Tra religione e sport, il softpower marocchino in Africa

di claudia

Religione e sport, a fianco agli strumenti di diplomazia tradizionale, fanno parte della rinnovata strategia del Marocco per una maggiore influenza in Africa. Rabat è alla ricerca di un ruolo sempre più centrale nelle dinamiche del continente e lo fa anche attraverso il soft power.

di Luigi LimoneAmistades

Nel corso dell’ultimo decennio, il Marocco ha mostrato una rinnovata attenzione per il continente africano e per l’esportazione della sua influenza. A questo rinnovato interesse ha fatto seguito una strategia di “incursione morbida” in Africa, una mossa che sembra appartenete a una più ampia e ambizione geostrategica di Mohammed VI, con la quale il Marocco mira a rafforzare la propria influenza politica ed economica nell’intero continente africano.

Alcuni aspetti della nuova politica del Regno in Africa si concretizzano in un certo numero di iniziative e strumenti di soft power introdotti allo scopo rafforzare la cooperazione marocchino-africana, in particolare nella regione dell’Africa occidentale. Oggi, la strategia di Rabat ruota sempre di più intorno a due assi principali: da un lato, i tradizionali strumenti diplomatici e la cooperazione economica attraverso visite ufficiali e accordi commerciali con i Paesi vicini; dall’altro, la diplomazia religiosa basata sulle affinità religiose e culturali su cui il Paese può puntare soprattutto per affermare la propria egemonia nell’Africa occidentale.

Proprio grazie all’esistenza di questi legami, negli ultimi anni Rabat ha ripreso a utilizzare la religione e la sua immagine di leader religioso per espandere la propria influenza. Tuttavia, il soft power marocchino non si limita a questo. Più recentemente, il Regno ha deciso di puntare sullo sport, e più in particolare sul calcio, approfittando anche della crescente instabilità nella regione del Sahel e della non conformità della maggior parte degli stadi delle grandi capitali dei Paesi dell’area, allo scopo di affermare la propria egemonia regionale e conquistare un ruolo chiave in tutto il continente.

La strategia del Marocco in Africa

Nel 1984, il Marocco si era ritirato dall’Organizzazione dell’unità africana a seguito dell’ammissione al suo interno della Repubblica democratica araba sahrawi (RASD), fondata nel 1976 dal Fronte Polisario. L’assenza dal più importante forum multilaterale africano aveva impedito al governo di Rabat di partecipare alla rifondazione dell’organizzazione nel 2001, quando è stata trasformata in Unione africana (UA) e  aveva limitato la sua partecipazione alle iniziative di sviluppo regionale per l’Africa, prima fra tutte il Nuovo partenariato per lo sviluppo dell’Africa (NEPAD).

Tuttavia, nel tentativo di mantenere una certa influenza nel continente e minimizzare l’impatto di tale assenza, la diplomazia marocchina aveva optato fin da subito per un approccio proattivo basato su un bilateralismo selettivo con Paesi considerati “amici”, appartenenti per lo più all’Africa centrale e occidentale francofona.

La riammissione del Marocco nell’Unione africana (UA) nel gennaio 2017, dopo ben trentadue anni di assenza, ha rappresentato un’inversione di marcia rispetto alla posizione di Rabat nei confronti dell’organizzazione e dei suoi obiettivi. Il ritorno nell’organizzazione è stato segnato da un’intensa azione diplomatica che ha visto il re Mohammed VI viaggiare in diverse capitali africane durante l’ultimo trimestre del 2016 e il primo del 2017 al fine di rafforzare i legami economici e politici con i suoi omologhi africani. In rottura con il passato, il tour di Mohammed VI e del suo entourage ha incluso Paesi dell’Africa occidentale e centrale anglofona, come Ghana e Nigeria, e Paesi dell’Africa orientale che riconoscono la RASD, tra cui Ruanda, Tanzania, Etiopia e Sud Sudan.

Ciò è segnale di una fase politica in cui Rabat intende ampliare il proprio margine di influenza in tutto il continente africano, come dimostrato inoltre dall’apertura di cinque nuove ambasciate nel continente (Ruanda, Tanzania, Mozambico, Mauritius e Benin) e dall’accoglienza a Rabat di leader africani non abituati a visitare Paesi maghrebini, come il Presidente del Ruanda Paul Kagamé.

 Inaugurazione della Fondazione Mohammed VI degli Ulema africani. Photo credit: Maghreb Arab Press (MAP)

La “Religious leadership”…

Come abbiamo visto, la riconnessione con il continente africano non è stata intrapresa solo attraverso la diplomazia tradizionale. Un elemento fondamentale di questa rinnovata attenzione all’Africa sta nel rafforzamento della “Religious leadership”. A tal fine, già nel 2015 è stata creata la Fondazione Mohammed VI per gli Ulema africani con l’obiettivo di promuovere, diffondere e consolidare i valori dell’Islam tollerante. Attraverso la Fondazione, Rabat si propone di promuovere una visione religiosa “moderna” e di formare imam di diversi Paesi africani, come il Mali o il Burkina Faso.

In realtà, la nuova politica religiosa orientata verso l’Africa non è novità per il Regno marocchino. Si tratta piuttosto di un riadattamento della precedente politica religiosa sviluppata a metà del 1980 e conosciuta come forma di diplomazia alternativa o parallela a quella tradizionale. Questa diplomazia alternativa, definita da molti “diplomazia spirituale” mirava a rompere l’isolamento del Marocco nel continente e a rimediare ai suoi canali politici e diplomatici dopo il ritiro del Marocco dall’Unione Africana ed era basata principalmente sulle scuole sufi come strumento di diffusione della politica religiosa marocchina in Africa.

Con il passaggio alla leadership religiosa Mohammed IV si è dotato di una politica religiosa strutturata transnazionale, fondata su una nuova visione che riflette il progresso sostanziale in termini di intensità del ruolo della religione, ne diversifica gli strumenti operativi e gli attori coinvolti e ripensa alle aree di intervento e alle modalità di esercizio dell’influenza. Più nello specifico, il Marocco è passato gradualmente da un’azione religiosa occasionale, difensiva e reattiva a una politica religiosa offensiva pragmatica a lungo termine che mira a investire sul patrimonio spirituale comune marocchino-africano per consolidare la creazione di partenariati strategici a lungo termine con i Paesi africani.

Inoltre, oltre alla politica governativa dall’alto verso il basso, Rabat ha iniziato a mobilitare anche gli attori non governativi che rafforzano così il ruolo giocato dalle reti islamiche sufi, note per la loro forte influenza in alcuni paesi dell’Africa occidentale (ad esempio, le scuole sufi Al Qadiriya e Tijaniya).

…e la “Football diplomacy”

Al fine di perfezionare le sue relazioni diplomatiche e il suo ruolo di attore regionale, da qualche anno il Regno, sostenuto dal coinvolgimento personale del re, si serve con particolare successo di un altro strumento di soft power: lo sport. Come per la religione, anche il ruolo attribuito agli eventi sportivi nella strategia d’influenza del Marocco verso l’Africa subsahariana non è nuovo, ma viene utilizzato ora come un mezzo per aiutare a sviluppare relazioni con i Paesi di lingua inglese, tradizionalmente più vicini al Sudafrica. Ad esempio, nel 2015 Rabat ha firmato partnership sportive con la Tanzania e il Ruanda e si è impegnata a finanziare la costruzione di diversi stadi.

Particolare importanza è riposta sul calcio, sport particolarmente diffuso e seguito in Africa. Ad oggi, diverse iniziative e partenariati sono stati istituiti con le federazioni calcistiche africane per concretizzare la volontà reale di andare verso una solidarietà attiva tra i popoli africani. Il Marocco si impegna inoltre a sostenere la costruzione di infrastrutture sportive, la formazione di dirigenti, l’accoglienza di corsi di formazione per le squadre nazionali, la formazione di arbitri e l’organizzazione di partite amichevoli. Il Paese ospita inoltre molte partite di squadre sub-sahariane temporaneamente prive di stadi e sono sempre più frequenti i casi in cui Paesi come il Mali, Gibuti, il Niger, il Burkina-Faso e la Guinea, privi di infrastrutture moderne, adeguate e talvolta sicure, si sono rivolti al Regno per organizzare propri eventi sportivi.

Il Regno sta gradualmente raccogliendo i frutti della sua “Football diplomacy”. Anche se la sua candidatura a ospitare la Coppa del Mondo di calcio 2026 non è andata a buon fine, il Marocco ha comunque ricevuto il sostegno di 35 Paesi africani ed è uno dei candidati più accreditati a ospitare l’edizione del 2030.

Obiettivi e sfide

Attraverso la sua nuova strategia ibrida tra religione e sport, il Marocco si sforza di rafforzare la sua posizione ed influenza in Africa servendosi, accanto agli strumenti di diplomazia tradizionale, del soft power. Di fronte alla crescente instabilità e all’aumento delle minacce di estremismo in alcuni paesi del Sahel e dell’Africa occidentale, soprattutto dopo la caduta del regime di Gheddafi, è possibile che dietro tale strategia il Regno intenda presentare un modello attraente per ripristinare la sicurezza e la stabilità nella regione, mettendo in evidenza l’esperienza nella gestione degli affari religiosi come una storia di successo unica.  Il coinvolgimento attivo di alcuni Paesi dell’Africa occidentale nei programmi di cooperazione religiosa del Marocco è un indicatore quantitativo che riflette in una certa misura questo successo.

Dall’altro lato, Rabat ha iniziato a stringere accordi con Paesi che vanno al di là del proprio raggio di influenza religiosa servendosi dello sport e in particolare del calcio, offrendo ad esempio la possibilità di ospitare eventi sportivi ma anche aiuti nella realizzazione di infrastrutture adeguate e stadi. In questo senso, la diplomazia sportiva sembra aver permesso a Mohammed VI di fronteggiare l’influenza egemonica del Sudafrica e di portare sotto la propria sfera di influenza Paesi anglofoni, come la Tanzania e il Ruanda, con i quali rafforzare sempre di più le relazioni.

Tuttavia, il coinvolgimento crescente del Marocco nelle dinamiche del continente africano, anche se di per sé molto significativo, non indica necessariamente l’efficacia degli strumenti utilizzati, né garantisce il raggiungimento dei risultati e degli obiettivi desiderati. Se è presto per valutare la rinnovata strategia, bisogna comunque chiedersi fino a che punto la leadership religiosa e la diplomazia sportiva saranno capaci di produrre un’influenza egemonica tale da permettere al Regno di giocare un ruolo chiave all’interno del continente. Come saprà il re Mohammed VI utilizzare religione e sport a proprio favore e combinarli con la diplomazia tradizionale e gli accordi economici per raggiungere i propri interessi in Africa resta ancora da vedere.  

Fonti:

  • Morocco’s Religious “Soft Power” in Africa: As a strategy supporting Morocco’s stretching in Africa, Moroccan Institute for Policy Analysis (MIPA), https://mipa.institute/5642
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