Africa: un anno di pandemia visto da sud

di Valentina Milani
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Benché oggi le statistiche africane della pandemia tendano a conformarsi maggiormente ai trend globali rispetto a quanto avvenuto durante la prima ondata, si può tuttavia affermare che le previsioni più “catastrofiste” della primavera 2020 non si siano avverate. L’impatto sanitario del virus in Africa si è mantenuto su livelli tutto sommato contenuti rispetto ad altre aree del mondo: circa 3,4 milioni di infezioni (di cui 80% asintomatiche) e circa 87.000 decessi su una popolazione di 1,216 miliardi di persone. Quasi ciascuno dei 54 Paesi africani ha registrato un numero totale di decessi dall’inizio della pandemia inferiore a quello giornaliero negli Stati Uniti. Sono questi i dati snocciolati su un approfondimento dedicato al covid-19 e pubblicato sull’ultimo numero del mensile Africa e Affari

Stando ai dati confermati dall’Organizzazione mondiale della sanità (Oms), rispetto alla prima ondata, la seconda sembra registrare una diffusione più capillare del virus (circa 27.000 casi al giorno tra il 28 dicembre e il 25 gennaio 2021, rispetto ai 18.000 della prima ondata, ovvero +50%). Ciò avviene soprattutto in Africa mediterranea e in Africa australe, complice la variante 50Y.V2 (meglio nota come “variante sudafricana”). Secondo i dati dell’Oms, i maggiori focolai si sono riscontrati in Sudafrica (oltre 43.000 decessi, ovvero il 48% del totale del continente), Egitto (con oltre 8.000 vittime, circa l’11%) e Marocco (10%).

Tra le ipotesi addotte per spiegare l’apparente resilienza del continente figurano la sua struttura demografica (60% di giovani sotto i 25 anni e solo 3% di anziani oltre i 65), il clima generalmente più caldo, la minore intensità delle connessioni con l’estero, i tassi più bassi di obesità e diabete e una certa “immunità” derivante da malattie preesistenti, incluse quelle attribuibili ad altri coronavirus. A ciò non è peraltro estranea la massiccia campagna di vaccinazione resa obbligatoria in molti Paesi africani contro la tubercolosi. Secondo l’African Centres for Disease Control and Prevention (Africa Cdc), a livello aggregato i Paesi africani avrebbero ad oggi condotto circa 38,7 milioni di test covid-19, con un trend in aumento, sebbene la stessa struttura riterrebbe necessario effettuarne almeno 15 milioni al mese per tenere la pandemia sotto controllo. L’ampia sottostima dei numeri delle infezioni, dovuta alla ridotta capacità di testing dei sistemi sanitari africani, non influenza tuttavia la bassa incidenza dei decessi – una considerazione corroborata dall’analisi dell’Oms, che ha giudicato “marginali” gli scostamenti nel conteggio delle vittime da covid-19 in Africa. Sebbene infatti anche l’indice di mortalità del virus a livello aggregato nel Continente abbia ormai raggiunto (e superato) la media mondiale (2,5% contro 2,2%), tale dato appare molto diversificato a livello nazionale. 

Più del covid-19 in sé, preoccupa tuttavia l’estrema vulnerabilità strutturale degli apparati sanitari africani. Con essa le difficoltà legate all’impossibilità di far fronte a più di una crisi sanitaria allo stesso tempo, in un Continente già esposto ad epidemie endemiche come la malaria (secondo l’Africa Cdc, le malattie infettive mietono 227 milioni di vittime all’anno, con un bilancio “economico” di oltre 600 miliardi di dollari). Con il 16% della popolazione globale e il 26% dell’incidenza mondiale delle malattie, l’Africa rappresenta solo il 2% della spesa mondiale per la sanità. In Africa vi sono meno di 5 medici ogni 100.000 abitanti, circa 2 posti letto ogni 1.000 abitanti e il Continente, secondo i dati dell’Eca è inoltre costretto ad importare il 94% del proprio fabbisogno di farmaci. 

Risultano poi inapplicabili – si legge su questo speciale di Africa e Affari firmato da Simone Corsale – molte delle misure di prevenzione comunemente adottate nel resto del mondo: il 56% della popolazione africana vive nei cosiddetti slums, e di questi oltre il 50% in stanze condivise con altre persone; il 36% delle famiglie non ha accesso all’acqua corrente e solo un africano su tre ha la possibilità di lavarsi le mani almeno una volta al giorno. Senza contare che le normative per la sicurezza sul lavoro non trovano applicazione per l’85% dei lavoratori africani, impiegati nel settore informale. Tale vulnerabilità rischia di produrre effetti nefasti nel caso di pandemie che non facciano distinzione d’età, o di varianti più aggressive dello stesso coronavirus che al momento sembrano svilupparsi in alcune parti del Continente (ben 13 ceppi diversi del virus sono stati registrati nella sola Nigeria).

Proprio questa sera dalle 18 alle 19, la Rivista Africa organizza un webinar per fare il punto sull’emergenza pandemica al di là del Mediterraneo, in occasione della pubblicazione del libro “La pandemia in Africa – l’ecatombe che non c’è stata” di Angelo Ferrari e Freddie del Curatolo (Rosenberg & Sellier) che presenteremo in anteprima con gli autori.

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