Il gioco sporco dei bracconieri

di Diego Fiore
Elefanti
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Il bracconaggio è per definizione l’abbattimento illegale di animali, fatto senza permessi e senza che sia tenuto in considerazione lo stato ecologico di una specie, da parte di bande organizzate o di singoli bracconieri per scopi di lucro. Per esempio, in Sudafrica, i rinoceronti vengono ammazzati brutalmente soltanto per il corno che viene venduto nei mercati asiatici e usato nella medicina tradizionale o come afrodisiaco; il pangolino, l’animale più bracconato al mondo, viene venduto per fare delle zuppe di scaglie molto in voga sempre nei mercati asiatici. Da non ignorare poi anche il bracconaggio per il mercato nero della carne che avviene in piccole comunità dove purtroppo un sacco di selvaggina viene catturata illegalmente attraverso l’uso di cani, di cappi metallici o di trappole da piede: questo è un grande problema in quanto queste trappole non sono selettive e qualsiasi animale, anche a rischio di estinzione, può rimanerne vittima. Nella riserva dove ho lavorato in precedenza, per esempio, cinque leoni persero la vita a causa di questi cappi metallici.

Una battaglia costosa

Per colpa del bracconaggio migliaia di animali perdono la vita ogni anno: le riserve private e i parchi nazionali si trovano così a dover far fronte a grandi spese per sussidiare le squadre anti-bracconaggio. I fondi necessari a coprire le spese non sono reperibili facilmente: le riserve private non ricevono alcun aiuto monetario dal governo e si devono mantenere autonomamente tramite il turismo (che ha però in generale un alto impatto sull’ambiente), la vendita di animali ad altre riserve (anche per ridurre a volte la sovrappopolazione), la caccia controllata (in questo caso spesso la carne è donata o venduta a basso costo a comunità locali per prevenire il bracconaggio) o l’allevamento e la vendita di specie rare per salvaguardarne e migliorarne la genetica. Quando le riserve faticano a sostenere i costi di gestione, si creano problemi a catena: perdono animali per le frequenti incursioni dei bracconieri, sono costrette a vendere/cedere le specie più a rischio (per esempio i rinoceronti) ad altre riserve o appezzamenti di terra a terzi, che possono trasformare l’area in zona agricola, in miniera, in area edificabile o in allevamento di bestiame. La tragica conseguenza è rappresentata dalla perdita di habitat e di ecosistemi, un grave problema per il prosperare delle specie selvatiche e per il futuro dell’uomo!

Il giusto equilibrio

La diminuzione delle aree naturali e il sorgere di città, campi agricoli e aziende dove in precedenza si trovavano foreste e pozze naturali per l’abbeveraggio hanno portato il Sudafrica a recintare parchi e riserve naturali. Nonostante ciò limiti la naturale migrazione degli animali e porti ad un necessario intervento per il controllo delle popolazioni selvatiche, questo favorisce la protezione degli animali e degli ecosistemi poiché soltanto operatori autorizzati e proprietari terrieri possono circolare in queste aree. Altro punto da trattare è  il conflitto uomo-animale: a causa dell’aumento della popolazione umana e dell’inevitabile estensione di città e villaggi, i territori a disposizione degli animali sono in diminuzione. Nonostante le riserve siano recintate, è impossibile controllare gli spostamenti di alcune specie di animali selvatici, che scavalcano o creano buchi al di sotto della recinzione: leopardi, babbuini, facoceri, elefanti, sciacalli (per menzionarne alcuni) valicano confini, in cerca di un nuovo territorio e di cibo “facile”. Quando questi animali si spingono vicino a centri abitati, campi agricoli o in zone di allevamento di bestiame, si creano problemi di convivenza tra uomo e animale. I predatori attaccano e si cibano di mucche e capre, mentre gli erbivori e gli onnivori possono distruggere un intero raccolto. É un discorso molto complicato: l’animale vuole mangiare, il fattore deve allevare le mucche, l’agricoltore deve far rendere il campo agricolo e tutti devono dare da mangiare alla propria famiglia con i ricavati della vendita della propria produzione. Il tutto si riconduce alla necessità di proteggere le aree naturali esistenti e di crearne di nuove dove poter dare la possibilità agli ecosistemi di prosperare, senza dover entrare in conflitto con l’uomo (fine terza parte) .

(Sabrina Colombo)

 

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