Madrid | Conferenza sul Clima COP25, un summit importante per l’Africa

di Valentina Milani

Ieri, lunedì 2 dicembre, è iniziata in Spagna la Conferenza sul Clima COP 25 (“Conference of  the Parties” – Conferenza delle Parti) che inizialmente era in programma in Cile ma per essere poi spostata a Madrid, a causa delle tensioni politiche e degli scontri verificatisi nelle ultime settimane nel Paese latinoamericano.

“Time for action”: il momento d’agire. Lo slogan della 25ª riunione annuale delle Nazioni Unite sul Clima parla chiaro. Il summit in corso intende infatti essere la prima tappa di un percorso volto a ridurre le emissioni di gas a effetto serra entro la fine del 2020. L’obiettivo ultimo è quello di raggiungere quanto stabilito dall’Accordo di Parigi del 2015: non utilizzare più i combustibili fossili entro il 2050.

Stanno partecipando alla 25ª edizione della Conferenza 50 capi di Stato, intenti a trovare una linea comune per intervenire contro i cambiamenti climatici che stanno provocando enormi danni anche, e soprattutto, nel continente africano, nonostante questo contribuisca in minima parte all’inquinamento globale.

Un recente rapporto redatto da Save the Children sottolinea come il riscaldamento globale sia la principale causa delle crisi alimentari che interessano milioni di persone in tutto il mondo e che investono, in particolar modo, molte popolazioni africane. Sempre i cambiamenti climatici sono i responsabili dei cicloni che hanno letteralmente investito l’Africa negli ultimi tempi. Più di 1200 persone hanno infatti perso la vita a causa di cicloni, inondazioni e frane in Mozambico, Somalia, Kenya, Sudan e Malawi nel 2019.

Secondo i dati, dieci Paesi dell’Africa orientale e meridionale stanno attraversando una crisi indotta dal clima: in media il 10% di coloro che vivono in questi Paesi attualmente sta gravemente soffrendo la fame.

Le precipitazioni ridotte e l’aumento delle temperature influenzano infatti negativamente le rese delle colture alimentari. Inoltre siccità, stress da calore e inondazioni provocano riduzioni dei raccolti e di produttività del bestiame.

È naturale, quindi, che chi vive in queste zone decidi di spostarsi per sopravvivere: si creano così spostamenti di massa, aumentano gli sfollati e i casi di abbandono scolastico. Alla fine di giugno 2019, i nuovi sfollati per via di calamità legate ai cambiamenti climatici erano oltre 1 milione, secondo i dati del Centro di monitoraggio degli spostamenti interni (Idmc).

 

 

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