Adú, un film commovente e vero. Da vedere

di Marco Trovato
Tempo di lettura stimato: 4 minuti

Adú è un bimbo di 6 anni del Camerun che sogna l’Europa, protagonista di un omonimo film spagnolo prodotto da Netflix. Un film toccante, che si segue con il fiato sospeso e potrebbe essere giudicato “strappacuore”, se non raccontasse delle tragiche realtà, milioni di eventi strazianti a cui si è ispirato lo sceneggiatore Alejandro Hernandez e che il regista Salvador Calvo ha saputo trasporre magnificamente in immagini.

Il trailer del film (disponibile su Netflix anche in italiano)

Già il prologo del film è fortemente drammatico: in una notte buia decine di africani sono aggrappati a una barriera metallica con il filo spinato: riuscire a superarla significa conquistare il passaggio in Spagna, un futuro migliore in Europa. Siamo a Melilla, città autonoma spagnola sulla costa orientale del Marocco, dove la Guardia Civile tenta di fermare questo gesto disperato e per errore uccide un rifugiato politico del Congo. Mateo, l’agente più sensibile e coscienzioso, vorrebbe confessare alla Polizia l’accaduto, ma i colleghi lo costringono a deporre una falsa versione per scagionarsi. Questa vicenda mette in discussione le azioni delle forze dell’ordine nazionali, in questo caso della Guardia Civile.

La scena mi ha particolarmente impressionato perché sono stata in questo luogo terribile e ho visto la boscaglia vicina dove un numero imprecisato di africani sopravvive nascosto aspettando la possibilità della fuga e resiste anche per mesi in situazioni più che precarie tentando e ritentando di passare, di “bruler”.

E il tema dell’emigrazione è quello importante, a cui si intrecciano altre storie, a mo’ di vasi comunicanti,  che si dipanano separatamente e a tratti si incrociano fino a riunirsi nel finale.

Una è quella di un ambientalista (Luis Tosar) che lotta con i bracconieri per preservare gli elefanti, ma non ha un buon rapporto con gli africani che lavorano con lui, né con la figlia arrivata dalla Spagna, viziata e drogata. Lui ha lasciato la sua patria per problemi irrisolvibili ed è interessante questo viaggio all’inverso rispetto a quello degli emigranti in Europa.

E il piccolo Adú è il filo rosso di tutta la trama: è lui con la sorellina Alikata  ad assistere alla macabra uccisione di un elefante e quindi costretto alla fuga, abbandonando la preziosa bicicletta. Sua madre viene uccisa e i due bambini si sono costretti a scappare, testimoni innocenti di un’azione delittuosa.

Adú, disidratato, sviene e la sorella lo cura con amore finché giungono da una zia, lontana dal villaggio di Mibouma, che paga il “passeur” perché li aiuti ad arrivare in Spagna, dove vive il loro padre. Come tanti altri incoscienti, tesi solo a guadagnare denaro, il tipo li abbandona all’aeroporto incoraggiandoli a nascondersi nel carrello di un aereo per Parigi, dove i due bambini si rifugiano, assiderati (e tale si sente anche lo spettatore). Alikata muore, congelata, precipitando nel vuoto mentre l’aereo si approssimava allo scalo di Dakar (una storia simile a noi nota perché un’atrocità simile è già avvenuta l’8 gennaio 2020 su un aereo che dalla Costa d’Avorio è atterrato a Parigi.

Questa è la struttura base della trama, ma tanti sono i dettagli degni di nota, come ad esempio una finta maglietta di Ronaldo, disegnata direttamente sulla schiena del piccolo Adú. Il montaggio è ottimo con un ritmo serrato e le tre storie ricche di contenuto, che avrebbero potuto risolversi in un pasticciaccio, si intrecciano felicemente.

Adù è solo e quel bimbo piccolo e gracile, grandi occhioni smarriti, scatena una immensa tenerezza. Per fortuna incontra Assam, un ragazzo somalo anche lui fermato dalla polizia e insieme riescono a fuggire escogitando mille espedienti. Tra i due nasce un fortissimo rapporto di amicizia, due esseri fragili esposti a tutti i pericoli. Anche quello della pedofilia, a cui il grande riesce a strappare il piccolo, ormai sotto la sua protezione. Sfiniti alla fine del loro lungo percorso da Dakar, alla Mauritania, al Marocco, decidono di raggiungere la Costa spagnola di notte, tentando la disperata traversata con due copertoni, legati tra loro da una corda. Sfido anche lo spettatore più superficiale e impassibile, a restare indifferente a questa sequenza. La corda si rompe, i due si cercano disperatamente a vicenda, finché la guardia costiera non li porta in salvo, ma il finale non è felice.

Molto significativa la bicicletta, strumento prezioso e insostituibile per i due bambini e semplice sfizio per la figlia dell’ambientalista, che se la riporta in Spagna come bizzarro ricordo.

Ma il merito maggiore va al piccolo protagonista, Adu/ Moustapha Oumarou, che rivela uno straordinario talento alla sua prima prova cinematografica.

Non stupisce che il film sia una delle grandi sorprese al botteghino in Spagna e che domini le nomination per la 35ª edizione dei Goya Awards, poiché non è certo un film di intrattenimento, ma piuttosto un film “necessario, che ti invita a riflettere.

Dolorosamente significativa la scritta che compare dopo i titoli di coda: nel 2018, 70 milioni di persone hanno tentato di arrivare in Europa, oltre la metà sono bambini.

L’autrice, Annamaria Gallone, tra le massime esperte di cinema africano, terrà a Milano l’8 e 9 maggio 2021 il seminario Schermi d’Africa dedicato alla cinematografia africana. Per il programma e le iscrizioni clicca qui

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