Preoccupante la situazione in Sudan, “i generali non ascoltano gli appelli”

di claudia

“La situazione in Sudan rimane estremamente difficile in prima battuta perché entrambe le parti per ora non hanno dimostrato alcuna disponibilità ad ascoltare nessuno”, dice a InfoAfrica Irene Panozzo, analista e già consigliera politica del Rappresentante speciale dell’Unione europea per il Corno d’Africa.

Il conflitto tra l’esercito (Saf) del generale Abdel Fattah al-Burhan e le Forze paramilitari di supporto rapido (Rsf) guidate da Mohamed Hamdan Dagalo (Hemetti) non ha avuto tregue dal 15 aprile nonostante tre tentativi di cessate il fuoco, gli appelli e le telefonate del segretario generale delle Nazioni Unite, degli Stati Uniti e di tutti i capi di Stato della regione. “I due gruppi hanno mostrato di non avere il minimo rispetto e il minimo interesse a proteggere i loro cittadini e il Paese”, commenta Panozzo. Il risultato sono 430 morti e più di 3.000 feriti, un sistema sanitario al collasso con cibo e acqua che scarseggiano. Una crisi umanitaria e di sicurezza che ha costretto nelle ultime 48 ore decine di Paesi a un’evacuazione di massa dei dipendenti di ambasciate, agenzie Onu, Ong e semplici cittadini internazionali.

Nemmeno mentre proseguivano queste evacuazioni i rumori di arma da fuoco e i bombardamenti si sono interrotti, procedendo però con meno intensità rispetto ai giorni precedenti. “Ho paura che questa diminuzione sia dovuta un po’ alle pressioni e all’Eid al-Fitr ma anche al fatto che le parti in guerra potrebbero aver bisogno di rifornirsi, prendersi cura dei soldati feriti e seppellire chi è stato ucciso”, ipotizza l’analista. “Se fosse vero come sembra che l’esercito regolare abbia un minimo di vantaggio a Khartoum le Rsf potrebbero anche decidere di allontanarsi per riorganizzarsi, e poi attaccare di nuovo o spostarsi più verso il Darfur e rafforzarsi lì. Però è troppo presto per dirlo”.

Sta di fatto che le forze in campo sembrano al momento equivalersi, come hanno già notato diversi analisti. Le Rsf, continua Panozzo, “sono pagate meglio dell’esercito e ovviamente questo gli ha permesso di ingrossare le loro fila, allontanandosi dai Janjaweed – solamente una milizia tribale del Darfur – e diventando un gruppo molto potente, parte integrante dello Stato e parte integrante dell’architettura di sicurezza del Paese”. Proprio per la potenza delle Rsf l’ex advisor teme che l’evoluzione della guerra possa essere negativa. “Anche se gli scontri dovessero fermarsi non è detto che questo significhi un’interruzione del conflitto perché il Paese è grande e questa lotta può spostarsi nelle periferie dove peraltro ci sono altre milizie tribali o di autodifesa”.

Ma quanto era prevista e prevedibile un’escalation di questo tipo? “I miei contatti tra analisti e ambasciate mi hanno parlato di una situazione già molto tesa poco più di un mese prima che gli scontri iniziassero”, racconta Panozzo. “Più di una persona in quei giorni della prima metà di marzo mi aveva detto che sia le Saf sia le Rsf stavano spostando uomini e mezzi su Khartoum e quindi c’era chi era estremamente preoccupato”. Un esito di questo tipo era però difficilmente pronosticabile. “Anche prevedendo che una degenerazione simile fosse possibile, nessuno poteva immaginarsi questo livello di violenza. Nessuno si aspettava che l’esercito avrebbe usato i caccia Mig in città”, ammette Panozzo. “Nessuno si aspettava nemmeno che sotto pressione internazionale i due generali non rispondessero né alle pressioni della regione né a quella dei partner esterni”.

Parlando di sforzi di mediazione, Panozzo vede comunque i Paesi della regione come Libia, Etiopia e Sud Sudan avere maggiori possibilità e capacità di intervento anche se non è detto che siano favorevoli a una transizione civile. “Nell’immediato tutti hanno interesse che il conflitto si fermi o comunque che venga limitato il più possibile perché sanno che una guerra aperta è devastante, non solo per il Sudan ma anche per i Paesi limitrofi”, argomenta l’analista. “La regione fa però più fatica a pensare di limitare il potere dei militari e di mettere al centro i civili”.

Civili che tuttavia hanno già un ruolo e non marginale nella crisi sudanese, anche se meno raccontati. Dice Panozzo: “Partiti politici, buona parte della società civile e una lunga lista di personalità con uno status riconosciuto hanno formulato una loro proposta per una soluzione di pace. Se saranno ascoltati sia dalla comunità internazionale sia dai generali è difficile da dire però non è che non ci siano tentativi anche da parte della società civile largamente intesa di scongiurare il peggio”.

Un altro ruolo determinante per la salvezza della popolazione sudanese lo svolgono a livello di quartiere i comitati di resistenza, quelli che per mesi hanno animato le proteste contro il golpe militare. “In questi dieci giorni si sono organizzati per portare aiuti a chi rimaneva in casa e per dare consigli su come uscire dai quartieri anche durante i combattimenti più intensi”. Una mobilitazione, sotterranea, “strada per strada”, che ha permesso a molti di rifornirsi di cibo e acqua, di farsi curare o di scappare e di mettersi in salvo. Ci sono poi stati tentativi di successo di negoziare e mediare dei cessate il fuoco locali in alcune città del Darfur. “Sostanzialmente”, spiega Panozzo, “sono stati creati dei comitati civili che hanno contattato le due parti in causa localmente e hanno mediato una cessazione delle ostilità locale. Sono cose che secondo me andrebbero sottolineate perché è giusto dare credito a questa gente che sta rischiando tanto e che si trova in mezzo al fuoco incrociato nel proprio stesso Paese”. 

Condividi

Altre letture correlate: