Petrolio, i prezzi bassi incubo per l’Africa

di Enrico Casale
pozzo petrolifero off shore
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La crisi economica e la guerra dei prezzi ha fatto piombare il prezzo del petrolio ai minimi storici. Lunedì 20 aprile si è assistito a un crollo verticale con il barile texano che ha ceduto il 305% chiudendo all’incredibile cifra di -37,63 dollari. Ieri, c’è stata una lieve ripresa, ma i livelli sono sempre bassissimi. Per gli europei e gli asiatici ciò significa un calo del prezzo della benzina alla pompa e un minore costo delle fonti energetiche. Per molti Paesi africani (ma anche alcuni latinoamericani e per gli Stati Uniti), si profila un disastro economico dalle vaste proporzioni.

Prima del coronavirus era già in atto una progressiva riduzione dei prezzi legata alle guerre commerciali tra l’Arabia Saudita (che voleva ridurre la produzione) e la Russia (che voleva mantenerla stabile per danneggiare l’industria petrolifera statunitense). L’arrivo dell’epidemia e la sostanziale frenata dell’economia internazionale ha poi provocato una riduzione della domanda e un forte aumento delle riserve strategiche (nonostante il taglio alla produzione operato da Opec+ e altri Paesi del G20).

Il vero motivo del collasso record di questa settimana è comunque tutto finanziario. A crollare sono stati i future (contratti a termine standardizzati) di maggio che rispecchiano una sovrapproduzione di greggio. In sostanza, chi  era disposto ad acquistare un barile di petrolio lo pagava -9 dollari (nei fatti, i produttori pagavano chi ritirava il petrolio).  Nei future con scadenza a giugno le quotazioni torneranno verso i 20 dollari. È chiaro che chi ha acquistato con prezzi sotto lo zero e rivende a 20 accumulerà autentiche fortune. Ma il petrolio e il gas sono qualcosa di più di un semplice gioco speculativo.

Le risorse petrolifere sono la ricchezza sulla quale fanno affidamento numerosi Paesi. africani. Secondo le stime di alcuni think tank specializzati nelle valutazioni del mercato degli idrocarburi, la Nigeria, il massimo produttore di petrolio africano, avrà perdite intorno ai 15,4 miliardi di dollari, pari al 4% del Pil. Perdite dovute anche a ritardi o cancellazioni di progetti petroliferi che hanno un valore totale di oltre 58 miliardi. Secondo un top manager della National petroleum corporation nigeriana, interpellato dall’agenzia stampa Ansa, un produttore di petrolio ad alto costo come la Nigeria e un bilancio 2020 basato sulla previsione di 57 dollari al barile va fuori mercato con un prezzo di 22 dollari.

Forti ripercussioni si registreranno anche in Angola, altro grande produttore africano. Quest’anno, il presidente angolano Joao Lourenco, dopo quasi cinque anni di recessione, aveva annunciato di puntare su una diversificazione economica che rendesse il Paese meno dipendente dal petrolio. A causa del virus, oltre a dichiarare lo Stato di emergenza, l’Angola ha già dovuto rallentare l’attuazione delle riforme che includono privatizzazioni e abbattimento al 60% del debito arrivato nel 2019 probabilmente sopra quota 100% del Pil.

A soffrire saranno anche altri nuovi attori del mercato degli idrocarburi. In prima istanza, il Senegal. Nel Paese, che ha scoperto di avere giacimenti di petrolio e gas solo nel 2014, stanno già slittando gli investimenti per lo sfruttamento di nuovi giacimenti. Anche in Etiopia, Kenya, Madagascar, Mozambico, Seychelles, Somalia e Tanzania, la speranza di nuovi, consistenti, entrate provenienti da gas e petrolio è, al momento frustrata dai prezzi troppo bassi.

Il rischio è che i Paesi si trovino senza risorse e siano costretti a indebitarsi. Nuovo debito graverebbe su bilanci già fragili. A rimetterci sarà, ancora una volta la popolazione che si troverà privata di beni essenziali (salute, istruzione, ecc.)

A risentirne potrebbe essere anche l’Italia. Le imprese italiane hanno, infatti, un rapporto strettissimo con il continente anche nel settore degli idrocarburi. Saipem, ad esempio, opera da decenni in Africa e di recente ha vinto importanti contratti in Angola, Guinea Equatoriale e Nigeria.

In Angola, Saipem sta lavorando assieme ad Eni per costruire un sistema di produzione sottomarino situato ad una profondità che va dai 400 ai 600 metri allo scopo di estrarre petrolio dai giacimenti Agogo e Cabaca. Inoltre ha un contratto di Front End Engineering Design (FEED) da 68 milioni di euro per una nuova raffineria a Hoima che dovrebbe essere completata entro quest’anno. Eni che ha una storia decennale nella regione è presente invece in Algeria, Nigeria, Sudafrica, Marocco, Tunisia, Gabon, Libia, Liberia, Egitto, Ghana, Costa d’Avorio, Kenya, Congo e Angola.

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