La lezione di Nicolò

di claudia
nicolò govoni

Intervista a Nicolò Govoni, attivista e cooperante, sui social e nel mondo. A 20 anni ha lasciato l’Italia per fare il volontario in un orfanotrofio. Ben presto ha capito che le buone intenzioni non bastano per aiutare chi soffre. Da quel momento si è rimboccato le maniche e con la sua organizzazione Still I Rise ha aperto scuole di qualità per i bambini profughi e vulnerabili

di Marco Trovato e Claudia Volonterio

Ha la freschezza e l’entusiasmo dei suoi anni. Faccia da bravo ragazzo, modi spigliati, classe 1993, passione e intelligenza, Nicolò Govoni è il volto nuovo della cooperazione internazionale. Un modello per decine di migliaia di persone, tra cui tanti coetanei, che lo seguono sui social come fosse un profeta dell’impegno umanitario. All’età di 20 anni ha iniziato la sua prima missione di volontariato: in un orfanotrofio in India. Nel 2017 ha pubblicato l’ebook Bianco come Dio per sponsorizzare l’istruzione dei bambini: il libro è diventato un caso editoriale, entrando poi nelle edizioni Rizzoli l’anno successivo. Il suo impegno è proseguito l’anno seguente a Samos, in Grecia, dove ha aperto la prima scuola per bambini e adolescenti nei pressi del campo profughi dell’isola. Le condizioni disumane dell’hotspot portano Nicolò a scrivere il suo secondo libro, Se fosse tuo figlio (Rizzoli, 2019), una denuncia dei soprusi perpetrati dalle autorità sui rifugiati: altro best seller, che gli ha permesso di finanziare una nuova scuola in Turchia. Oggi Nicolò dirige la onlus Still I Rise (“Mi alzo ancora”), da lui fondata con altri volontari: attiva in sette Paesi, l’organizzazione coinvolge circa 160 persone nel mondo e si dedica all’avvio e alla continuità di nuove scuole per bambini profughi e vulnerabili, anche in Kenya e presto nella Repubblica Democratica del Congo. Le sue accalorate testimonianze e i suoi toccanti appelli lo hanno fatto diventare un punto di riferimento su Facebook, attivista-influencer della solidarietà internazionale, con decine di migliaia di follower. Lo abbiamo intervistato in collegamento da Nairobi, dove gestisce la sua organizzazione e rincorre le sue ambizioni, ma non rinuncia a per fare ciò che più gli piace: insegnare.

Quando ha capito di aver trovato la sua strada e dove l’ha portata fino ad ora?

La propria strada è qualcosa in divenire. È difficile dire “ho trovato lo scopo della mia vita”. Vivo senza fare programmi a lungo termine. Solo dieci anni fa mai avrei immaginato che mi sarei trovato qui. La prima svolta è stata quando ero in India, in una missione di volontariato, ed ero molto giovane – vent’anni –, estremamente inesperto. Partii con grandi promesse, con un immaginario molto romantico, eroico, che spesso certi enti creano per poter raccogliere i giovani volontari. La grande svolta è stata accorgermi che in quel contesto, un orfanotrofio, io, ventenne impreparato, senza esperienza, ero assolutamente inutile. Ero rimasto vittima di un fenomeno a cui all’epoca non sapevo dare un nome, che poi ho scoperto essere il “volontarismo”, megabusiness che sappiamo essere diffuso in tutto il mondo, nel quale si prendono volontari molto giovani e si capitalizza sul loro bisogno o comunque sul loro desiderio, assolutamente genuino e bello, di fare del bene. Ma io volevo davvero rendermi utile. Mi sono iscritto all’università laggiù per poter sviluppare competenze che mi permettessero di avere un impatto positivo ed etico. A posteriori posso dire che i tanti errori che ho commesso e le tante lezioni ricevute dalla vita mi hanno portato qui, ad oggi.

Nella homepage del suo sito, nicologovoni.com, compare in evidenza una frase: “Celebrare la vita”. Che significa?

Celebrare la vita significa fare ciò che davvero rispecchia la nostra natura e il nostro animo. Non voglio usare termini spirituali che non mi competono, però credo che quello che davvero siamo, ciò in cui crediamo e che facciamo possano in qualche modo allinearsi. Questo penso voglia dire “celebrare la vita”. Nel mio caso significa fare qualcosa che mi faccia sentire utile, il contrappasso di come mi sentivo all’inizio. Celebrare la vita significa fare quello che ami.

Attivista, cooperante, filantropo; influencer: come preferisce essere definito?

La prima cosa che dico quando mi presento è: «Sono un insegnante». Questa è, tra quelle che faccio, la cosa alla quale più difficilmente rinuncerei. È la mia vocazione, è quello che amo fare, quello che mi dà l’energia per fare tutto il resto. Poi sono il direttore esecutivo di Still I Rise, che non è esattamente il lavoro più divertente del mondo. Le emergenze sono tante, così come le cose da gestire, i soldi, la loro mancanza…

Eppure trova ogni giorno il tempo per raccontarsi sui social che, peraltro, è abilissimo a sfruttare.

Still I Rise è nata dal passaparola, che è ancora il nostro motore di traino. Facebook e i social ci hanno portato ad essere più conosciuti e supportati. Le nuove forme di comunicazione sono potenti, permettono di arrivare ovunque, ma appunto per questo devono essere maneggiate con estrema cura.

Attraverso i social vi arrivano fiumi di donazioni da parte di migliaia di privati. Siete cresciuti tantissimo in poco tempo. Come gestite i soldi?

Abbiamo fondato Still I Rise su tre pilastri fondamentali. Il primo è quello dell’indipendenza. Il 99 per cento delle donazioni arrivano da privati cittadini e l’1 per cento dalle aziende private. Quando riceviamo delle donazioni, queste vengono filtrati da un codice etico che è molto stringente. Abbiamo rifiutato più e più volte tanti soldi da multinazionali tra le più grandi al mondo. Rifiutiamo fondi governativi, dalle Nazioni Unite e dell’Ue. Non è una questione di arroganza. Ma l’indipendenza va preservata: non è importante solo cosa fai ma anche come lo fai. Specialmente quando ti occupi di advocacy e diritti umani è fondamentale avere la libertà, o comunque non avere l’ipocrisia di andare a denunciare qualcosa che poi ti finanzia.

Gli altri due pilastri sono la trasparenza e l’efficienza, ovvero come usiamo i fondi e l’uso etico che ne facciamo: a oggi riusciamo a devolverne il 95 per cento ai programmi e alle attività di aiuto, solo il 5 per cento ai costi di gestione.

Che cos’ha pensato quando, nel 2020, ha scoperto di essere tra i nominati al Premio Nobel per la Pace?

Si è trattato di un bellissimo incoraggiamento, mi ha fatto capire che ci sono persone che credono in me, ma non può essere un riconoscimento adatto a me. Ci sono persone e organizzazioni che lo meritano molto di più. Non è una questione di modestia, ma io ho appena cominciato, ho ancora tanta strada da fare… Vedremo tra dieci anni quel che sarà il mio impatto sulla società, cosa faranno gli alunni diplomatisi con le nostre scuole.

Lei sembra incarnare un’idea nuova del cooperante. In che cosa si sente diverso?

È vero. Molti cooperanti mostrano atteggiamenti formali, freddi, quasi distaccati nei confronti dei beneficiari dei loro progetti. Ma i beneficiari sono persone in carne e ossa, non numeri da inserire in una tabella Excel. Si può essere professionali senza perdere entusiasmo e spontaneità. Possiamo crescere senza smarrire il nostro spirito né tradire i nostri ideali. Non voglio diventare un burocrate della cooperazione, un impiegato dell’aiuto umanitario. Voglio restare quello che sono. Rimanere al servizio degli altri, senza pretendere di cambiarli. Bisogna sbarazzarsi di una certa arroganza. Talvolta sento anche nel mondo della cooperazione espressioni che mi lasciano basito. Frasi come “bisogna insegnargli a lavorare” oppure “insegnargli a non fare figli”. Ci vuole rispetto nei confronti di chi si desidera aiutare.

In Italia la campagna diffamante contro le ong “che fanno i soldi sulla pelle dei migranti e dei poveri” ha prodotto gravi danni all’intero mondo della cooperazione, che oggi nella società sembra soffrire di un deficit di credibilità…

Ovviamente ogni tipo di strumentalizzazione e populismo va censurato. La gente deve imparare a informarsi e discernere. Tuttavia anche nel mondo della cooperazione serve più trasparenza. Una certa diffidenza nasce da motivi abbastanza comprovati, legati all’utilizzo opaco dei fondi. Ci sono sprechi inaccettabili, cifre abnormi destinate alla gestione delle ong, e non agli aiuti. Ci sono dipendenti di grandi organizzazioni con stipendi altissimi, ingiustificati.

Non sto dicendo che bisogna diventare missionari, è giusto che si possa vivere tranquillamente facendo cooperazione. Ma certe distorsioni sono francamente intollerabili, per esempio l’enorme sperequazione di retribuzione tra cooperanti occidentali e africani. Qui in Kenya, per esempio, un europeo che lavora per un’organizzazione umanitaria arriva a guadagnare sette volte più di un suo collega kenyota. Dobbiamo ripensare il nostro ruolo, interrogarci e imparare dai nostri errori, con molta umiltà. E dare fiducia ai beneficiari degli interventi, che devono diventare protagonisti e non soggetti passivi dei progetti.

Il suo primo libro s’intitola Bianco come Dio. È ancora tanto importante oggi il colore della pelle?

Sì, purtroppo. Sono sempre i bianchi, privilegiati, a negare la differenza tra i colori. Ce lo possiamo permettere: noi non veniamo discriminati per la nostra pigmentazione. Per i neri è diverso. Io mi sento a disagio in Africa perché mi accorgo di vivere questo privilegio, godo di attenzione e rispetto anche solo per via della mia pelle. In un mondo ideale non dovrebbero esistere differenze tra bianchi e neri. Ma affermare, oggi, che “non esistono colori” significa arrogarsi il diritto di dire “questo problema non esiste”.

«Sei bianco come Dio» è una frase che mi dissero in India. All’epoca l’avevo trovata una cosa carina da dire, ma poi, riflettendoci, l’ho vista come il riassunto di tutto quello che è da rigettare. La persona che mi ha visto e mi ha chiamato così ha presunto che io fossi qualcosa di più del ventenne che io ero, solo perché avevo la pelle bianca. Aberrante.

È giusto utilizzare immagini scioccanti, pietistiche, “a fin di bene”, per raccogliere donazioni?

In passato ho fatto l’errore di pubblicare immagini che ritraevano bambini sofferenti. Poi ho capito l’importanza di rispettare chi soffre, chi è più vulnerabile. Prima di pubblicare una foto dovremmo chiederci: se fossi io al posto di quella persona ritratta, mi piacerebbe essere mostrato così? Se la risposta è no, allora l’immagine non va pubblicata. Ci deve sempre essere un’attenzione per la dignità.

La dignità è una caratteristica intrinseca all’essere umano. Anche chi vive in condizioni disperate la possiede. Quindi, se qualcuno fa qualcosa che va a ledere questo principio, infrange la sua persona. Poi naturalmente è giusto informare, denunciare la scandalosa povertà e ingiustizia che ancor oggi attanaglia milioni di persone. Si può anche pubblicare la foto di un bambino denutrito, ma senza dimenticare di raccontare il contesto. Un’immagine forte necessita di una contestualizzazione. A nudo non deve essere posto solo il soggetto, ma anche tutto quello che causa la situazione in cui vive. Ritrarre invece queste persone come soggetti passivi non fa che alimentare il circolo dell’imprescindibilità dell’aiuto esterno.

Nicolò in Kenya. «Apriamo scuole di livello internazionale per i bambini profughi e svantaggiati del mondo. Ci battiamo per difendere il loro futuro, e nel farlo difendiamo anche il nostro. Cambiamo il mondo un bambino alla volta»

Costruendo scuole di qualità non rischia di deresponsabilizzare i governi che non investono a sufficienza nell’istruzione?

I governi hanno la responsabilità di garantire la scuola a tutti. Il nostro baccalaureato internazionale (il primo dei tre gradi di laurea previsto nei Paesi anglofoni, NdR) è un’opportunità riservata a pochi giovani. Abbiamo scelto la qualità anziché la quantità, ovvero vogliamo offrire il meglio a un numero di bambini e ragazzi più ristretto anziché dare il minimo a tanti. Dalle nostre scuole potrebbero uscire futuri leader, preparati e responsabili: questa è la nostra sfida a lungo termine.

Di che cosa ha bisogno l’Africa?

Innanzitutto dobbiamo lasciare che gli africani, cui certo non mancano competenza e talento, possano migliorare le cose, offrendo loro il nostro sostegno e la nostra fiducia. Finché saremo sempre noi a inventarci soluzioni e calarle dall’alto andremo incontro a fallimenti. Dobbiamo metterci a disposizione. Non imporre il nostro modello di cambiamento, la nostra idea di aiuto. Chiaramente si tratta di un processo lungo, faticoso… Io sto imparando ogni giorno.

Questo articolo è uscito sul numero 1/2022 della Rivista Africa. Per acquistare una copia, clicca qui, o visita l‘e-shop.

Foto di apertura: Il fondatore di Still I Rise, organizzazione indipendente nata per offrire istruzione, protezione e dignità agli ultimi tra gli ultimi

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