100 scrittori: «Più democrazia in Eritrea»

di Enrico Casale
eritrean refugee

Un gruppo di oltre 100 scrittori, intellettuali e attivisti africani ha scritto una lettera aperta al presidente dell’Eritrea Isaias Afewerki. Nella missiva lo si invita a «riportare» il suo Paese al suo «posto legittimo nella famiglia delle nazioni africane».

Gli autori, tra cui lo scrittore nigeriano e premio Nobel per la Letteratura (1986) Wole Soyinka, la scrittrice etiopica statunitense Maaza Mengiste e l’attivista anti-corruzione kenyota John Githongo, esprimono solidarietà al popolo eritreo, aggiungendo: «L’Eritrea è la società più chiusa del nostro continente».

Invitano il presidente a rilasciare, tra le altre cose, i giornalisti imprigionati. Nella lettera hanno anche detto: «Allo stesso modo, siamo scoraggiati dalla difficile situazione di molte migliaia di africani, compresi alcuni eritrei, che sono costretti a fuggire dai loro Paesi d’origine in cerca di una vita migliore per loro stessi e le loro famiglie».

Gli autori della lettera vogliono inviare una delegazione nella capitale, Asmara, per parlare con il presidente «così come con i cittadini comuni, inclusi giornalisti, scrittori e altre persone attualmente in prigione».

Uno dei firmatari, Rafael Marques, ha dichiarato alla Bbc che «era da tempo che noi africani, insieme, esprimessimo la nostra solidarietà a coloro che hanno bisogno di più nel continente. Siamo arrivati ​​al punto in cui abbiamo deciso di agire».

Il governo eritreo non ha rilasciato nessuna dichiarazione in merito. Da anni l’Eritrea è una sorta di prigione a cielo aperto. Ogni dissenso è duramente represso. Non esistono partiti di opposizione. I media, fatta eccezione per quelli statali controllati dal regime, sono stati chiusi. Alle diverse religioni è impedito o fortemente limitata la possibilità di effettuare qualsiasi azione sociale sul territorio (scuole, ospedali, ambulatori, ecc.). Neanche la pace con l’Etiopia ha permesso si cambiare la situazione. Fatta eccezione per una maggiore libertà economica, la presa del regime è ancora forte su tutte le attività sociali.

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