L’oro sudanese motore dell’economia e del saccheggio

di claudia
oro

di Tommaso Meo

 Il Sudan è il decimo maggiore produttore al mondo di oro e il terzo nel continente africano, dopo Ghana e Sudafrica, con cifre in aumento. All’inizio di quest’anno la Sudanese Mineral Resources Company, l’organismo statale che supervisiona il settore minerario del Paese, ha annunciato l’estrazione di 18 tonnellate e 637 chilogrammi di oro nel 2022. La società l’ha descritta come la più grande produzione di oro nella storia del settore minerario in Sudan. La produttività è aumentata esattamente di una tonnellata e 611 chilogrammi, rispetto alla produzione più alta dell’ultimo periodo, raggiunta nel 2019.

Un rapporto della Banca centrale del Sudan sul commercio estero afferma che l’oro è la principale merce di esportazione dal Sudan. Tuttavia la produzione è spesso guidata da attività minerarie non regolamentate e artigianali e il contrabbando di oro è routine. Si stima che tra il 50 e l’80% dell’oro del Sudan venga contrabbandato fuori dal paese. Dubai è la destinazione privilegiata di molto dell’oro sudanese, ufficiale o di contrabbando, ma anche la Russia gioca la sua parte in quello che è stato definito un vero e proprio “saccheggio”.

Un’inchiesta della Cnn del 2022 ha infatti collegato la compagnia russa Meroe Gold, attiva in Sudan, al gruppo paramilitare legato al Cremlino Wagner, scoprendo che contrabbandava l’oro, con l’aiuto dei militari, via terra nella Repubblica Centrafricana e tramite voli. Almeno 16 noti tra l’inizio del 2021 e la metà del 2022.

Prima dell’ultimo colpo di Stato militare, nell’ottobre 2021, il ministro delle Finanze Gibril Ibrahim ha stimato che solo il 20% della produzione di oro del Sudan è passato attraverso i canali ufficiali, mentre le informazioni della Banca centrale indicavano che quell’anno mancavano 32,7 tonnellate di oro all’appello. Secondo alcuni esperti la produzione di oro del Sudan, se considerata quella non ufficiale, sarebbe addirittura fino a dieci volte maggiore.

Per limitare l’esportazione illegale la Banca centrale del Sudan a marzo 2022 ha emesso una circolare alle banche e alle autorità collegate, vietando la vendita all’estero di oro da parte di agenzie governative e stranieri, individui e società, escluse le società di concessione che operano nel settore minerario.

La corsa all’oro in Sudan ha avuto grande impulso intorno al 2010 con la scoperta di diversi giacimenti nel Darfur settentrionale proprio nel momento in cui al Paese veniva a mancare il petrolio del sud, dopo l’indipendenza del Sud Sudan. In 8 anni, tra il 2009 e il 2017, la produzione d’oro del paese è passata da 15 a 107 tonnellate, secondo i dati della Banca del Sudan. Nel settembre 2012 l’ex presidente sudanese Omar al-Bashir apriva la prima raffineria d’oro del Paese.

Negli anni successivi sull’oro hanno messo gli occhi e poi le mani in tanti, soprattutto tra militari e paramilitari. In particolare Mohamed Hamdan Dagalo, detto Hemetti, il leadere delle Forze di supporto rapido (Rsf), controlla dal 2017 con i suoi sodali alcune delle più redditizie miniere del Sudan. “Attraverso l’oro”, scrive la Bbc, “è arrivato a controllare il più grande ‘budget politico’ del Sudan: denaro che può essere speso per la sicurezza privata o qualsiasi attività, senza bisogno di rendere conto”.

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