La marabutta

di Diego Fiore
La marabutta
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L’inusuale incontro in Mali con una donna incaricata di insegnare il Corano e i fondamenti dell’islam, ma anche di proteggere i fedeli dalla cattiva sorte. Una “blasfema” per ortodossi e jihadisti

Il marabutto è un dignitario religioso che gode nella comunità islamica di enorme prestigio e considerazione. Il termine deriva da marbut (asceta) e da murābit, ovvero “colui che vive nel ribāt (monastero) dedito alla diffusione dell’islam”. A lui si attribuiscono molteplici poteri e grande saggezza. Guida spirituale, un po’ mistico un po’ santo, è oggetto di grande venerazione tra i fedeli.

In bambara, la lingua maggiormente diffusa in Mali, Houssa Nientao è comunemente chiamata karamogô mousso: “donna marabutto”. È tra le pochissime donne con questo ruolo, e ogni giorno accoglie nella sua umile casa schiere di donne e bambini a cui insegna la lettura e la scrittura del Corano.

Mminaccia jihadista

Nella periferia nord-est di Bamako, una lunga deviazione non asfaltata conduce alla sua abitazione, ai piedi di una delle colline che abbracciano la capitale e ne arginano, per il momento, lo sviluppo urbano. «È una brutta strada, ma almeno quassù non troverai tante zanzare come in città», dice sorridendo Alimam Thera, marito di Houssa, anch’egli marabutto, mentre mi conduce all’ingresso di casa.

È qui che Alimam e Houssa vivono da più di trent’anni, da quando lasciarono Djenné. Conosciuta anche come “la città di fango”, Djenné è da sempre meta ambita dei viaggiatori in Africa occidentale grazie alla sua maestosa moschea in terra cruda e alla sua architettura sudanese-saheliana che le hanno meritato il titolo di Patrimonio dell’Unesco.

Oggi, Djenné è pressoché inaccessibile ai turisti, dopo che nel 2015 il gruppo armato Katibat Macina, cellula di Aqmi (al-Qaeda nel Maghreb islamico), è apparso nel centro del Mali sotto la guida del jihadista Amadou Koufa (un ex marabutto divenuto spietato tagliagole). Ogni tentativo di riportare la pace è per il momento fallito. L’inerme esercito di Bamako, pur sostenuto da contingenti africani ed europei, non è finora riuscito a ripristinare la sicurezza. Decine di migliaia di civili hanno dovuto lasciare i propri villaggi. I jihadisti vedono come fumo negli occhi chiunque si allontani dal “loro“ islam. Anche i marabutti sono presi di mira. E le donne marabutto sono una vera e propria eresia: da eliminare.

Fede e magia

Houssa mi riceve nella sua corte insieme ai suoi tre figli, con un sorriso si affretta a offrirmi un’aranciata e acqua fresca. Se l’ospitalità e l’accoglienza sono già di norma ritenuti sacri, lo divengono ancor più allorché la strada è lunga e in pessimo stato. Come il marito, Houssa ha ricevuto in gioventù insegnamenti per la lettura del testo sacro dell’islam e ha ereditato dai genitori le capacità dei marabutti. Non solo capacità di insegnare il Corano, ma anche abilità chiaroveggenti, mistiche e curatrici, che vengono tramandate di generazione in generazione. In alcune parti dell’Africa nera il marabutto assume connotazioni controverse che poco hanno a che vedere con l’islam: possono essere leader politici, guaritori, chiaroveggenti o addirittura “santoni” in grado di interagire con il mondo degli spiriti, i djinn.

I musulmani ortodossi inorridiscono di fronte a queste evidenti reminiscenze delle religioni tradizionali, tuttavia le pratiche anti-malocchio continuano ad avere un grande richiamo anche su coloro che frequentano la moschea. Così la consultazione di un marabutto avviene di fronte ai desideri e ai problemi più svariati, d’amore o di fedeltà, di fertilità, di carriera professionale, di malattia. Anche per l’auspicio di un buon viaggio.

Di madre in figlia

È noto che molti ragazzi, prima di intraprendere la strada che li porterà verso il deserto e infine in Europa, domandano il favore di un marabutto. Là dove la medicina moderna non offre più soluzioni, o qualora sia troppo cara, in molti preferiscono consultare un marabutto. In caso di infertilità, per esempio, il marabutto tenta di scacciare il djinn che occupa il corpo e gli orifizi della paziente. Uno dei rituali tipici prevede la scrittura di versetti coranici su una tavola di legno, la quale viene conseguentemente lavata con acqua che il paziente dovrà bere o con cui dovrà lavarsi. In altri casi, lo scongiuro di un djinn viene eseguito tramite il sacrificio di beni di consumo quali zucchero, uova, noci di cola o animali, in modo proporzionale alla gravità del problema.

Houssa, in quanto donna, rappresenta un’eccezionalità a Bamako. «Alcune persone all’inizio stentano a fidarsi – confessa mentre dispone il carbone su un braciere per la preparazione del tè –. A Djenné è più consueto, altre donne come me sono marabutto, come lo erano le loro madri e ancor prima le nonne. Anche mia figlia presto seguirà lo stesso cammino».

Perle di saggezza

Mentre sorseggio il tè con Houssa, Alimam raduna un gruppo di ragazzi intorno alla pelle di capra sulla quale siede e, intinto uno stelo di bambù nell’inchiostro, ricopia alcuni versi coranici su una tavoletta di legno. I ragazzi, tutti fra i sette e i dodici anni, ripetono minuziosamente ogni gesto e intonano i versi appena ricopiati. Houssa mi spiega che quei ragazzi, come tanti altri, non hanno accesso alla scuola. «Vengono a gruppi dalla mattina alla sera per imparare l’arabo e poter essere dei fedeli musulmani».

Di lì a poco, un altro gruppo fa ingresso nella corte. Sono una ventina di donne che, disponendosi intorno a Houssa, ripetono ad alta voce le sillabe che la bacchetta indica ripetutamente su una lavagna. Houssa mi fa cenno di scattare liberamente delle fotografie e, pronunciando la formula araba «bismillah ar-Rahman ar-Rahim» (in nome di Dio, Clemente e Misericordioso), introduce le letture del Corano e la preghiera.

Già da molti anni Houssa insegna il Corano alle donne. Sono una settantina ogni giorno quelle che prendono lezioni di arabo, la lingua delle sacre scritture. «Così facendo si istruiscono e diventano buone musulmane», mi dice Houssa. Uomini, donne e bambini si alternano nella corte della marabutta. Chi vuole lascia un dono o un’offerta. «Ci sono donne che non hanno nemmeno una casa: se le facessi pagare, molte smetterebbero di venire e quest’attività non avrebbe dunque più significato». L’ammirevole dedizione di Houssa è pari solo alla loro profonda devozione e accoglienza.

Dopo aver condiviso la cena, Houssa mi ringrazia della visita e riconoscente mi regala un amuleto e una collana da regalare a mia madre in Italia. «Allah ka sira numa yé», mi augura in bambara: che Dio ti doni un buon viaggio. L’auspicio migliore, un messaggio di speranza, per chi vive in un Paese terrorizzato dai fondamentalisti.

(testo e foto di Michele Cattani / Afp)

 

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