Rd Congo: Mbobero piange Attanasio, indignato dalle ingiustizie

di Celine Camoin
Ambasciatore Luca Attanasio

Per molti congolesi l’uccisione dell’ambasciatore italiano Luca Attanasio, esattamente un mese fa, è arrivata come un fulmine. Il giovane diplomatico si era fatto conoscere per la sua grande umanità e per la sua sensibilità dinanzi alle ingiustizie che colpivano i più deboli. Nella provincia orientale del Sud Kivu (Rd Congo), una piccola comunità di circa 2.500 contadini e semplici cittadini si era legata in particolar modo all’ambasciatore Attanasio. Speravano tanto che potesse aiutarli a far conoscere la loro triste vicenda, e chissà, forse a mediare per una soluzione. Una vicenda che vede, come spesso accade negli angoli grigi del mondo, i potenti abusare del proprio potere a discapito dei più deboli, dei senza voce, dei senza diritti.

Il 23 febbraio, all’indomani della letale imboscata costata la vita all’ambasciatore d’Italia, al carabiniere Vittorio Iacovacci e all’autista congolese Mustapha Milambo, tra le numerose lettere di condoglianze inviate alla famiglia di Attanasio e a tutta la comunità italiana, c’era anche quella della gente di Mbobero, Mbiza e Murhundu, paesini immersi nel verde delle colline affacciate sul lago Kivu.

“Luca Attanasio non era solo un ambasciatore, era anche un difensore dei diritti umani. Possiamo affermarlo, perché lo incontrammo, a Bukavu, il 7 maggio 2020, per un colloquio relativo alla ben nota ingiustizia di cui siamo le vittime (…) Era indignato”, ha scritto il comitato delle vittime di spoliazione fondiaria nel messaggio di condoglianze di cui la rivista Africa ha preso visione. “Per noi, Luca non è morto, sta solo riposando, e confidiamo che si trovi tra le braccia del Signore”, si legge nella lettera.

L’altro protagonista della dolorosa vicenda fondiaria di Mbobero non è altro che l’ex presidente Joseph Kabila, e in particolare l’ex first lady, Olive Lembe. Nel 2016, a titolo personale, i Kabila hanno preso possesso dei terreni, fatto distruggere dai militari 315 case, casette di fango o di legno, senza badare a chi fosse nato e cresciuto in quel luogo. Persino l’ospedale di Mobero è stato demolito dalle ruspe allorché si trovavano ancora all’interno il medico e 23 pazienti. Il giorno della demolizione era in corso un intervento chirurgico. La squadra incaricata della demolizione staccò la corrente. L’operazione si dovette concludere all’esterno.

Dietro i muri che delimitano la nuova proprietà, c’è ora una fattoria di nome “Espoir”, “speranza in francese”, nella quale crescono ortaggi da commercializzare in città. Un’ulteriore umiliazione per le persone che hanno perso anche la terra da coltivare, ma che ancora si chiedono come sia possibile che l’uomo che chiamavano “padre”, il padre dei congolesi, il presidente di cui questa gente aveva rispetto, abbia potuto portare via il proprio bene. A Mbobero, Joseph Kabila è stato invitato più volte a parlare, a spiegare, ma non ha mai dato segno di voler intavolare un dialogo con gli ex occupanti della concessione. La moglie, “maman” Olive, solo dopo la denuncia ufficiale in tribunale sporta il 24 giugno dell’anno scorso, ha accettato di far misurare i terreni sia da parte dei suoi geometri che da parte dei geometri delle vittime, per definire, sulla base di un vecchio documento del 1953, i limiti delle proprietà. Proprietà che per conto dei Kabila nel tempo si è estesa da 200 ettari iniziali a quasi 600 ettari.

Che cosa interessasse in particolare i Kabila – che oltre ad aver governato il Paese per 18 anni, è anche un grande imprenditore privato – non è ancora ben chiaro. Di certo, la collina di Mbobero affaccia sia sulla città di Bukavu che su Cyangugu, in Rwanda, e potrebbe rappresentare una bella posizione da un punto di vista strategico militare. Bukavu, inoltre, è una città che ha subito una forte pressione demografica, che ha accolto numerosi sfollati, e Mbobero rappresenta una periferia piacevole, dalle dolci pendenze, a pochi minuti dalla città.

All’ambasciatore Attanasio la spoliazione delle terre era stata spiegata direttamente dalle persone espropriate. E da quanto è stato riferito alla nostra redazione da Bukavu, i rappresentanti di Mbobero rimasero  profondamente  colpiti  dall’importanza che l’ambasciatore Luca aveva dedicato loro. Li aveva ascoltati, interrogati, cercando di andare a fondo, conferendo a queste umili persone un grandissimo senso di dignità.

“L’ambasciatore Attanasio era molto attento alle vittime di violazioni dei diritti umani. Era un uomo indignato dalle ingiustizie sociali, in generale”, conferma Jean-Chrysostome Kijana, coordinatore del movimento di difesa dei diritti umani e della democrazia “Tournons la Page” (Tlp), raggiunto dalla redazione  di Africa a Kinshasa. Kijana, che segue dal 2016 lo sfratto di Mbobero, aveva incontrato Attanasio a Bukavu. Il nostro ambasciatore faceva una visita nella regione assieme ad altri diplomatici, tra cui l’ambasciatore dell’Ue, Jean-Marc Chataigner. “Ho avuto modo di conoscere personalmente l’ambasciatore Attanasio, ci siamo sentiti diverse volte, anche da Kinshasa. L’ingiustizia di Mbobero lo aveva colpito. Stavamo lavorando a una cartografia della zona, lui aveva conoscenze in materia. Voleva aiutare”, riferisce Kijana, che ricorda l’agguato del 22 febbraio come un “ignobile assassinio, uno shock per la società civile, per Tlp, e per la gente di Mbobero”.

Ad oggi non sono noti al grande pubblico i dettagli delle inchieste in atto sull’agguato ai due veicoli del Programma alimentare mondiale (Pam) a bordo dei quali viaggiava l’ambasciatore con altre sei persone, tra cui il vice direttore del Pam, Rocco Leone, testimone chiave. In molti si chiedono se giustizia sarà mai fatta. A Mbobero, con Luca si è spenta anche una luce di speranza per le centinaia di famiglie spezzate e cacciate via dalle proprie terre.

(Céline Camoin)

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