Benin, la polizia spara sulla folla

di Enrico Casale
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In Benin, giovedì i manifestanti si sono scontrati con polizia e soldati dopo che sono scoppiate violenze a seguito delle controverse elezioni che si sono tenute domenica. Dopo il voto, soldati e un gran numero di poliziotti sono stati dispiegati a Cotonou, la capitale economica del Paese. Mercoledì, i sostenitori dell’ex presidente Boni Yayi, che ha guidato le proteste e ha proposto il boicottaggio, sono scesi in piazza. Hanno eretto barriere improvvisate di pneumatici cui hanno dato fuoco e hanno scandito slogan contro il presidente Patrice Talon. Verso le 22, le autorità hanno tagliato la luce e gli agenti hanno sparato munizioni vere. Due persone, un uomo e una donna, sono state gravemente ferite. I manifestanti hanno bruciato le aziende e i negozi, scagliato pietre e fracassato le finestre degli edifici governativi. La polizia ha sparato gas lacrimogeni per disperdere la folla.

Le proteste sono proseguite durante la notte e anche giovedì. Nel quartiere di Cadjehoun a Cotonou, dove si trova la casa di Yayi Boni, un residente ha anche riferito di aver udito colpi di arma da fuoco. «Non sappiamo cosa accadrà ora, ma riteniamo che sia sbagliata la reazione della polizia», ha detto una donna.

Il piccolo Stato dell’Africa occidentale era considerato un modello per la democrazia, ma la situazione attuale ha sollevato allarme nella società civile e nei gruppi per i diritti dell’uomo dentro e fuori il Benin. I severi criteri di ammissibilità hanno impedito ai partiti di opposizione di presentare propri candidati nelle elezioni parlamentari. Nel giorno stesso, oltre i tre quarti dei cinque milioni di elettori registrati nel Paese sono rimasti a casa. L’affluenza non era mai scesa al di sotto del 50% dalla transizione del Paese alla democrazia nel 1990.

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