Ruanda, a 30 anni dal genocidio resta alta la tensione con i paesi vicini

di claudia

di Andrea Spinelli Barrile

Il Ruanda si prepara a celebrare il trentennale del genocidio, l’ultimo del Novecento, che causò oltre 800.000 morti, soprattutto tra i tutsi ma anche tra molti hutu moderati.

Le celebrazioni inizieranno domenica 7 aprile con la consueta cerimonia al memoriale di Kigali: come ogni anno, il presidente Paul Kagame, leader del Fronte patriottico ruandese (Rpf) che rovesciò il regime genocida degli Hutu nel luglio 1994 e l’uomo forte del paese da allora, accenderà la fiamma commemorativa del Gisozi Memorial: questa cerimonia, alla presenza di leader e funzionari stranieri, segnerà l’inizio di una settimana di tributi, che vedrà il Paese quasi fermarsi per le commemorazioni. Non sarà consentita la musica nei luoghi pubblici né alla radio e sarà vietata la trasmissione televisiva di eventi sportivi e film, a meno che non siano legati alle commemorazioni.

Da 30 anni il Ruanda porta avanti un lavoro di riconciliazione, in particolare con la creazione nel 2002 dei tribunali comunitari, i “gacaca”, dove le vittime potevano ascoltare le “confessioni” dei carnefici. Le carte d’identità ruandesi non menzionano più l’etnia e la storia del genocidio viene insegnata in un programma di studio strettamente controllato dal governo: oggi, più del 70% dei 13 milioni di abitanti del Ruanda hanno 30 anni o meno: senza dimenticare il passato, intendono liberarsi dal peso di un genocidio che non hanno vissuto. La giustizia ha avuto un ruolo importante nella riconciliazione, ma secondo Kigali centinaia di persone sospettate di aver partecipato al genocidio sono ancora in libertà, soprattutto nei paesi vicini, come la Repubblica democratica del Congo (Rdc) e l’Uganda. Un totale di 28 fuggitivi sono stati estradati da paesi stranieri, di cui sei dagli Stati Uniti, mentre la Francia non ne ha estradato nessuno ma ne ha condannati una mezza dozzina a pene molto severe. Parigi, che manteneva stretti rapporti con il regime hutu all’inizio del genocidio, è da tempo accusata di “complicità” da Kigali. Una commissione di storici istituita da Emmanuel Macron ha concluso nel 2021 che la Francia ha “responsabilità pesanti e schiaccianti”, escludendo però qualsiasi complicità.

genocidio in ruanda

Restano invece tesi i rapporti tra Ruanda e Rdc che, secondo la procura di Kigali, ospita il maggior numero di ex-genocidari in fuga, 408 persone. Le reciproche accuse tra Ruanda e Rdc di destabilizzazione vanno avanti dalla fine del genocidio: l’Fpr è stato accusato dal governo di Kinshasa di aver ucciso diverse decine di migliaia di persone durante la sua caccia agli autori del genocidio. Le tensioni sono aumentate notevolmente dopo l’offensiva dell’M23, una ribellione a maggioranza tutsi, alla fine del 2021 nella parte orientale della Rdc: Kinshasa, così come l’Onu, gli Stati Uniti e diversi Paesi occidentali, accusano Kigali di sostenere i ribelli. Kigali nega qualsiasi coinvolgimento e accusa la Rdc di sostenere le Forze democratiche per la liberazione del Ruanda (Fdlr), un gruppo a maggioranza hutu creato da ex alti funzionari del genocidio.

Gli omicidi del 1994 e il genocidio ruandese cominciarono all’indomani dell’attacco all’aereo del presidente, di etnia hutu, Juvénal Habyarimana, in un delirio di odio alimentato da una virulenta propaganda anti-tutsi. Per tre mesi l’esercito, le milizie Interahamwe e semplici cittadini hanno massacrato, con fucili, machete o mazze, i tutsi, chiamati “Inyenzi” (“scarafaggi” in lingua kinyarwanda), ma anche gli oppositori hutu. La carneficina finì quando la ribellione tutsi dell’Rpf conquistò Kigali il 4 luglio successivo, innescando un esodo di centinaia di migliaia di hutu spaventati verso il vicino Zaire (oggi Repubblica democratica del Congo). Dopo 30 anni continuano ad essere scoperte fosse comuni.

La violenza in Ruanda si basa sulla politica del “divide et impera” imposta dall’ex-colone belga dopo la prima guerra mondiale: i belgi furono infatti i primi a differenziare le etnie di agricoltori (hutu) e pastori (tutsi), dapprima nei documenti di riconoscimento e poi in politica. 

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