RdCongo: tra insicurezza, instabilità ed emergenze sanitarie

di Luciana De Michele
Rdc
Tempo di lettura stimato: 5 minuti

Continuano in Repubblica Democratica del Congo le violenze, le violazioni dei diritti umani, le tensioni politiche e, come se non bastasse, i nuovi casi di Ebola e Covid-19. Riepilogo della cronaca attuale di uno dei Paesi più tormentati del continente

Il 24 agosto si è aperto a Kinshasa un forum di tutti partiti al fine di gettare le basi per una riforma elettorale in vista delle elezioni del 2023, e per cercare di porre fine all’instabilità politica e alle contestazioni post-elettorali del 2018. In principio, l’iniziativa poteva illudere di rappresentare un passo verso un consenso più democratico, ma poi sia il partito del presidente Felix Tshisekedi (Unione per la democrazia e il progresso sociale, Udps) che la piattaforma costruita intorno alla maggioranza parlamentare (Fronte comune per il Congo, Fcc) hanno parzialmente boicottato i lavori di questo tavolo tecnico. L’obiettivo del forum è dunque anche quello di ristabilire la fiducia della popolazione nella Ceni, la Commissione elettorale nazionale indipendente, che proprio secondo la società civile congolese ben poco ha di “indipendente”: a fine luglio dei movimenti che militano per la buona governance hanno lanciato una piattaforma per sensibilizzare e richiedere una riforma della Commissione, nella quale secondo loro non dovrebbero risiedere i politici. Del resto, proprio tra l’area del presidente Felix Tshisekedi e quella del suo predecessore Joseph Kabila si gioca la partita per la designazione del presidente e dei membri della Ceni: finora, il gioco sembra favorire l’entourage di Kabila.  

La diffidenza in ambito elettorale da parte della popolazione (e non solo) non è certo cosa nuova: ha caratterizzato non solo il lungo governo autoritario di Robert Kabila (succeduto al padre Laurent dopo il suo assassinio nel 2001), ma anche le ultime elezioni di fine dicembre 2018, avvenute con un ritardo di due anni e tuttora contestate. Se con pretesti logistici Kabila era riuscito a rinviare per molto tempo il processo elettorale, l’ex presidente congolese è diventato alla fine il primo leader del Paese a rinunciare al potere sotto pressione della Costituzione dall’indipendenza del Congo nel 1960. Durante le ultime elezioni, la partita si è giocata dunque tra il candidato del potere di allora Emmanuel Ramazani Shadary e i due membri dell’opposizione Felix Tshisekedi e Martin Faylulu: dal momento della proclamazione dei risultati, quest’ultimo rivendica di aver vinto realmente le elezioni, appoggiato dai suoi sostenitori.

Un puzzle di instabilità politica

In effetti Fayluyu è rientrato in Rdc dopo un’assenza di cinque mesi il 22 agosto, e in un recente meeting a Kinshasa si è di nuovo presentato come il vero vincitore delle ultime elezioni, dopo aver criticato l’operato del presidente Thisekedi. Ma le tensioni politiche nel Paese non si esprimono soltanto nella rivalità tra l’area dell’attuale presidente e nemici esterni (alcuni attribuiscono un carattere politico all’omicidio del 15 agosto del deputato provinciale del Kongo Centrale del partito di Kabila Albert Nsimba Nsukami): nelle ultime settimane si è verificato infatti un grave episodio che farebbero pensare anche a una certa instabilità all’interno dell’area politica stessa della maggioranza. A giugno scorso infatti è stato arrestato il direttore dell’ufficio presidenziale, Vital Kamerhe, condannato poi a 20 anni di lavori forzati e a 10 anni di ineleggibilità per un affare di corruzione di 15 milioni di dollari. Il 22 agosto è stata rigettata per la nona volta la richiesta di libertà provvisoria in attesa del suo processo in appello, fissato dopo tre rinvii al 18 settembre. Kamerhe era il principale alleato di Thisekedi dal novembre 2018: anche se apparentemente e pubblicamente niente lo dimostra, nel partito dell’accusato si parla di un tentativo di eliminazione di avversari politici in vista del prossimo appuntamento elettorale.

Massacri e violenze

Nel frattempo, proseguono le violenze in diversi parti del Paese, perpetrate da diversi attori. Il 20 agosto nel territorio del Beni (est), il gruppo armato Forze democratiche alleate (Adf) ha ucciso 13 civili: attacchi che secondo la società civile locale si sono moltiplicati in queste ultime settimane e che, a quanto riportano le organizzazioni di difesa dei diritti umani, avrebbero causato da gennaio 450 morti. Pare che tali violenze siano effettuate per rappresaglia di un giro di vite dell’esercito sulle basi dell’ Adf ubicate nelle foreste intorno alla regione di Beni. L’esercito, infatti, aveva lanciato l’anno scorso una campagna contro il gruppo armato.

In base a quanto riporta Radio France International, una dozzina di persone sarebbero state invece uccise e un centinaio di case incendiate all’inizio di questo mese negli scontri comunitari a Bakuakenge, una località disputata nelle province del Kasaï e del Kasaï Centrale (centro).

Continuando nella triste lista di violenze che ha caratterizzato soltanto questo ultimo mese, il 30 luglio è stata la volta di un militare delle Forze Armate, che si è reso colpevole della strage di 14 persone a Sange (est).

Nel territorio degli Haute plateau nel Sud-Kivu (est), si moltiplicano dal febbraio 2019 gli scontri per conflitti di lunga data legati alla transumanza e all’accesso delle terre: l’Onu ha denunciato finora 128 morti, 47 vittime tra donne e bambini di stupro e 94 villaggi incendiati. Tali violenze continuano a causare spostamenti massivi della popolazione coinvolta: l’Unicef parla di 40.000 sfollati, di cui 7.500 bambini di meno di 5 anni e più di 1.500 donne incinta.

Il 10 agosto, 19 sono stati invece i civili uccisi in alcuni villaggi nella regione aurifera dell’Ituri (nord-est) ad opera del gruppo armato Cooperativa per lo sviluppo del Congo (Codeco). Dalla fine del 2017 l’esercito congolese pare far fatica a contenere gli attacchi di questa milizia, che afferma di difendere gli interessi Lendu, prevalentemente agricoltori, in un conflitto sulla proprietà delle terre che li vede opposti agli Hema, allevatori e commercianti. Secondo l’Onu, nel primo semestre del 2020 sarebbero 636 le vittime di queste violenze.

In tutte queste zone, l’ Organizzazione fa sapere inoltre che alle vittime di questi gruppi armati si aggiungono le vessazioni e violazioni dei diritti umani perpetrate dalle forze di sicurezza: esecuzioni extra-giudiziarie, arresti e detenzioni arbitrarie, intimidazioni e minacce verso attivisti e giornalisti. L’ Unchr ha dichiarato a maggio come le persone costrette a fuggire in Rdc siano cinque milioni, di cui 1,2 milioni nella provincia di Ituri.

Epidemie recidive 

Nel Paese nessuna regione è risparmiata: nella provincia dell’Equatore (ovest) l’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) ha lanciato l’allarme ebola. L’ultimo focolaio è stato annunciato nella regione l’1 giugno proprio quando si stava finalmente per dichiarare la fine della seconda ondata dell’epidemia iniziata nel Paese nel 2018. Oggi si è arrivati a 43 morti su un centinaio di casi accertati: a preoccupare, pare però il grande numero di contagi, più alto rispetto a due anni fa.

In un Paese di quasi 90 milioni di abitanti, ad aprile l’Unicef annunciava la presenza nel Paese di 31.000 casi di colera e di 16,5 milioni di casi di malaria (17.000 morti) nel 2019, mentre dall’inizio del 2019 la peggiore epidemia di morbillo al mondo ha causato la morte di più di 5.300 bambini sotto i 5 anni: la buona notizia è che proprio ieri il ministro della Salute congolese ne ha dichiarato la fine.

Intanto, però, l’epidemia di Covid ha provocato nel Paese 250 vittime e quasi 10.000 contagi, in particolare nella provincia di Kinshasa, Kongo centrale e Nord-Kivu. 

Problemi e difficoltà non hanno tuttavia mai dato per vinta la popolazione congolese, la cui vivace società civile, composta anche da diversi movimenti giovanili, lotta quotidianamente per la democrazia e per i propri diritti, in primis alla vita.

(Luciana De Michele)

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