05/01/14 – Sud Sudan – Restano i medici italiani: Da qui non ce ne andiamo

di AFRICA

 

“E’ il nostro lavoro e se andiamo via da questo ospedale, che serve più di 300.000 persone, si chiude”. A parlare è Enzo Pisani, medico del Cuamm, una organizzazione non governativa che lavora per garantire il diritto alla salute nei Paesi africani (nella foto, distribuita dalla stessa ong). Ha deciso di restare in Sud Sudan, insieme alla moglie Ottavia, anche lei medico, nonostante la guerra, e di tenere aperto l’ospedale di Yirol. “Siamo l’ospedale più vicino alla linea del fronte – spiega raggiunto telefonicamente da LaPresse – che in questo momento è nello stato di Jonglei, ad est del Nilo”. Tanti i feriti che arrivano: in questo ospedale c’è pediatria, medicina, chirurgia ed ostetricia. La struttura sta anche portando avanti una campagna di vaccinazione contro poliomelite e morbillo perché, con la fuga in massa della popolazione, i pericoli di contagio di moltiplicano.

“La situazione è tesa, molto tesa, armi e sodati dapperttutto, paura e difficoltà a seguire la reale evoluzione degli eventi”, racconta. Ma bisogna “continuare a lavorare come sempre, qui è emergenza sanitaria anche quando non c’è la guerra, la principale emergenza è lavorare con continuità e pensare a tempi lunghi, al futuro, anche se la situazione è tragica come quella di ora”. Nella zona per ora sono arrivati circa 500 sfollati “però a 130 chilometri da qui, a Minkamen, ce ne sono 70-80mila, provenienti tutti dallo stato di Jonglei ed anche per loro siamo l’ospedale di riferimento”. Una situazione drammatica, condiserando che “il nostro ospedale è pieno anche senza sfollati”.

Il Cuamm gestisce anche un altro nosocomio, nella città di Lui. Là ci sono “due medici nostri, una infermiera e amministratrice”, tutti italiani. E i rischi aumentano giorno dopo giorno. Ieri hanno sequestrato l’autista, un sudanese. Fortunatamente lo hanno subito rilasciato, ma “la macchina non è ancora stata recuperata”. Adesso, racconta Pisani, hanno capito dove è finita, ma “sono in corso degli scontri, me lo stavano raccontando proprio poco fa al telefono, e stanno cercando di recuperala”. La situazione vista da vicino è complessa, “ci sono scontri continui, difficili da decifrare, è una guerra strana”.

L’ospedale di Yirol fu aperto nel 2007 dalla Protezione civile su richiesta dell’arcivescovo Cesare Mazzolari, un religioso bresciano che aveva dedicato la vita agli ultimi. Missionario comboniano, dopo anni tra gli indios del Messico, era finito in Sudan, dove visse gli ultimi trent’anni della sua vita. E’ morto due anni fa, una settimana dopo la proclamazione dell’indipendenza del Sud Sudan. Lo stesso Guido Bertolaso è rimasto legato a questo ospedale. L’ultima volta “è stato per tre mesi da noi nel 2012, lavorando come medico e dandoci una mano”. Solo nell’ultimo anno, tra gli ospedali di Yirol e Lui, sono stati realizzati 13mila ricoveri, oltre 53mila visite ambulatoriali, 1.461 parti e oltre 47mila vaccinazioni.

Il Cuamm ha lanciato un appello a contribuire per sostenere l’acquisto di prodotti di prima necessità: cibo, coperte, farmaci e compresse di cloro attivo. Chi volesse aderire può trovare di seguito i riferimenti: versamento su c/c postale 17101353 intestato a Medici con l’Africa Cuamm – oppure bonifico bancario presso Banca Popolare Etica (Padova) Iban: IT 91H0501812101000000 107890, causale Emergenza Sud Sudan. * Fabio De Ponte  – LaPresse/AP

 

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