Africa: spegnere internet per soffocare il dissenso

di Valentina Milani
internet in africa
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Negli ultimi cinque anni l’accesso alle piattaforme social è stato bloccato in 28 Paesi africani. Ben 14 volte l’interdizione è scattata in prossimità di consultazioni elettorali. Lo evidenzia uno studio realizzato da Surfshark, una società specializzata nella protezione della privacy. L’anno scorso sono stati registrati almeno nove casi politici di restrizione sui social media in otto Paesi. A livello globale, afferma Surfshark, sono 63 paesi ad aver limitato l’accesso ai social media dal 2015.

Il più recente episodio africano è stato visto in Senegal, in occasione delle proteste legate al caso Sonko. Molti utenti hanno constatato che il loro accesso a youtube e whatsapp era diventato difficile o impossibile.

I social media in particolare sono diventati un obiettivo poiché sono cresciuti fino a costituire una parte quotidiana della vita in Africa. I siti di social media si sono dimostrati potenti piattaforme per consentire alle persone di esprimere la propria voce contro l’autoritarismo. “Ma poiché le amministrazioni autoritarie africane hanno difficoltà a controllare il potere editoriale a causa della mancanza di giurisdizione, l’opzione più semplice per loro è chiudere i siti”, osserva Carlos Mureithi su Quartz Africa.

Le chiusure di Internet sono diventate sempre più comuni in Africa per combattere il dissenso e limitare le azioni di protesta, in particolare durante le elezioni o nei momenti di crisi economica. Per Tim Berners-Lee, l’inventore del world wide web, queste azioni sono violazioni che il mondo non può ignorare.

Man mano che il continente è diventato più digitalizzato, i governi africani hanno sempre più utilizzato le chiusure come strumento schietto per esercitare il controllo. La prima interruzione di Internet nell’Africa sub-sahariana risale al 2007, quando il presidente guineano Lansana Conté ordinò ai fornitori di servizi internet del Paese di bloccare qualsiasi accesso a seguito di proteste diffuse che chiedevano le sue dimissioni. 

(Stefania Ragusa)

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