La rivoluzione verde dell’Etiopia

di Marco Trovato
Tempo di lettura stimato: 3 minuti

L’Etiopia vuole implementare gli sforzi per proseguire e consolidare la propria iniziativa Green Legacy, iniziata nel 2019. L’ufficio del primo ministro Abiy Ahmed ha annunciato, oggi, che quest’anno l’obiettivo è piantare 5 miliardi di alberi.
L’informazione fa seguito a una presentazione del governo che ha riesaminato lo stato del progetto e definito i piani per quest’anno.
La presentazione è stata presieduta dal primo ministro con le principali parti interessate presenti, tra gli altri: membri del comitato direttivo nazionale, membri del comitato tecnico, presidenti regionali e personalità influenti che saranno impegnati nella mobilitazione pubblica. “Citando i principali fattori di successo della stagione delle piantagioni degli ultimi anni come la grande mobilitazione pubblica, l’impegno attivo della leadership del governo, il coordinamento istituzionale e la partecipazione delle parti interessate, è stata indicata la necessità di basarsi su queste buone esperienze. Mentre l’obiettivo di quest’anno è piantare 5 miliardi di alberi, i preparativi per preparare il numero richiesto di piantine sono in corso dalla fine della stagione di semina dell’anno scorso”, ha aggiunto una nota pubblicata sulle piattaforme dei social media. Il Primo ministro Abiy Ahmed ha ricordato che l’obiettivo generale dell’iniziativa era di piantare 20 miliardi di alberi nei prossimi anni.

L’Etiopia è uno dei Paesi maggiormente colpiti da fenomeni meteo estremi: lunghi periodi di siccità con temperature record interrotti da nubifragi dalla forza distruttiva. A farne le spese sono povere comunità pastorali, costrette a convivere con lo spettro della carestia e la minaccia di alluvioni. L’ultima calamità, terminata solo un anno fa, ha spinto alla fame nove milioni di persone. L’assenza di pioggia ha privato dei mezzi di sussistenza gli allevatori e seccato i pascoli e le risorse idriche, causando la morte del bestiame o malattie. Solo gli aiuti internazionali hanno evitato che la catastrofe umanitaria fosse peggiore. Le regioni meridionali e orientali dell’Etiopia, colpite da progressivo inaridimento, sono da tempo sorvegliate speciali degli esperti Fao incaricati di lanciare gli allarmi.

Tagli indiscriminati

Ma oggi le preoccupazioni degli osservatori si concentrano sull’acrocoro – l’esteso altopiano che si sviluppa tra i 1500 e i 4000 metri di altitudine –, alle prese con una crisi ambientale che minaccia 65 milioni di persone (il 60 per cento della popolazione). È infatti in questa vasta regione, da sempre considerata il granaio d’Etiopia, che stanno manifestandosi gli effetti più devastanti di due fenomeni sovrapposti: i già citati sconvolgimenti climatici e una gestione del territorio        . Se i periodi di siccità stanno intensificandosi per frequenza e forza distruttiva, la pressione demografica e urbana non fa che accelerare l’impoverimento del suolo. L’aumento della densità della popolazione e il bisogno crescente di legname (per edificare, cucinare, riscaldare) hanno spinto a tagliare i boschi di conifere come Podocarpus falcatus e Juniperus procera.

Non solo. Negli ultimi anni il governo ha assegnato vasti appezzamenti coltivabili, a prezzi irrisori, a multinazionali e governi stranieri interessati a sfruttare la regione. Per dare un’idea, nel 2012 circa quattro milioni di ettari, quanto l’intera Svizzera, sono stati sottratti alle zone boschive o alla cura dei contadini per essere affittati (a prezzi stracciati: 20 birr – 0,80 euro – l’ettaro) ad aziende agricole indiane, turche, cinesi, saudite, egiziane, sudanesi. Per fare spazio alle loro serre (di ortaggi e fiori) e alle colture per il biocarburante sono stati smantellati migliaia di piccoli orti familiari e campi di teff (il cereale nazionale). Ma una recente indagine governativa ha portato alla luce un dato inatteso: viene valorizzato solo il 30% delle campagne date in concessione agli stranieri. La gran parte – terreni disboscati e poi abbandonati – risulta impoverita rispetto a cinque anni fa.

Le foto qui pubblicate sono eloquenti: le foreste montane che un tempo proteggevano il territorio scompaiono a un ritmo impressionante. Sotto accusa sono finiti gli impresari dell’agrobusiness, che hanno spremuto le riserve idriche e tagliato tronchi secolari, ma anche i fondi di investimento esteri, più interessati ad accaparrarsi le terre (per speculazione) che a renderle produttive. Visti gli effetti, le autorità etiopi hanno deciso di sospendere l’affitto di nuovi lotti. Ma ci vorranno decenni e investimenti colossali per rimediare ai danni da land grabbing.

Nel frattempo, sull’altopiano etiope cresceranno le tensioni per lo sfruttamento della terra e aumenterà la popolazione a rischio fame. «Occorre restituire la terra alla piccola agricoltura familiare», chiosa Grammenos Mastrojeni, esperto di clima e conflitti, autore di Effetto serra, effetto guerra. «La coltivazione con metodi tradizionali attualizzati favorisce la produttività sostenibile, la biodiversità, l’equilibrio idrico, la mitigazione locale del clima, il consolidamento comunitario. E frena le spinte migratorie».

(testo di Marco Trovato – foto di Kieran Dodds)

Altre letture correlate:

X