Le suore che curano le ferite del Mozambico

di Marco Trovato
Tempo di lettura stimato: 9 minuti

Hanno vissuto momenti terribili, ma non hanno mai pensato di abbandonare il Mozambico, neanche durante il periodo della guerra civile. Da oltre sessant’anni un drappello di infaticabili missionarie salesiane opera in prima linea, con coraggio e determinazione, ma senza alcun clamore, per soccorrere bambini di strada, orfani, donne e uomini in cerca di riscatto…

Testo e foto di Giulio Paletta

José Fabiano non ha mai conosciuto la propria madre biologica. E’ cresciuto con il padre dentro una vecchia cabina telefonica abbandonata a Enfulene, nella periferia di Maputo, capitale del Mozambico.

Trentacinque anni, un uomo maturo dallo sguardo intenso ma sereno, la luce soffice di un tramonto di fine inverno illumina il suo volto fiero. Mi fa notare con orgoglio il grosso crocefisso che ha tatuato sul braccio destro; Quest’uomo forte, ora padre e marito amorevole, è passato per l’inferno della guerra civile mozambicana ed ha la fortuna di poterlo raccontare. “Ho visto morire quasi tutti i miei amici”, mi racconta, mentre il suo volto si rabbuia all’improvviso.

Mi siedo con lui su una panchina nel cortile di una scuola a Enfulene, quella stessa periferia, dove è nato e cresciuto e dove tuttora vive, in una piccola casa di cemento e alluminio che lui stesso ha costruito.

José Fabiano era uno dei tanti meninos de rua di Maputo, abbandonato dal padre dopo lo scoppio della guerra, cresciuto sulla strada durante il periodo più buio della storia di questo paese: la sanguinosa guerra civile tra l’esercito del movimento del FRELIMO (Frente de Libertaçao de Moçambique) e la RENAMO (Resistencia National Moçambicana), che imperversò in Mozambico dal 1981, sei anni dopo la conquista dell’indipendenza dal Portogallo, provocando più di un milione di morti, il novantacinque per cento dei quali erano civili.  L’accordo fra le due organizzazioni fu sancito nel 1992 dagli Accordi di pace di Roma, stipulati con l’intermediazione della diplomazia italiana, della Comunità di Sant’Egidio e delle Nazioni Unite. 

“Suor Luisa mi ha salvato da morte certa” mi dice José Fabiano sorridendo.

“Scappavo dalla guerra, dormivo insieme ai miei amici nei cassonetti della pattumiera per ripararmi dal freddo durante le rigide notti invernali; Ho provato ogni tipo di droga e bevanda alcolica, ero completamente perso e solo, sicuramente sarei morto se non fosse stato per Suor Luisa che mi ha trovato, raccolto dalla strada, mi ha fatto studiare, dato un tetto, cibo, un vero letto dove dormire, ma soprattutto mi ha ridato la dignità e la speranza, due cose che ormai avevo perso da molto tempo”, continua José Fabiano il “filosofo”, come lo chiamano gli amici più intimi, mentre mi accompagna a visitare la sua casa, lungo una polverosa strada di terra battuta.

Ora José Fabiano ha finalmente un lavoro; fa il ferramenta dentro un piccolo garage costruito da lui stesso nel cortile di casa sua; Sorride, abbraccia la moglie e la figlia. Dopo tanta sofferenza e miseria, è finalmente felice.

Suor Luisa guida sicura e con fermezza tra le macchine, nel caos del traffico della capitale mozambicana. Schiva con abile destrezza motociclette, macchine, carretti di legno carichi di casse di Pepsi, cani randagi e pedoni, che si buttano in mezzo alla strada per attraversare, quasi a voler sfidare la sorte.

Suor Luisa è una donna sicura di sé, forte. Arrivata a Maputo ventisette anni fa, nel pieno della guerra civile mozambicana, ha visto e vissuto in prima persona gli orrori della guerra. 

Mi hanno sparato a un braccio in un assalto per strada durante il conflitto”, mi racconta mentre attraversiamo in macchina il lungo mare di Maputo al tramonto, tra venditori ambulanti, pescatori e famiglie intente a fare un picnic in spiaggia. “Mi hanno caricato su una macchina e mi hanno dovuto portare a Johannesburg, in Sud Africa, per essere operata d’urgenza”.  Suor Luisa, piemontese, originaria di Novara, è una delle numerose Salesiane di Don Bosco arrivate come missionarie qua in Mozambico negli ultimi sessant’anni.

Malgrado la guerra civile sia terminata da quasi trent’anni, per le strade della capitale i segni di quella stagione buia del Mozambico sono ancora tristemente evidenti: si vedono case diroccate, ricoperte dai buchi delle mitragliatrici o completamente rase al suolo; Restano lì, non sono mai state tolte né tantomeno sistemate; rimangono come cicatrici indelebili di un passato di morte e distruzione e di un presente incerto e molto difficile.

Nonostante la fine del conflitto, una buona ripresa economica dovuta soprattutto al continuo flusso d’investimenti esteri diretti, e l’instaurarsi del primo governo democratico nel 1995, il Mozambico resta tuttora uno dei paesi più poveri al mondo; il tasso di disoccupazione si attesta sul 27% della popolazione attiva. Ricco di risorse naturali, in particolare di gas naturale e carbone, nel nord del paese, nella provincia di Tete, al confine con il Malawi e lo Zimbabwe, il Paese è vittima da anni di una sorta di saccheggio e sfruttamento indiscriminato di risorse “legalizzato” delle grandi multinazionali straniere, senza investimenti diretti interni da parte di compagnie nazionali. E ora deve affrontare due enormi sfide: l’instabilità e le violenze nella provincia settentrionale di Cabo Delgado e la crisi sanitaria da Covid-19 (89 mila i casi di contagio accertati, tredicesima nazione africana più colpita dalla pandemia).

Suor Carla mi accoglie nella casa delle Figlie di Maria Ausiliatrice, in un bel quartiere nel centro di Maputo; Resto subito rapito dalla vivacità ed esuberanza di questa milanese doc novantottenne, in forma smagliante. Suor Carla è stata tra le prime missionarie salesiane a essere arrivata in Mozambico, più di sessant’anni fa.

“Ha vissuto più anni qua in Mozambico che a Milano”, mi dice sorridendo Suor Luisa mentre ci sediamo nel refettorio per il pranzo. “Dopo tutti questi anni, ancora si ostina a parlare con tutti quanti solo in dialetto milanese, sia con gli italiani sia con i mozambicani; sinceramente non so come abbia fatto a farsi capire in tutto questo tempo”, continua Suor Luisa tra le risate generali. Suor Carla, con la testa china concentrata sul piatto di minestra calda, capisce e sente tutto, sorride anche lei, fa un’altra battuta in dialetto e poi ritorna sulla sua minestra.

Dopo la guerra e la successiva indipendenza dal Portogallo, ottenuta nel Giugno del 1975, in Mozambico s’instaurò un regime comunista, durante il quale i religiosi furono fortemente perseguitati. “Durante quegli anni orribili, una delle nostre sorelle è stata uccisa”, racconta Suor Luisa mentre in macchina percorriamo la periferia di Maputo circondati dai machambas, i campi coltivati autonomamente e spontaneamente dai mozambicani, diventate terre libere, disponibili a tutti gli abitanti, dopo la caduta del regime. “E’ stata uccisa da spie comuniste infiltrate nella scuola dove lavorava”, continua, “perché era contro il sistema e dichiarava apertamente le sue idee politiche”.

Lungo la strada, il verde dei campi coltivati si fonde con l’intenso azzurro terso del cielo d’inverno, mentre i suggestivi e variopinti vestiti delle donne che lavorano e innaffiano la terra, creano un perfetto equilibrio armonico.

La voce di Suor Luisa si è fatta più cupa ora, pervasa di tristezza. Rimane in silenzio per qualche minuto, mentre la macchina sfreccia veloce tra i campi, allontanandosi sempre più dal caos della capitale. Poi prosegue: ”Sono stati anni difficilissimi per noi; Rapivano molti religioni e soprattutto bambini, che sarebbero poi stati usati come soldati durante la guerra civile, altri erano commerciati nel mercato degli organi; ci minacciavano di morte se non toglievamo i nostri abiti di suore e ci adattavamo alle loro regole”.

Suor Carla ha vissuto tutte le varie difficili fasi di transizione del Mozambico, dai portoghesi al regime comunista, fino a arrivare poi alla cruenta guerra civile. E oggi, nuovamente la crisi di Cabo Delgado: “Sembra che questo Paese non sappia che cosa sia la pace, siamo passati da una guerra all’altra, senza imparare nulla”, mi dice la suora milanese con poche ma significative parole.

Gertrudes ha sei anni e sei fratelli, quasi tutti da padri diversi. Sua madre è sieropositiva e cerca di sopravvivere vendendo vestiti per le strade della periferia di Maputo.  Non ce la fa più a mantenere tutti i figli, così ha chiesto aiuto a suor Luisa per mandare la figlia a vivere nell’abrigo, un collegio e orfanotrofio per bambini e bambine senza genitori o i cui genitori non possono o non vogliono occuparsi di loro.

Ci mettiamo dunque tutti in viaggio verso Namaacha, al confine con lo Swaziland e il Sud Africa, all’estremo sud del Mozambico, dove le Salesiane di Don Bosco avevano fondato l’orfanotrofio già all’epoca dei portoghesi.  “La chiamavano la strada della morte”, mi dice Suor Luisa al volante, mentre usciamo da Maputo, dirigendoci verso sud. “Durante la guerra civile su questa strada sono state rapite e uccise molte persone, tra cui alcuni preti e suore cattoliche”.

“Quando ci dicevano che dovevamo andare a Namaacha, pregavamo tanto per non essere uccise ed eravamo terrorizzate anche solo all’idea di dover fare questo viaggio”, interviene Suor Carla, seduta sul sedile di lato, intenta a giocare con Gertrudes e due dei suoi fratelli, che sono nel retro della macchina.

Mentre percorriamo le splendide montagne del Lebombo, che scorrono lungo il confine tra Mozambico e Sud Africa, immersi in un paesaggio magico, incastonato tra montagne e deserto, penso alle innumerevoli vite che sono andate perdute lungo questa striscia d’asfalto, in nome della crudeltà e della follia collettiva umana.

Suor Dolorinda abbraccia e bacia calorosamente Gertrudes appena scende dalla macchina. La bambina è stordita e impaurita, si guarda intorno confusa, ma non appena entra nel cortile dell’abrigo, e vede decine di altri bambini e bambine come lei, le s’illumina il volto e corre verso di loro per giocare, dimenticandosi all’improvviso da dove veniva e quello che ha vissuto. La mamma di Gertrudes, che aveva viaggiato con noi per accompagnare e salutare la figlia, improvvisamente comincia a piangere: lacrime di gioia, nel vedere finalmente la felicità sul volto della propria figlia.

La portoghese suor Dolorinda è la responsabile dell’orfanotrofio di Namaacha. E’ arrivata in Mozambico ancora ragazza, a soli diciannove anni, negli anni Cinquanta. Vedere Dolorinda e Carla insieme è come vedere due pioniere, due eroine, esploratrici di un nuovo mondo: sono state loro due le prime missionarie salesiane ad arrivare in queste splendide e difficili terre mozambicane.  Qui nell’abrigo di Namaacha, i bambini senza genitori crescono in pace, ridono, si divertono e imparano ad avere dei sogni. Un gruppo di giovani volontari arrivati dal Portogallo e dalla Spagna aiuta tutti i giorni le suore del collegio e dell’orfanotrofio. E’ impressionante pensare come fino a pochi anni fa questo fosse un luogo di devastazione e sangue, mentre ora è un luogo di speranza, gioia e vita.

Rientriamo a Maputo per la messa domenicale presso la chiesa di Enfulene, quella periferia degradata che meglio di ogni altro modo sa descrivere e spiegare la drammatica situazione attuale del Mozambico.

La chiesa è gremita di gente, ci sono persone in fila fuori che attendono di poter entrare, mentre da dentro la chiesa arrivano suoni e canti di musiche tribali, ritmi antichi, caldi e soffici come quel vento d’Africa che riscalda l’aria delle fresche mattine dell’inverno di Maputo.

“Questo è l’unico vero modo che i mozambicani conoscono per sopravvivere e lottare contro le sofferenze e le ingiustizie: danzando e cantando contro le sofferenze del mondo”, dice sorridendo Suor Luisa mentre rimango sull’uscio della porta della chiesa in silenzio, osservando questo momento magico di pura gioia e comunzione.

(Giulio Paletta)

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