomo d’affari Ali Haddad, ex presidente del Forum degli imprenditori e molto vicino alla famiglia Bouteflika, l’ex capo della Sicurezza nazionale dal 2010 al 2018 Abdelghani Hamel, gli ex ministri dell’Industria Youcef Yousfi e Mahdjoub Bedda, gli ex governatori di Orano, Abdelmalek Boudiaf  e Abdelghani Zaalane, l’ex governatore di Tlemcen, Bensebane Zoubir, l’ex governatore di Tipaza, Ghellai Moussa, l’ex direttore generale dell’Ufficio di promozione immobiliare Mohamed Rehaimia, l’ex ministro dell’Industria e delle Miniere Abdessalem Bouchouareb, in fuga, gli imprenditori Ahmed Maazouz e Mohamed Bairi…Tutti fanno parte di una lunga lista di personalità politiche e di affaristi finiti in tribunale e condannati al carcere per reati di corruzione, arricchimento illecito, riciclaggio di denaro, traffico d’influenza e reati fondiari.

Guardando dall’esterno, sembra essersi messa in moto una giustizia imparziale, liberata dalla pressione che a lungo l’aveva costretta a chiudere gli occhi. Una svolta storica, che ha messo in luce anni di malversazioni.

Mustapha Atoui

Mustapha Atoui, presidente dell’Anlc

Ma agli occhi degli algerini e dei promotori della protesta per un cambiamento democratico, è davvero così? Africa Rivista ha chiesto il parere al presidente dell’Associazione nazionale di lotta alla corruzione (Anlc), Mustapha Atoui, attivista dello Hirak. La premessa del nostro interlocutore segna subito il passo:

«L’Anlc è stata creata nel 1912 ma le autorità non l’hanno mai accreditata, rifiutando a noi e a qualsiasi associazione autonoma, slegata dal potere, l’autorizzazione a esistere. Fino ad oggi la situazione non è cambiata. Finché non si potrà godere delle proprie libertà individuali e collettive, come sarà possibile lottare davvero contro la corruzione?»

Cosa pensa dei processi avviati subito dopo la caduta di Bouteflika?

«Vogliono dare l’impressione che si stia facendo qualcosa per la lotta alla corruzione. La realtà è tutt’altra. Dal nostro punto di vista, non era nemmeno il momento opportuno di intavolare questi processi contro le personalità vicine all’ex capo di Stato. Riteniamo che le istituzioni e i leader che sono stati implicati nel vecchio regime non possono adesso lottare contro la corruzione».

I magistrati sono rimasti gli stessi?

«Non sono cambiati i magistrati, pertanto non ci troviamo davanti a una giustizia indipendente. Solo il presidente della Repubblica è cambiato. Ma non abbiamo assistito al cambiamento di sistema voluto dai veri militanti per la democrazia».

Cosa rappresentano, allora, i grandi processi in corso?

«Sono, da un lato, un’illusione di giustizia, dall’altra, regolamenti di conti. I due ex primi ministri condannati erano i più odiati, mentre tutti gli altri erano vicini al fratello dell’ex presidente. Sin dall’indipendenza il regime è diviso in clan. Un clan ha approfittato dello Hirak per eliminare esponenti avversi. Le personalità da processare sono state scelte. Per un semplice cittadino però, sarebbe più importante vedere restituiti i soldi rubati, piuttosto che vedere personalità in manette. Ingenti somme di denaro sono state trasferite in banche all’estero. E qui vediamo chiaramente l’ipocrisia dell’Occidente, che da una parte promuove la lotta alla corruzione, e dall’altra, accetta di ricevere il denaro rubato dalle stesse personalità. La Francia, ad esempio, sa benissimo che numerosi ex ministri ed ex dirigenti hanno trasferito lì il denaro. Senza l’appoggio di Parigi, il regime non avrebbe resistito così a lungo, il popolo lo avrebbe fatto cadere prima».

In qualità di sostenitore dello Hirak, continua a considerare che le ultime elezioni presidenziali non sono state democratiche?

«Non solo non rispondono ai criteri di una democrazia, ma sono state elezioni truccate. Pochissima gente è andata a votare, e persino il giorno del voto si sono tenute manifestazioni.  Continuano ad essere i militari i veri detentori del potere, una situazione che esiste sin dall’indipendenza del 1962. Finché non si porrà fine all’intervento dei militari nel governo civile, non assisteremo ad alcun cambiamento».

Eppure c’è stato un rimpasto ai vertici dello stato maggiore dopo l’elezione del presidente Abdelmajid Tebboune…

«Chi ha deciso del rimpasto, Tebboune o lo stato maggiore? Stiamo assistendo a una copertura legale. Tebboune firma i decreti, ma chi decide? Noi riteniamo che sono sempre i militari, che peraltro sono anche coinvolti negli affari, facendo business attraverso prestanomi. Ci sono abusi da parte delle forze dell’ordine. Arrestano individui senza mandato del procuratore. Io stesso sono stato arrestato da agenti in borghese, che non si sono nemmeno presentati».

In quali circostanze Lei e il segretario generale dell’Anlc, Halim Feddal siete stati arrestati?

«La motivazione è quella di aver partecipato a manifestazioni non autorizzate, perché il governo considera lo Hirak un movimento non autorizzato. Sono stato arrestato a gennaio, Feddal lo scorso novembre. Siamo in libertà provvisoria, dopo essere stati condannati in primo grado rispettivamente a tre e sei mesi di carcere. Siamo in attesa del processo in appello. Attualmente ci sono circa 200 attivisti in carcere».

Gli attivisti dello Hirak hanno sospeso le manifestazioni di piazza per via del covid-19, cosa stanno facendo nel frattempo?

«Ci sono attività attraverso i social network, attività di sensibilizzazione, attività di beneficenza e di sostegno ai più bisognosi, visto che il crollo del prezzo del petrolio, unito al covid, ha avuto un impatto negativo. Tuttavia, nulla di tutto ciò è autorizzato. Lo Hirak non è solo manifestazioni, è un’idea, e un’idea non muore mai. Per quanto mi riguarda, ho deciso di continuare a lottare per l’instaurazione di uno stato di diritto, affinché i nostri figli possano godere della libertà».

Il vero cambiamento potrebbe avvenire alle prossime elezioni?

Sarà difficile avere un cambiamento da elezioni, a meno che lo Hirak riesca a negoziare l’uscita di scena della classe dirigente. Come premessa, i generali e i servizi d’intelligence dovranno lasciare la politica ai politici.

(Céline Camoin)

 

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