Nigeria, libertà di stampa sotto tiro

di Valentina Milani
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Oga Tom Uhia, giornalista ed editore di Power steering magazine, una testata indipendente specializzata nel settore dell’energia, ha perso la causa da 110milioni di naira (circa 235 mila euro) che aveva intentato contro il ministro dell’Energia, Goddy Jedy-Agba, e le autorità di polizia, in seguito alla detenzione che gli era stata imposta lo scorso anno per l’intervento del ministro. Una vicenda che torna a far riflettere sulle condizioni della libertà di stampa nel Paese dell’Africa occidentale.

Uhia è stato detenuto dal Force Criminal Investigation Department (Fcid) ad Abuja per quasi un mese tra ottobre e novembre dello scorso anno, sulla base di una richiesta inviata alla polizia da Jedy-Agba, in seguito a un articolo pubblicato da Powersteering in cui venivano sollevate pesanti accuse verso il ministro.

In particolare, nel numero di giugno 2020 si sosteneva Jedy-Agba avesse orchestrato l’incidente di Dana Air a giugno 2012 per eliminare alcuni funzionari della Nigerian Petroleum Corporation (Nnpc) che avrebbero potuto fare emergere una sua presunta frode compiuta in qualità di senior manager della società. Jedy-Agba aveva risposto chiedendo alla polizia di indagare sul giornalista. Nell’ambito di queste indagini è stato disposto l’arresto di Oga Tom Uhia

Nella sua causa il giornalista affermava che il suo arresto e la detenzione erano state illegali e accusava sia il ministro sia la polizia di avere agito in violazione dei suoi diritti. Un giudice dell’Alta Corte del Territorio della Capitale Federale a Maitama, Abuja, Peter Affen, nella sua sentenza pronunciata il 4 febbraio, ha respinto la causa per mancanza di merito.

A distanza di qualche mese un media locale, Premium Times, ha potuto esaminare le motivazioni della sentenza e oggi le riporta on line. Il giudice ha ritenuto che, contrariamente a quanto sostenuto dal ricorrente, la sua detenzione dal 13 ottobre 2020 al 9 novembre 2020 fosse stata sgiustificata da ordinanze di custodia cautelare emesse da un tribunale del magistrato senior, Mararaba Gurku, dello Stato di Nasarawa, quindi, “non costituisce una violazione dei suoi diritti fondamentali come affermato”.

Il giudice ha inoltre ritenuto che Jedy-Agba non sia entrato in conflitto con alcuna legge riferendosi alla polizia per indagare sulle accuse mosse contro di lui nell’edizione di giugno 2020 della rivista Power Steering.

Il caso di Oga Tom Uhia ha suscitato molto clamore anche fuori dalla Nigeria. In suo sostegno si erano mosse diverse associazioni di giornalisti e attivisti per la libertà di stampa e il diritto all’informazione. “La detenzione di Oga Tom Uhia è un attacco allarmante alla libertà di stampa in Nigeria e un segno sintomatico del disprezzo delle autorità per il diritto dei media a lavorare senza paura”, aveva detto a suo tempo Angela Quintal, coordinatrice del programma Africa dell’organizzazione Committee to protect Journalists che fa base negli Stati Uniti. “Le autorità dovrebbero ritirare le accuse contro Oga Tom Uhia e dovrebbe essere rilasciato immediatamente. Il governo della Nigeria dovrebbe agire rapidamente per depenalizzare la diffamazione”. 

E’ proprio di ieri anche la notizia che la National Broadcasting Commission (Nbc) della Nigeria avrebbe sospeso Channels Television comminandole una multa pari a 9.300 dollari per aver violato le leggi che regolamentano le trasmissioni, riferiscono i media locali. “La commissione ha fatto riferimento al programma trasmesso in diretta dalle 19 domenica 25 aprile, accusando l’emittente televisiva di consentire a un leader dell’organizzazione proscritta Indigeni del Biafra, (Ipob) di fare dichiarazioni secessioniste e incitanti in onda senza cautela o rimprovero da parte della stazione”.

In serata Nbc, sommersa dalle critiche per questa decisione, è intervenuta pubblicamente con una sorta di rettifica. Ha spiegato che la sospensione era stata ventilata ma non imposta. Una spiegazione, affidata alle pagine di un quotidiano locale, che non è risultata troppo convincente, anche perché non è la prima volta che Channels Tv riceve comunicazioni simili dalla Nbc. L’emittente è stata una delle tre ad avere ricevuto una lettera di sanzioni al culmine delle proteste #EndSARS di ottobre 2020. In quel caso la stazione era stata accusata di aver trasmesso “fonti di social media non verificate e non autenticate”, suscettibili di aggravare la tensione durante la protesta.

Fatti di cronaca che parlano delle difficoltà che i giornalisti nigeriani incontrano nel portare avanti il proprio il lavoro. Dal nuovo rapporto dell’organizzazione Reporters Sans Frontiéres (Rsf), che è stato pubblicato il 20 aprile, emerge infatti che la Nigeria è oggi uno dei paesi dell’Africa occidentale più pericolosi e difficili per i giornalisti, che sono spesso spiati, attaccati, arrestati arbitrariamente o addirittura uccisi. “La campagna per le elezioni in cui il presidente Muhammadu Buhari ha ottenuto un altro mandato nel febbraio 2019 è stata segnata da un livello di disinformazione senza precedenti, soprattutto sui social media”, sottolinea Rsf nel rapporto nel quale si legge “gli onnipotenti governatori regionali sono spesso i persecutori più determinati dei media e agiscono con totale impunità”.

Rsf ricorda infatti che nel 2018, un governatore ha fatto radere al suolo parte dei locali di una stazione radio dopo una serie di servizi che criticavano la sua gestione degli affari locali. Inoltre, tre giornalisti sono stati uccisi a colpi di pistola mentre coprivano le proteste del Movimento islamico in Nigeria da luglio 2019 senza alcuna indagine adeguata per identificare i responsabili. “La polizia è spesso la diretta beneficiaria dell’impunità ed è stata incolpata della morte di un giovane apprendista giornalista dopo aver arrestato nell’ottobre 2020”.

Con più di 100 giornali indipendenti, la nazione più popolosa dell’Africa gode di un vero pluralismo dei media, ma la copertura di storie che coinvolgono la politica, il terrorismo, la malversazione finanziaria da parte dei potenti o i conflitti tra comunità rimane decisamente problematica e pericolosa per i professionisti dell’informazione.

(Stefania Ragusa – Valentina Giulia Milani)

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