Scusate il ritardo – editoriale Africa n° 3-2016

di Pier Maria Mazzola

di Marco Trovato e Pier Maria Mazzola

– La donna che compare sulla copertina di questo numero di Africa si chiama Kasha Jacqueline Nabagesera. Ha 36 anni ed è la leader del movimento omosessuale in Uganda. A causa del suo orientamento sessuale, ha subito nella vita discriminazioni e soprusi di ogni tipo: è stata sospesa da scuola, derisa e isolata dai coetanei, espulsa dall’università, minacciata di morte, picchiata dalla polizia, relegata ai margini della vita sociale. Kasha non si è mai fatta intimorire, né ha voluto nascondere la sua diversità. Anziché fuggire all’estero, ha deciso di portare avanti la sua battaglia fondando la più importante organizzazione di difesa dei diritti di gay e lesbiche in un Paese dove l’omosessualità è punita con il carcere. Nel 2011 il suo coraggio è stato premiato con il Martin Ennal Award, il Premio per i difensori dei diritti umani con sede a Ginevra. L’anno scorso le è arrivato un altro importante riconoscimento: il Right Livelihood Award, il cosiddetto “Nobel per la Pace alternativo”. E il settimanale Time le ha dedicato la copertina, consacrandola icona mondiale della lotta per i diritti civili.

Ora tocca a noi di Africa renderle omaggio. Che una rivista cattolica e missionaria dedichi la copertina a un’attivista lesbica potrebbe sorprendere e sconcertare taluni. Proviamo a spiegarne il senso. La Chiesa in Africa da anni è portavoce di sofferenze e ingiustizie subite da milioni di persone che non hanno la forza e la possibilità di denunciare al mondo i loro drammi. I missionari, in particolare, hanno spesso avuto un ruolo determinante nel portare a conoscenza dell’opinione pubblica questioni scottanti e gravi ignorate dai grandi media. Per citare dei casi, il dramma delle mine, le guerre per i diamanti, lo sfruttamento delle multinazionali, le brutalità di regimi sanguinari, la violazione dei diritti umani di minoranze e gruppi etnici. Spiace constatare che in difesa degli omosessuali africani – maltrattati e talvolta uccisi per la loro identità sessuale – siano mancate parole forti e audaci da parte della Chiesa africana. Un silenzio che colpisce, soprattutto per la gravità e la diffusione delle ingiustizie perpetrate in Africa nei confronti di gay e lesbiche (vedi il reportage alle pagine 44-49).

Il silenzio rischia sempre di apparire come un imbarazzante indizio di complicità. Tuttavia non mancano voci controcorrente: in Uganda, per esempio, monsignor Giuseppe Franzelli, missionario comboniano, vescovo di Lira, si è battuto con altri confratelli per rigettare la legge contro i gay che, nella sua versione iniziale, voleva addirittura introdurre la pena di morte. «La Chiesa cattolica condanna il peccato, ma non il peccatore», ha spiegato. «Noi insegniamo quello che contiene il Catechismo della Chiesa cattolica, tuttavia non potevamo di certo restare immobili davanti ad un inasprimento del genere». Nessuna esitazione né ambiguità nel denunciare le sopraffazioni e sostenere chi si batte per i diritti fondamentali di ogni essere umano. Nel 2011 il nome di Kasha Jacqueline Nabagesera e la sua foto apparvero sulla prima pagina di un giornale ugandese, accanto ad altri esponenti omosessuali tra cui David Kato. Il titolo chiedeva: Hang Them. Impiccateli. Kato è stato ucciso a martellate pochi mesi dopo. Kasha continua a lottare a Kampala, rischiando ogni giorno la vita. Non dovrebbe indignare la nostra copertina, ma il ritardo con cui arriva.

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