Mali: vita da reporter, rischi dell’informazione di frontiera

di Valentina Milani
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Il rapimento del giornalista francese Olivier Dubois in Mali, reso noto solo mercoledì all’opinione pubblica ma risalente ai primi giorni di aprile, ricorda ancora una volta quanto sia difficile essere reporter indipendente in aree del mondo dove servirebbe ancora più chiarezza di informazione. Aree, come il nord del Mali, dove sono presenti diverse realtà globali tra cui la missione delle Nazioni Unite (Minusma), la più costosa delle missioni di caschi blu, agenzie umanitarie internazionali e organizzazioni non governative, progetti finanziati dalla Cooperazione internazionale e un dispositivo militare a guida francese nel quale sono incluse componenti europee, incluse italiane.

Dubois è noto per essere un giornalista affermato in Mali, dove vive da alcuni anni, e dove è ben inserito nella comunità dei giornalisti sia maliani che stranieri. Dubois è scomparso l’8 aprile scorso a Gao, dove si era recato per intervistare Abdallah Ag Albakaye, esponente locale del Gruppo di sostegno all’islam e ai musulmani (Gsim), legato alla rete di Al-Qaeda. L’incontro era stato organizzato da un intermediario, Souleymane, oggi nelle mani degli investigatori. Dopo essere stato accolto all’aeroporto di Gao e aver lasciato tutto il suo materiale in albergo, Dubois si è recato sul luogo dell’appuntamento con il capo jihadista e non è mai tornato. “Se non hai mie notizie fra 45 minuti, avverti la mia famiglia e la forza Barkhane” ha detto Dubois a Souleymane prima di andare all’incontro, dal quale non è più tornato. Mentre la procura francese ha avviato un’indagine anti-terrorismo, in molti si chiedono se Dubois sia stato tradito da qualcuno di cui si fidava.

La sensazione di non essere mai certi di chi si ha davanti, che nessuno si fida più di nessuno, l’abbiamo provata sulla nostra pelle” racconta ad Africa Rivista/InfoAfrica Marco Simoncelli, giornalista freelance e membro del collettivo F.a.d.a,  che lo scorso febbraio, assieme a due colleghi, si è recato in Mali per realizzare diversi reportage. Giornalista esperto di Africa, attualmente in Senegal, Simoncelli aveva incrociato Dubois, al quale era stato presentato. “Ogni mossa del nostro soggiorno è stata studiata attentamente, la valutazione dei rischi è diventata una parte fondamentale del nostro mestiere. Nessuno spostamento da una città all’altra può avvenire senza una scorta. Il rischio di rapimenti è elevatissimo”, racconta il videoreporter.  “Purtroppo non siamo riusciti ad arrivare in alcune zone del nord del Paese perché nessuno, né le forze di sicurezza maliane, né la Minusma, né la forza Barkhane ha accettato di scortarci; con noi, sarebbero diventati un bersaglio”, riferisce Simoncelli. I pericoli valgono anche con i civili, possibili fixer o attivisti locali, sempre più restii ad accompagnare giornalisti, soprattutto occidentali.

Da Bamako, la capitale, il reporter italiano e i colleghi sono riusciti ad arrivare fino a Mopti, nel centro del Paese, grazie all’aiuto dell’Unhcr, l’agenzia dell’Onu per i rifugiati. La realtà del posto ha messo in evidenza una netta spaccatura all’interno della stessa società maliana. “Qualcosa si è sfaldato nella rete sociale”, dice Simoncelli, riferendosi anche a tensioni intercomunitarie, che si aggiungono, e a volte si intrecciano, con la minaccia dei gruppi jihadisti.

Difficile, in un tale contesto carico di diffidenza e di pericoli, esercitare la nostra professione. “A noi è successo di aver perso i contatti con una nostra fonte, con la quale avevamo parlato sotto copertura di anonimato, per una possibile intervista. Dopo il nostro primo incontro, la fonte è scomparsa, e non abbiamo più avuto sue notizie, nemmeno fino ad oggi. Da quel momento, non siamo più usciti dall’hotel fino al giorno del volo che ha riportato a Bamako”. A Mopti, ad esempio, non è consigliabile per uno straniero – anche per il personale delle Nazioni Unite – restare più di un giorno. “Nonostante in città ci siano i militari, non potevamo rimanere più di 15 minuti in uno stesso posto, nel timore che fosse segnalata la nostra presenza”. Accortezze che il collega Dubois conosceva bene, ma che non sono bastate a salvarlo dal sequestro. Lui adesso è in ostaggio così come in ostaggio è una popolazione, quella del Mali che solo dieci anni fa viveva in un contesto completamente diverso. 

(Céline Camoin)

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