La bicicletta, un mezzo perfetto per l’Africa

di Valentina Milani

Ieri, 3 giugno, in tutto il mondo si è celebrata la giornata mondiale della bicicletta istituita dalle Nazioni Unite nel 2018 come atto di riconoscimento verso la bicicletta e la sua unicità, versatilità e longevità. Nata in Francia nel 1721 la bicicletta è infatti il mezzo di trasporto più semplice, economico, affidabile e sostenibile, se non si considerano le gambe. Nell’immaginario collettivo tuttavia pensare a una bicicletta difficilmente porta la mente nel continente africano dove il traffico caotico, le strade poco affidabili e poco manutenute, l’inquinamento, il caldo, l’assenza di cultura verso questo mezzo di trasporto non lo rendono molto diffuso e, soprattutto, rendono pericolosa la vita del ciclista e del cicloturista. Un immaginario falso, molto lontano dalla realtà: il continente è infatti ricchissimo di storie che rovesciano questo paradigma.

In Zimbabwe ad esempio c’è quella di Charity Masendo, una madre single di 27 anni che ha risparmiato soldi per un anno prima di acquistare una bicicletta con cui trasportare pezzi di ricambio per biciclette nelle zone rurali, dove il mezzo è molto usato per le faccende quotidiane e gli spostamenti. La sua è solo una delle storie di ciclisti e cicliste cui la bicicletta ha cambiato la vita, storie che raccontano come le grandi distanze in Africa si coprono sempre più spesso con la bicicletta.

Ad Addis Abeba, in Etiopia, di fronte alla grande piazza Meskel, c’è lo stadio internazionale di calcio alla cui destra, in un grande piazzale di fatto pedonalizzato, si affittano biciclette di ogni forma e colore per pochissimi Birr. Non è possibile girare per la città con le bici noleggiate ma ugualmente, ogni giorno, sono centinaia i bambini e gli adolescenti che si radunano lì per farsi una sgambata mentre i noleggiatori e gli adulti e gli anziani prendono ombra chiacchierando e bevendo caffè ai lati del piazzale, che si trasforma in una vera e propria pista ciclabile. Dall’altro lato di piazza Meskel invece decine e decine di atleti di ogni età fanno esercizio fisico su gradoni dell’anfiteatro: “È importante mangiare bene, dormire bene e fare esercizio fisico” ti rispondono gli etiopi.

Storie ciclabili e d’atletismo che finiscono anche nell’agonismo: al Cairo ha sede la Confédération Africaine de Cyclisme che raggruppa tutte le federazioni nazionali africane. Secondo l’Unione Ciclistica Internazionale nel 2005 si contava una sola squadra nazionale di ciclismo, oggi sono 7 e anche gli eventi ciclistici si moltiplicano anno dopo anno (in questi giorni si corre il Tour del Camerun, alla sua diciassettesima edizione con atleti provenienti da tutta l’Africa e non solo (il bulgaro Andreev Yordan punta alla vittoria). Una passione che esce dai confini africani: negli ultimi anni, dopo l’esplosione di Daniel Teklehaimanot al Giro del Ruanda nel 2010, il ciclismo eritreo è esploso a livello internazionale e nel 2021 ben tre atleti eritrei hanno partecipato al Giro d’Italia, tra cui il giovane talento Amanuel Ghebreigzabhier che corre per Trek-Segafredo ed è uno dei gregari del campione Vincenzo Nibali. Eritreo era anche il primo ciclista africano a vincere una corsa a tappe professionale: nel 2014 Natnael Berhane uscì vincitore dalla Tropicale Amissa Bongo, che si corre in Gabon dal 2006 e che nel 2019 è stata vinta dal corridore professionista italiano Nicolò Bonifazio.

Il legame tra Eritrea e Italia è stretto anche in materia ciclistica: furono i coloni italiani a portare le prime biciclette, e l’abitudine di spostarsi in bici, in Eritrea nel 1936. Nel 1946 nacque il Giro d’Eritrea, che si corre ancora oggi ma che fu sospeso dal 1947 per decenni, fino al 2001. Oggi il mezzo ciclabile è diffusissimo: Asmara è la città africana più ciclabile di tutte, “paradiso del ciclismo” secondo la Bbc, e gli asmarini sono i ciclisti amatoriali più appassionati. Le biciclette sono ovunque e lo scarso traffico incentiva il suo uso.

Altro movimento che tende a espandersi sempre di più in Africa è il cicloturismo: sono tanti gli atleti e gli amatori da tutto il mondo che decidono di intraprendere un grande viaggio, in stile Forrest Gump su ruote. La discesa del continente lungo l’asse viario marittimo occidentale è uno dei percorsi più gettonati, certamente non semplice e non breve ma, a detta di tutti, ricco di soddisfazioni. Filippo Graglia, ingegnere astigiano, sui suoi 25.000 km di biciclettata africana, dalla provincia di Asti al Sudafrica, ha scritto un libro: “All’orizzonte un toubabou”. Raccontando un percorso sempre più battuto dai cicloturisti europei e nordamericani. 

(Andrea Spinelli Barrile)

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